martedì, Agosto 4

Coronavirus: l’aperitivo della crisi climatica La crisi climatica non è una malattia, e non è percepita -anche se è già in mezzo a noi, e sarà molto più devastante. Capire le motivazioni di questa sordità perché COVID-19 ci faccia reagire e vincere la madre di tutte le battaglie

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Da venerdì 13 marzo a mezzanotte tutti i viaggi dall’Europa agli Stati Uniti saranno sospesi per i prossimi 30 giorni, ad eccezione dei viaggi da e per il Regno Unito. E’ l’ultima e probabilmente più dirompente notizia in fatto di pandemia da coronavirus COVID-19. Una mazzata al sentiment dell’intera popolazione dei dei due continenti e non solo. La globalizzazione spenta. Tutto d’un tratto diventa chiaro a tutti la drammaticità del momento, praticamente una guerra planetaria dai tratti totalmente nuovi e sconosciuti. Una crisi globale che nessuno ha idea di come affrontare, al momento non si può fare altro che provare contenerla, procedendo per tentativi.

Eppure quanto sta accadendo, il COVID-19, potrebbe essere solo un piccolo aperitivo di qualcosa di immensamente più grande, drammatico e finale del mondo come lo conosciamo noi: la crisi ambientale.

Posto, per altro, che oramai è dato per assodato che le pandemie e la crisi climatica vanno a braccetto, infatti gli scienziati considerano «possibile che i cambiamenti climatici possano influenzare l’emergere di malattie completamente nuove, come COVID-19». «E alcuni esperti ritengono che i cambiamenti climatici, insieme ad altri disturbi ambientali, potrebbero aiutare a favorire l’ascesa di malattie nuove di zecca, come COVID-19. Gli studi continuano e al momento un dato pare certo, così sintetizzabile: gli scienziati hanno capito, dadecenni, che la crisi climatica avrebbe cambiato il modo in cui le malattie emergono e si diffondono. I cambiamenti climatici, fattori come la perdita dell’habitat (deforestazione), la rapida urbanizzazione e globalizzazione, la produzione intensiva di carne e la resistenza antimicrobica aumentano le possibilità di insorgenza di nuove malattie infettive come COVID-19, moltiplicano i rischi, modificando l’ambiente di crescita dell’agente patogeno e dei vettori e alterano la capacità di combattere le malattie del corpo umano.

I morti per COVID-19 a livello mondiale hanno superato quota 4.000, e tutto il mondo è in allarme; il solo inquinamento atmosferico uccide sette milioni di persone ogni anno, eppure, escludendo manifestazioni che al massimo riescono attirare l’attenzione per un giorno, portare Greta Thunberga parlare davanti ai potenti del mondo per qualche dieci minuti di tanto in tanto, i governi non sono in allarme, anzi, non riescono trovare un accordo anche solo per marginali riduzioni di emissioni, e, quel che è più grave, non c’è allarmismo nella popolazione.
Mentre il coronavirus è vissuto dalla gente e trattato dai governi come un pericolo già in mezzo a noi, la crisi climatica è ancora raccontata e vissuta come ipotetica e certamente lontana nel tempo in misura di decenni, per nulla imminente. La crisi climatica non è una malattia, e non è percepita, anche se è già in mezzo a noi il COVID-19 ne è, quanto meno, un campanella di allarme e sarà molto più devastante.

«È strano quanto le persone vedono la crisi climatica in futuro, rispetto al coronavirus, che stiamo affrontando ora», ha detto il Direttore esecutivo di Friends of the Earth, Miriam Turner.

David Comerford, esperto di scienze comportamentali, Direttore del Master in Scienze comportamentali, dell’Università di Stirling, ha provato spiegare le motivazioni alla base di questa pericolosastranezza’.
La crisi climatica è strutturalmente molto simile alla crisi del coronavirus, spiega Comerford. Entrambe le crisi «sono caratterizzate da una crescente probabilità di disastro». Infatti, come il COVID-19 è altamente contagioso perchè ogni paziente può trasmettere la malattia a più di una persona, nel caso del cambiamento climatico, il rischio è avviare processi che amplificano la tendenza al riscaldamento fino ad attraversare il punto di non ritorno. In entrambe i casi, poi, intervenire per contenere le crisi comporta un cambiamento radicale nel nostro stile di vita, e gli sforzi di ciascuno dovranno essere coordinati con gli sforzi di tutti gli altri -è la comunità umana che o si salva o sprofonda tutta insieme. Infine, in entrambe le crisi le Autorità riconoscono l’urgenza di agire, dall’Europa agli Stati Uniti passando per Asia e Africa, chi prima chi dopo, chi con minore chi con maggiore intensità i diversi Paesi stanno intervenendo sul coronavirus, e 28 Paesi hanno dichiarato un’emergenza climatica.

