domenica, Ottobre 25

Coronavirus: invertitore di paradigmi, acceleratore di innovazione A colloquio con il Professor Marco Braghero: il tempo, le fragilità, gli anziani, l’educazione. Uno sguardo alla pandemia quale grande occasione per ritrovare ‘il tempo perduto’, acceleratore di processi innovativi

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A rischio di farmi mandare a quel paese, devo ammettere che sono tra coloro, non so se pochissimi, pochi o forse molti, che sono convinti che questo lockdown ci abbia fatto,singolarmente e come Paese, un gran bene.

Come Paese abbiamo scoperto -ha ragione il mio amico Giancarlo Guarino- che siamo un popolo, e forse proprio il coronavirus ci ha fatto crescere come popolo tutto di colpo. Abbiamo scoperto di avere un gran patrimonio di risorse che improvvisamente abbiamo tirato fuori dalla bisaccia e messo in azione.
Singolarmente ci ha obbligati a fermarci, ci ha spento la frenesia disperata di tutti i giorni, e ci ha messi soli davanti noi stessi. Dopo un momento di smarrimento e paura, abbiamo scoperto che il silenzio non era affatto male. Anzi. Da lì poi ciascuno ha fatto un suo personalissimo percorso. In alcuni casi sarà stato duro, in altri dolce, piacevole, perfino entusiasmante.

Siamo stati costretti a pensare, a guardare il mondo dritto negli occhi. E da ciò mi auguro verranno fuori buoni frutti. Buoni frutti che per me sono sostanzialmente uno: occuparci di questo pianeta, avere il coraggio di invertire la rotta di una economia che ci sta portando a schiantarci, oltre a distruggerci dentro fino a dilaniare perfino la nostra dignità. Voglio sperare che sto ceffone in pieno viso e totalmente inatteso ci possa risvegliare, farci trovare il coraggio di proposte di soluzioni che possono anche sembrare folli o azzardate o ridicole, e provare a ricoprire di corsa la fossa che ci stiamo allegramente scavando.

Con questo spirito ho cercato di confrontarmi con chi ci può dare una mano a capire questo percorso. Con il Professor Marco Braghero ho avuto la fortuna di un colloquio spesso, una bombola di ossigeno. Ho deciso di pubblicarlo, e di farlo in due uscite, così che lo si possa ‘guastare’ come merita, in omaggio alla lentezza che ci servirà se vorremo approdare al ‘coraggio’ di cui sopra.

Marco Braghero è Coordinatore scientifico e docente nel corso di Perfezionamento sulle ‘Pratiche dialogiche nelle organizzazioni complesse’ dell’Università di Pisa – Medicina; Docente Master in Neuroscienze, Mindfulness Pratiche Contemplative Università di Pisa – Medicina; Docente di pratiche dialogiche SUPSI Università di Lugano Svizzera; PhD Ricercatore presso l’Università Jyväskylä, Finlandia dipartimento di Psicologia; Co-Founder DPC&M Dialogical Practices Coaching & Mindfulness.

Vi lascio il pensiero con il quale si è conclusa la nostra conversazione: “La consapevolezza responsabile dei nostri desideri sia capace di trasformare la realtà in modo tale che quando vai a casa la sera, ti possa chiedere: ho lasciato un posto migliore rispetto a quando sono arrivato alla mattina?

Fermate il mondo, voglio scendere’. Non siamo scesi, ma ci siamo fermati. Non crede che questo lockdown, malgrado tutti gli aspetti negativi, abbia avuto il grande merito di aver resettato il nostro rapporto con il tempo? E: dopo questa esperienza sarà davvero e duraturamente cambiato qualcosa nel nostro rapporto con il tempo, nella nostra capacità di vivere responsabilmente il tempo?

Ci siamo fermati? Forse, guardando l’apparenza, ma la realtà non è mai come sembra. Credo, invece, che in questo periodo abbiamo avuto il tempo per pensieri lunghi, larghi e profondi; che le nostre menti si siano interrogate e i nostri dialoghi interni siano stati molto più frequenti ed anche il tempo per ascoltare ed ascoltarci sia stato molto più qualitativo.

