venerdì, Giugno 5

Coronavirus, l’invisibile che ci piaceva ignorare Il patogeno non solo ci tiene compagnia, ma ci separa in tre distinte categorie. Quelli che capiscono perfettamente, quelli che non prendono troppo sul serio la faccenda, quelli che sono palesemente terrorizzati da tutto ciò che non si vede, i più problematici

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Per Blaise Pascal «una città, una campagna, di lontano è una città o una campagna; ma, a misura che ci si avvicina, si scorgono case, alberi, tetti, foglie, erbe, insetti, zampe di insetti all’infinito».

Si era dovuto fermare alle zampe di insetti, se avesse potuto usare un microscopio elettronico avrebbe esteso l’elenco, iscrivendovi persino il patogeno che non solo ci tiene compagnia, ma ci separa in tre distinte categorie, magari grossolane e tuttavia di qualche interesse.

La prima è popolata da chi coglie perfettamente la natura e la dimensione di ciò che sta accadendo, comprende che si tratta di un virus poco letale ma lesto nell’aprire l’ombrello dei contagi, mettendo in scacco il sistema sanitario, regolato su intensità più basse, più umane. Del resto, nemmeno una locusta è pericolosa, ma se ne arrivano un miliardo in un colpo solo il quadro si complica.

Nella seconda categoria mettiamo coloro che non prendono troppo sul serio il nemico, perché ciò che ‘non si vede non esiste’ o forse esiste troppo. Già, perché la disinvoltura sovente nasconde le paure più sofisticate. Sono questi i migliori amici del Coronavirus, somigliano a quei capi di Stato e di governo che negli anni Trenta non presero troppo sul serio Adolf Hitler, nemmeno quando si mise a invadere i Paesi vicini. Chissà se lo prendevano sottogamba oppure lo temevano e speravano che ‘passasse’ da solo. Anche i ragazzi sembrano tesserati di questo club non troppo esclusivo.

Alle intemperanze di questi, ma non solo, ovviamente, dobbiamo la dura, ma necessaria, risposta restrittiva del Governo, resosi conto dell’impatto dei disinvolti, della rimozione di massa e dei suoi effetti.

Nella terza e ultima categoria collochiamo gli irrazionali che, al contrario dei disinvolti, sono palesemente terrorizzati da tutto ciò che non si vede, e non fanno nulla per nasconderlo. La loro fantasia è fervida, genera piramidi imponenti e reazioni esagerate, che certo non aiutano a mantenere la situazione generale sotto controllo. Nella mente di costoro, ciò che non si vede guadagna il sinistro vantaggio di potere essere immaginato liberamente, senza confini, così cominciano ainfettarei meccanismi della ragionevolezza trasformando il virus in un’arma letale, contribuendo a deviare la percezione collettiva verso immagini deformate, caricaturali.

I numeri del contagio aumentano anche a causa dei rappresentati della categoria numero due, la più corposa, che esorcizzano le loro paure, formidabili, nel modo più infantile, tappandosi le orecchie, gli occhi e pensando che alla fine troveranno una soffitta in cui rifugiarsi. Loro soli. Si attaccano a presunti comportamenti normali trovandovi consolazione, tanto l’invisibile non esiste e poi se siamo in tanti significa che è giusto così.

I contributi più cospicui alla paura irrazionale, quella che fa da cassa di risonanza a tutti i segnali di pericolo, arrivano invece dalla categoria numero tre, quella dei fobici, che va rassicurata, con pazienza, mentre la numero due va educata e magari sanzionata, perché la sua visione pascalina della realtà arriva solo fino ai pungiglioni delle zecche. Devono capire, costoro, che c’è vita anche dove non arriva il loro sguardo, che non è tempo di dibattiti e di schiamazzi per farsi notare. Per le sgommate c’è tempo.

Ma non è solo colpa della categoria numero due. Il rapporto con l’invisibile è da sempre materia ostica per il genere umano. Oggi ci sentiamo minacciati proprio da ciò che si cela ai nostri occhi, che sugli intemperanti e sui renitenti sta costruendo il suo successo planetario, perché costoro credono che il sentimento sociale sia una gara di pacche sulle spalle e non la conseguenza di un genuino interesse per il proprio prossimo, per questo facevano la corsa agli impianti di risalita e non si perdevano una movida. Più siamo meglio stiamo.

L’invisibile, proprio perché senza confini, è un mercato immenso ma anche una tentazione per improvvisatori di ogni genere. Miriadi di santoni vi compiono incessanti scorribande, promettendo pozioni magiche, sulle strade dell’invisibile da millenni si edificano profittevoli punti di ristoro.
Persino le religioni e la psicoanalisi devono la loro celebrità a quella parte di noi che ci determina ma non si vede. Forse per questo, le une e l’altra, dovrebbero porsi più domande e fornire meno risposte. Il loro prezioso compito, a essere onesti, dovrebbe consistere proprio nello stimolare sani dubbi, permettendo a ciascuno di trovarsi una strada proprio, originale.

Ciò che non si vede, appunto, non si vede, ma quando qualcuno può scrutarlo ‘oggettivamente’, come accade agli scienziati, gli stessi che poi consigliano ai politici come comportarsi, bisogna fidarsi.

In questo momento di tempesta, rimango convinto che la minaccia sia abbondantemente alla nostra portata, ma gli intemperanti, quelli che scappano dall’invisibile, parlo di cose fisiche, non sanno che la quasi totalità dell’universo, tutto quello che fa funzionare la nostra vita, è invisibile, persino ciò che guizza nei circuiti del portatile che sto usando per scrivere.
Lo sapeva bene Charles Darwin, che ne prese tragicamente atto quando perse la sua Annie, dieci anni, sconfitta da un batterio o forse da un virus. Ne parlò con rispetto, il grande scienziato, malgrado lo strazio.

Non sanno, gli intemperanti, che nella scala degli oggetti, animati e inanimati, i mastodonti sono relativamente pochi, sotto di loro, invece, è schierata la platea infinita delle cose minute ma decisive, soprattutto quelle che non si vedono a occhio nudo, tra le quali ci sono i patogeni che, non potendo contare sulla loro esigua forza, fanno appello alla disinvoltura dei negazionisti, intenti a imitare l’incoscienza di certi intellettuali dei primi del Novecento. Si lamentavano, annoiati, della lunga assenza di guerre, il loro lavacro preferito, e ne invocavano il ritorno prima possibile. Poi, quando furono accontentati e le loro giornate si riempirono di fango, di cannonante, di pidocchi, di dissenterie e di sangue, cominciarono a invocare la mamma. Che però non poteva sentirli.

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