sabato, Luglio 4

Coronavirus, la comunità penitenziaria dimenticata Già ventuno suicidi dall’inizio dell’anno e nessuno si chiede: come si può andare avanti così?

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Si è tutti, giustamente, grati per i sacrifici e l’abnegazione con cui medici, infermieri, personale sanitario di ogni ordine e grado ha fronteggiato (e ancora fronteggia) la pandemia del Coronavirus: in mezzo alla confusione dei poteri, le disposizioni contraddittorie, le risorse deficitarie; e pagando anche in termini umani, non solo psicologici, dei prezzi altissimi. Non sappiamo – e chissà se mai sapremo – quanti sono ‘caduti’ nella quotidiana opera di assistenza e aiuto dei malati, infettandosi a loro volta… Il Paese grato non dovrebbe dimenticare mai quello che hanno fatto.

Analogo ringraziamento andrebbe fatto (e non è ancora stato fatto nella giusta misura) a tutta la comunità penitenziaria: gli agenti di custodia, il personale delle carceri, i volontari: anche loro hanno ‘retto’ come hanno potuto, e con scarsi mezzi a una situazione già in partenza grave, e resa ancora più acuta dal Coronavirus. Un pensiero grato a quelle migliaia di persone andrebbe rivolto. Non ci si può limitare al solo ‘saluto’ del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, chiamato a rispondere alle Camere su polemiche innescate in seguito a trasmissioni televisive dove in modo inappropriato lo si è accusato senza peraltro accusarlo esplicitamente.

E’ bene non perdere mai di vista lo stato dei fatti, che rischia di perdersi in polveroni interessati, sollevati ad arte. Nelle carceri italiane sono richiusi 21.000 detenuti in attesa di giudizio, il 40 per cento del totale. Almeno la metà saranno dichiarati innocenti. Un giorno, celebrato il processo, gli si dirà: “Non siete responsabili di quello che vi hanno accusato”; oppure: “Non ci sono prove sufficienti che giustificano una sentenza di condanna”. Non solo al ministro Bonafede, ma all’intera classe politica, si dovrebbe porre la semplice domanda: “Ma vi pare che si possa andare avanti così?”.

Il ministro Bonafede non è responsabile di quello che accade; nel senso che questa situazione è una sorta di cancrena, un’infezione contratta anni e anni fa. E’ lunga, la lista dei ‘colpevoli’, dei responsabili. Bonafede è però l’ultimo anello di una catena: ministro con il governo Lega-M5S; ministro con il governo PD-M5S. Non può voltarsi indietro e indicare chi l’ha preceduto. C’è lui, a via Arenula, è lui che contribuisce a rendere la situazione cronica. E non c’è gesto ministeriale che faccia pensare che si vada nella direzione di una cura. Siamo arrivati al punto che un luminare come il professor Franco Coppi, senza remora, confessa di aver paura di questa giustizia, e ammette di condividere l’opinione di giganti del diritto come Francesco Carrara o Piero Calamandrei: “Se vi accusano di aver rubato la Torre di Pisa, scappate”.

Perché nel micro-macro cosmo penitenziario, ogni giorno, notizie che non fanno ‘notizia’. Per esempio: neppure le iniziali del nome, di quell’uomo di trent’anni con evidenti problemi psichiatrici, finito nel carcere di Santo Spirito a Siena; dopo qualche giorno di detenzione, si toglie la vita. Sarebbe dovuto andare in una struttura di recupero e assistenza per le cure necessarie. Finito ‘temporaneamente’ in celle, è andata come è andata.

Il Garante nazionale dei detenuti e delle persone private della libertà personale Mauro Palma offre una radiografia della situazione che sgomenta.

Le persone detenute sono oltre 52mila; le detenzioni domiciliari concesse dal 18 marzo appena 3.555, un migliaio con braccialetto elettronico. “A questi numeri occorre purtroppo affiancare quello dei ventuno suicidi registrati dall’inizio dell’anno fino a oggi; un numero, per quanto può contare una valutazione parziale, superiore a quello degli ultimi due anni (alla stessa data di oggi erano sedici nel 2019 e diciotto nel 2018). Quello che colpisce è che in ben due degli ultimi tre casi si è trattato di persone che avevano appena fatto ingresso in Istituto e, conseguentemente, erano state collocate in isolamento sanitario precauzionale“.

  Palma chiede che “si vada oltre l’attuazione di quel ‘protocollo anti suicidario’ predisposto in situazioni di normalità; che si preveda un aggiuntivo supporto psicologico specifico nei confronti di queste persone, pur con tutte le cautele di caso volte a tutelare la salute di chi è chiamato a operarvi.Nell’attesa di valutare con le autorità competenti quale proposta possa essere messa in campo per affrontare questo specifico problema – in considerazione anche della dimensione numerica che esso potrebbe assumere qualora aumentassero gli ingressi in carcere Palma propone di considerare la possibilità di predisporre, almeno temporaneamente, un’équipe di supporto, agendo con una logica analoga a quella che ha portato a fornire gli Istituti di un insieme di operatori socio-sanitari, reclutati con apposito urgente bando.

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