Credo che la pandemia, al di là della sofferenza e dei lutti provocati, rappresenti una straordinaria opportunità di ritrovare ‘il tempo perduto’, di rigenerare la nostra concezione del tempo, la possibilità di passare da Chronos a Kairòs.

Ho riscoperto con piacere e sorpresa la storica e mitica differenza tra di due termini con cui i Greci designavano il tempo: ‘Chronos’ e ‘Kairòs’.

Dove Chronos (χρόνος) connota il tempo sequenziale e cronologico: passato, presente e futuro, il tempo, per intenderci, misurato con l’orologio. Chronos è quantitativo, è la successione di istanti, il tempo nella sua sequenza cronologica e quantitativa, oltre che divinità terribile e potentissima capace di condizionare e decidere della vita degli umani.

Mentre Kairòs (καιρός) ha una natura qualitativa. Kairòs indica l’occasione, l’opportunità, il momento propizio da cogliere nella sua veloce istantaneità: qui il tempo sembra vivere solo come momento presente, rispetto al quale una vigile capacità di lettura o di ‘cattura’ determina lo sviluppo del futuro. Il kairòs è un tempo svincolato dal volere degli dei, in cui si colloca l’autonomo agire dell’uomo. Questa possibilità, che nasce da un’intelligenza e conoscenza dei segni, può determinare il felice esito dell’avvenire.

S. Agostino diceva che: «Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro»

Quindi esiste solo il presente-passato, il presente-presente e il presente-futuro. Imparare a vivere il presente in modo consapevole potrebbe essere un’altra positiva eredità di questo nostro presente.

In realtà, si può e si deve pensare che la radice del passato viva nel futuro, ne rappresenti una linfa e una forza propulsiva, se è custode consapevole di quella storia e cura della tradizione nel senso migliore del termine. La riscoperta, rigenerata, della tradizione può diventare pratica vitale e consapevole nella progettazione e costruzione del futuro. Oggi il progresso culturale, che già sembrava procedere in modo non più lineare, come negli ultimi secoli, con una prospettiva fortemente discontinua, fatta di salti, inversioni, recupero di istanze del passato, ha subito una improvvisa accelerazione. La pandemia, infatti, si dimostra un potente acceleratore di processo verso nuovi paradigmi sociali. Ad esempio dal paradigma della paura e del controllo a quello della responsabilità, dell’impegno e dell’intesa.

Per gli antichi, come dice Roberta Ioli, il futuro non è solo tempus futurum, cioè ‘tempo che sarà’, o destinato a essere grazie al suo legame con il passato. Esso è anche tempus reliquum, il ‘tempo che resta’, stiamo, forse, lentamente imparando a riconoscere la semplice, naturale ‘bellezza collaterale’.

Forse questo sguardo sul futuro come tempo che rimane da vivere, da immaginare, da amare, può essere un balsamo efficace contro lo smarrimento del presente.

Poter passare dal tempo lineare, obbligato, automatico ad un tempo consapevole, vissuto, partecipato, ritengo sia una opportunità che, probabilmente, non ci capiterà più. La preziosità di questo tempo dialogico riflessivo e riflettente, se accolto con amorevole gentilezza, potrà permetterci di co-costruire un presente, ricco di passato e, al contempo, ricco di futuro. Ricordando però che la pienezza ricercata e desiderata resterà sempre ‘a venire’, come la rosa di Borges «il giovane fiore platonico, / l’ardente e cieca rosa che non canto, / la rosa irraggiungibile».

Altro aspetto che forse a fine febbraio, storditi dalla botta in testa, non ci saremmo attesi, è stata l’innovazione che ha generato questa fase di vita dell’umanità. Non crede vi sia stato un poderoso flusso di innovazione da quelle più piccole, magari banali, a quelle più grandi, dalle cose al mondo di vivere, al modalità del fare?

Come ho detto poc’anzi la pandemia, dopo un primo momento di superficiale accoglienza seguito, subito dopo, da un grande senso di smarrimento, si è rivelata un potente acceleratore di processi innovativi. Basti pensare al massiccio utilizzo delle tecnologie in ogni campo: medico-scientifico, scolastico-educativo, nelle aziende e nei sistemi produttivi, nella pubblica amministrazione ed anche nella importante riscoperta quotidiana della importanza delle relazioni. Siamo entrati con ‘slancio forzato’ nella ‘quarta rivoluzione industriale’ come la definisce il prof. Floridi.