Eppure le risposte a queste due crisi, così simili e così collegate, non sono uguali in termini di peso e celerità. La risposta alla crisi del coronavirus è molto più imponente rispetto la risposta alla crisi climatica.
Il perché Comerford lo sintetizza così: «Ilcoronavirus è una minaccia recente, evidente e in rapida ascesa», «uno shock per lo status quo e il disagio che genera», «lo shock motiva l’azione». Ogni giorno la cronaca racconta nuove prove delle conseguenze dirette dell’epidemia, e queste conseguenze si stanno rapidamente avvicinando a casa, anzi, spesso sono già dentro casa. COVID-19 impressiona come un pericolo chiaro e presente, che richiede un’azione adesso.

Per la minaccia del cambiamento climatico,invece, per quanto sia da decenni che viene avanzata, proposta al pubblico, le prove concrete si sono accumulate gradualmente, per quanto negli ultimi anni si siano moltiplicate, lo abbiano fatto sempre più rapidamente, e siano esplose in maniera anche molto ‘scenografica’. Non sono shock che cresce visibilmente di giorno in giorno, o almeno non c’è chi traccia questo racconto incalzante e cronachistico. Di conseguenza, afferma Comerford, «non evoca lo stesso tipo di disagio. Sebbene non vi siano dubbi sul fatto che le attività presenti e passate degli esseri umani abbiano generato emissioni che avranno conseguenze per il clima, non è del tutto possibile attribuire alcun evento specifico ai cambiamenti climatici. L’impressione che fa è di un vago problema che si incontrerà in futuro, non qualcosa di immediato». A ciò si aggiunga il fatto che c’è la sensazione latente e diffusa di pessimismo in forza del quale si dà per scontato che comunque «il futuro sarà negativo a prescindere dai provvedimenti che prendiamo ora per affrontare il cambiamento climatico. Questo può generare sentimenti di impotenza. Con il coronavirus, sembra che le azioni di oggi avranno conseguenze reali e dimostrabili».

«Esiste un modello mentale semplice e intuitivo di come si diffonde COVID-19 (attraverso le persone) e di come possiamo fermarne la diffusione (mantenere isolate le persone infette)». Il cambiamento climatico, non essendoci rappresentato dalla narrativa corrente, non è intuitivo. «Sebbene ci sia stato insegnato che il riscaldamento delle nostre case, la guida delle nostre auto e così via contribuisce al cambiamento climatico, la catena causale attraverso la quale ciò avviene effettivamente non è intuitiva». Ci sembradi fare qualcosa di concretamente utile contro il coronavirus mettendo in quarantena le persone infette, «ma non ci sembrache stiamo facendo un passo concreto verso la lotta ai cambiamenti climatici, ad esempio, vietando la combustione del legno non stagionato».

Dunque, se questa analisi è corretta, secondoComerford, «La comunicazione sembra essere la chiave». Si tratta di «creare modelli mentali intuitivi e metafore appropriate per spiegare il legame tra il comportamento dei nostri consumatori, le emissioni di carbonio e un clima che cambia». Per fare questo Comerford chiama in causa i gruppi di advocacy e lobby, i media e i governi, «il coronavirus ci mostra che il pubblico è più che in grado di rispondere in modo appropriato» se viene correttamente stimolato. Il fatto che il cambiamento climatico interessi la vita di tutte le categorie di persone (giovani e vecchi, ricchi e poveri) «dovrebbe motivare un coordinamento ancora maggiore di quello che abbiamo visto in risposta al coronavirus». Non bastasse, c’è anche un interesse molto materiale: «adottare misure per ridurre il rischio di coronavirus è costoso. Al contrario, la mitigazione dei cambiamenti climatici offre opportunità sia per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, sia per ottenere contemporaneamente minori costi energetici, migliore qualità dell’aria e così via».

La conclusione del Comerford comportamentista, è decisamente volta all’ottimismo: «Invece di applicare la scienza comportamentale per cambiare il comportamento individuale, applichiamola per cambiare i cuori, le menti e le politiche del governo», il coronavirus ci insegna che «le persone possono ancora lavorare insieme per fare la cosa giusta. Abbiamo bisogno di speranza e fiducia reciproca per affrontare la crisi climatica. Forse, controintuitivamente, il coronavirus ci aiuterà in questo».

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