Sicuramente, sulla base dell’esperienza che stiamo vivendo, si potrà ricreare il modello di assistenza sanitaria così come il sistema educativo.

Il COVID-19 ha ‘sdoganato’ una serie di modalità di fare medicina che prima erano considerate inappropriate: l’uso del telefono per spiegare al medico i sintomi, il consiglio telefonico, l’invio dei dati di pressione con un WhatsApp. Insomma, vengono messi in pratica, per necessità, anche se in embrione, i principi e i metodi della telemedicina. Ciò significa che tali mezzi, assieme alla tecnologia digitale (sensori, smartphone, tablet, etc.), permettono nel prossimo tempo ‘nuovo’ di monitorare la qualità di vita del paziente, implementare l’attività fisica svolta, il sostegno e l’attenzione consapevole alle cure. Si tratta di creare sistemi di presa in carico e di assistenza che mettono il paziente al centro del processo e che prevedono attorno a lui la presenza di team multiprofessionali che intervengono con risposte immediate e calibrate alla necessità (una telefonata, una visita, la somministrazione a domicilio di un farmaco, il supporto psicologico), in modo da prevenire l’evento più grave ed evitare l’ospedalizzazione. L’obiettivo finale è quello di effettuare una prevenzione del decadimento cognitivo e dell’isolamento sociale, che rendano gli anni di vita guadagnati, vivibili attivamente.

Stessa cosa per i sistemi educativi, le azioni e le esperienze messe in atto in questo periodo, se affinati e portati a regime, una volta colmato il digital divide che ancora insiste in molte realtà del Paese e in molte scuole, la formazione in ingresso e permanente dei docenti, potrà recuperare e, forse, aiutare a risolvere la vexata quaestio della dispersione scolastica, dell’orientamento, dei processi inclusivi e della implementazione delle eccellenze. La scuola si è sdoganata per necessità ed è entrata nelle case degli studenti, delle famiglie.

L’esperienza che stiamo vivendo con la diffusione a distanza ‘dell’approccio dialogico’ e delle sue pratiche nelle organizzazioni complesse, nelle famiglie, nei servizi socio-sanitari-educativi e nelle comunità territoriali ci permette di guardare con un poco di ottimismo al prossimo presente-futuro.

Miguel Benasayag nel suo ‘Il cervello aumentato e l’Uomo diminuito’ tenta di comprendere le ricadute antropologiche di questa rivoluzione, soprattutto nelle sue derive più riduzioniste, alla ricerca di un’alternativa umanistica alla colonizzazione tecnocratica della vita e della cultura. Penso che questo tempo ‘sospeso’ ci permetta di riflettere e comprendere come sfruttare al meglio le innovazioni scientifiche, tecnologiche senza dimenticare l’innovazione, per me più importante, quella di recuperare la componente corporea, emotiva, spirituale dell’Uomo; colmare il gap che nel tempo era via via aumentato tra sviluppo tecnologico e sviluppo spirituale dell’Uomo ed anche la capacità di rigenerare l’etica pubblica.

Covid-19 ha fatto letteralmente strage dei vecchi, ciò significa che ha privato l’Italia, come molti altri Paesi, di giacimenti di esperienza -esperienza pratica, certo, ma anche e forse soprattutto esperienza emotiva, esperienza valoriale. Il venir meno di questi giacimenti come inciderà sul nostro futuro e in particolare su quello dei bambini, ragazzi, giovani?

La pandemia COVID-19 (che prevedibilmente condizionerà ancora per qualche anno i nostri stili di vita in termini di distanziamento sociale), ma anche altri possibili eventi catastrofici, come altre pandemie o le emergenze climatiche, hanno finito e finiranno per acuire ulteriormente il distanziamento sociale dei più vulnerabili. La popolazione anziana è stata gravata di un più elevato impatto di incidenza e mortalità dell’infezione: gli anziani hanno mostrato di contrarre l’infezione in forma clinica più grave e ciò soprattutto in Europa che, avendo, dopo il Giappone, la più alta percentuale di soggetti anziani, ha pagato un tributo molto elevato in termini di mortalità. È da rimarcare poi che le misure di distanziamento sociale hanno fortemente penalizzato gli anziani, dato che erano le persone più a rischio e quindi da isolare, in quanto potevano fungere da portatori sani per la comunità e, nel caso si fossero ammalati, avrebbero prodotto una pressione straordinaria sulle terapie intensive. Il raggiungimento dell’obiettivo di contenimento della pandemia è risultato in un azzeramento dei servizi di assistenza territoriale, che ha confinato i pazienti più fragili e sofferenti per problemi cronici (cardiaci, renali, di deambulazione, etc.) tra le mura di casa, limitandone anche gli accessi all’Ospedale che, a causa dell’elevato numero di pazienti COVID, concedeva il ricovero ai soli casi di emergenza. Anche i medici di base sono stati invitati ad evitare la visite domiciliari e quelle in ambulatorio, con conseguenze sul piano del deterioramento difficilmente quantificabili. I bambini, i giovani e l’intera comunità di colpo si stanno ritrovando orfani di memorie, saggezza, di vita vissuta, di esperienze e questa perdita è una perdita per sempre. Per questo è necessario immediatamente promuovere misure di prevenzione e messa in sicurezza e valorizzazione dei nostri anziani: abbiamo bisogno di tempi nuovi e spazi nuovi.
Occorre invertire il paradigma. La prima azione da mettere in atto è un grande piano culturale ed educativo per valorizzare il mondo degli anziani che rappresenta, innanzitutto, una risorsa, in termini di patrimonio di esperienza e di saggezza e poi perché essi sono gli attuali ammortizzatori sociali della famiglia (in Italia la pensione è per una famiglia su tre il primo e spesso unico reddito, ed è spesso l’unico aiuto possibile per genitori single e coppie lavoratrici per l’accudimento dei figli); attorno a loro, inoltre, ruota un’economia, Silver Economy, che secondo i dati dello studio voluto dalla Commissione Europea genera consumi fino a 4.200 miliardi. La risorsa del mondo degli anziani va valorizzata emotivamente e curata in modo razionale, utilizzando tutte le conoscenze acquisite, come: mantenere uno stile di vita caratterizzato da esercizio fisico regolare e dalla correzione dei fattori di rischio. Stile di vita in grado di ridurre l’insorgenza di eventi patologici e di ripristinare un benessere globale dell’anziano considerato, a tutti gli effetti, cittadino attivo e senza limitazioni della sua attività; prevenire il decadimento cognitivo che è strettamente legato sia alla riduzione/assenza di attività fisica regolare sia alla perdita di socialità. 

I danni collaterali del distanziamento sociale (inevitabile) sono già evidenti, hanno aggravato un isolamento già esistente della popolazione anziana.

Le soluzioni tecnologiche non sono però sufficienti; occorre infatti l’intervento delle

Istituzioni per modificare i contesti sociali e ambientali sui quali applicarle. Si va sempre più diffondendo in Europa il concetto dell’‘Aging in Place’ che applica un modello basato sulla creazione di ‘convivenze’ fra giovani studenti e anziani, con vantaggi economici per i primi, derivanti dal supporto statale per le spese universitarie e di alloggio, e per i secondi, il vantaggio della compagnia e dell’essere aiutati nelle piccole incombenze giornaliere (fare la spesa, andare in posta, etc.). Alcuni programmi hanno previsto, che nel corso del periodo di co-abitazione, i giovani istruiscano gli anziani sull’uso di devices di comunicazione (Tablet, Smartphone, etc.) che usano interfacce molto semplificate, in modo da renderli autonomi nell’uso della tecnologia funzionale alla loro sicurezza e alla comunicazione con i providers sanitari. Si tratta quindi, davanti ad un problema di tale rilevanza come quello della vulnerabilità e dell’aging, di mettere in campo modalità di approccio tanto diverse dall’attuale modello di assistenza da costituire un tipico esempio di ‘disruptive innovation’.

Non crede che i troppi morti nelle case di riposo (purtroppo, bisogna dirlo, assolutamente evitabili in gran numero) producano anche un poderoso senso di colpa collettivo? Non sarebbe un senso di colpa benefico? E da questo senso di colpa può scattare un nuovo modo della società del post-coronavirus di rapportarsi con la vecchiaia?

Più che senso di colpa preferirei parlare di responsabilità, nel senso etimologico del termine, cioè essere ‘abili a rispondere’ alle richieste e sollecitazioni che la situazione ci impone di affrontare. Più che senso di colpa preferirei parlare di cosa ci impegniamo a fare di nuovo e di diverso a quanto non fatto o fatto senza successo fino ad ora. Più che senso di colpa preferirei parlare di come co-costruire una nuova alleanza intergenerazionale.

Covid-19 è stato un grande ‘livellatore’, ci ha messi davanti alla verità che avevamo smarrito, ovvero che ricchi o poveri, potenti o ultimi nella scala sociale, tutti siamo accomunati da una sostanziale ‘fragilità’, diciamo pure ‘impotenza’ difronte a determinati fatti. Riusciremo a introiettare questa ‘impotenza’? E se il processo psicologico riuscirà, in cosa si tradurrà dal punto di vista sociale?

La pandemia ci ha repentinamente connesso con tre evidenze: l’interdipendenza, la realtà è relazione e l’impermanenza. Un primo insegnamento è quello di accogliere e stare con l’incertezza e sviluppare la consapevolezza che tutti noi siamo interdipendenti, lo siamo non solo tra umani, bensì con tutto il pianeta e che la realtà e relazione. Questa è una delle scoperte sul mondo operata dalla fisica meccanica quantistica, forse la più profonda e difficile. Come dice Rovelli la teoria, infatti, non descrive come le cose ‘sono’: descrive come le cose ‘accadono’ ed ‘influiscono una sull’altra’. Non descrive dov’è una particella, ma dove la particella ‘si fa vedere dalle altre’. Il modo delle cose esistenti è ‘ridotto’ al modo delle interazioni possibili. La realtà è ‘ridotta’ a interazione. La realtà è ‘ridotta’ a relazione. Non c’è realtà, nel mondo descritto dalla meccanica quantistica, senza relazione fra i vari sistemi. Non sono le cose che possono entrare in relazione, ma sono le relazioni che danno origine alle cose. Gli eventi della natura sono sempre delle interazioni. Tutti gli eventi di un sistema occorrono a un altro sistema. La quantistica ci ha insegnato a non pensare in termini di cose che stanno in questo o quello stato, bensì in termini di processi.

Acquisire la consapevolezza della nostra impermanenza potrebbe farci assumere comportamenti e decisioni sostenibili e per il futuro di tutti e di ciascuno e soprattutto delle nuove generazioni, siamo ancora in tempo anche se non abbiamo molto tempo.

Il processo che il nostro gruppo -Università di Pisa e DPC&M (Dialogical Practice Coaching & Mindfulness)- sta mettendo in atto per la costruzione di una cittadinanza planetaria, attraverso l’approccio dialogico integrato alla mindfulness e al coaching, promuove-sviluppa-accelera -integra-sostiene-cura le relazioni tra e con le persone, tra e con le differenti parti del sistema, aprendo ad altri sistemi. È un processo inclusivo innovativo dinamico e continuo, una innovazione sociale per affrontare la ripresa, per implementare la consapevolezza e la resilienza collettiva, come già detto: spazi nuovi e tempi nuovi.

Altra grande sberla che mi pare ci faccia un gran bene, è che in un attimo è crollato il mito della scienza che tutto su questo pianeta può controllare, che poi altro non è che una delle componenti del senso di onnipotenza di questa umanità-bambina. Usciremo adulti? Sia psicologicamente che socialmente?

Credo che tutti noi abbiamo bisogno di più cultura scientifica, evitando di farla diventare un’altra religione. Abbiamo bisogno di più educazione e istruzione per tutti. Abbiamo bisogno di più capacità critica. La scuola, l’università e la ricerca hanno molto da lavorare in questo senso. L’umanità sta affrontando un cammino di sofferenza difficile e tortuoso, può essere una crisi di crescita, verso l’età adulta, verso ‘l’homo dialogicus’, oppure può incamminarsi verso l’autodistruzione. 

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