martedì, Luglio 14

Coronavirus in Iran: l’arma americana, la vergogna europea Gli USA non allentano le sanzioni, l’Europa non si vede, assente ingiustificata, e all’Iran nessuno vende medicine e attrezzature mediche. Ne parliamo con Raffaele Mauriello, professore all’Università Allameh Tabataba’i di Teheran

0

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Iran è il terzo Paese, dopo Cina e Italia, per coronavirus COVID-19, con 17.361 contagi, secondo i dati aggiornati a ieri, e verificabili in tempo reale.
Da alcune settimane, in Europa come negli Stati Uniti, circolano notizie sulla situazione del Paese che hanno del catastrofico. Quello che appare è un Paese in ginocchio, dove il sistema di fatto è già crollato, arreso alle fosse comuni, dove la gente ha voltato le spalle ai suoi vertici istituzionali, e i religiosi hanno smesso di guidare le preghiere, vinti dal virus. Un Paese vinto, caduto sotto i colpi della sua ideologia e della strategia della ‘massima pressione’ americana.

Raffaele Mauriello, professore all’Università Allameh Tabataba’i di Teheran e docente al Master in Geopolitica e Sicurezza Globale dell’Università la Sapienza di Roma, vive e lavora in Iran da circa 10 -ma le sue frequentazioni del Paese sono ben più datate-, ci racconta un Paese che non è certo quello di cui sopra. Sicuramente un Paese in forte difficoltà causa il coronavirus e già da prima, da quando le sanzioni americane avevano iniziato a colpire duro, con l’inflazione che in 18 mesi è arrivata al 40% e un deficit commerciale non petrolifero che ha raggiunto 1,68 miliardi di dollari, il blocco delle esportazioni petrolifere, ma altrettanto certamente un Paese tutt’altro che vinto, anzi. In quel che dice il professor Mauriello, e in alcune cose che stanno accadendo, c’è perfino la proiezione che qualcosa di positivo possa accadere non troppo lontano nel tempo. Qualcosa di positivo per il Paese, un po’ meno per l’Europa e per gli Stati Uniti.

Una parola che ritorna spesso nella conversazione con il professore è ‘vergogna’, la ‘vergogna’ di “uno come me da sempre profondamente europeista”, la vergogna per una UE “assente ingiustificata” e ingiustificabile davanti a qualsiasi tribunale. Ora, ci dice prima di chiudere, “sarà difficile guardare in faccia i miei studenti quando qui riprenderanno le lezioni”.

Professore, in primo luogo ci dica quel che davvero lì sta accadendo. Quale la situazione reale della diffusione del COVID-19? Le informazioni che arrivano sono catastrofiche

Io, da cittadino italiano in Iran, due Paesi dove c’è una forte crisi, mi trovo vivere una sorta di paradosso. I miei studenti iraniani mi scrivono preoccupati di quanto sentono raccontare dell’Italia, e dall’Italia mi scrivete preoccupati per quanto vi raccontano starebbe accadendo qui. Mi pare ci sia cattiva informazione dai due lati. La situazione è grave, certo, ma non catastrofica come descritto dai media occidentali. Quella che gira è propaganda.
L’Iran ha chiuso da subito le scuole e le università. E ha messo in campo misure meno coercitive dell’Italia, sì, ma non per questo meno stringenti. Ha immediatamente chiesto agli iraniani di non muoversi di casa o comunque di farlo il meno possibile. Siamo nei giorni che precedono il capodanno iraniano, il Norouz , in questo periodo le strade erano affollate, invece non c’è molta gente in strada quest’anno.

Parliamo della situazione sanitaria.
Abbiamo i dati ufficiali del Governo che sono quelli dell’OMS. Quello che poi si può ipotizzare è che nella realtà i numeri siano maggiori, ma non lo possiamo sapere con certezza perché mancano i tamponi. Per tanto, buona parte delle analisi per verificare se una persona è malata di COVID-19 non si possono fare, non si può avere il dato scientifico che comprovi la malattia di un individuo o la sua morte per COVID-19. L’analisi per capire se una persona è morta o è malata di COVID-19 viene condotta solo in base alla sintomatologia. Quindi è impossibile avere numeri certi. Ripeto: non abbiamo i kit per i test. E questo glielo posso assicurare in prima persona perché mio cognato, oltre essere docente universitario, è direttore della rianimazione di un ospedale a Teheran. L’OMS è venuto in Iran, ha verificato la situazione, e ha elogiato il Paese per come sta gestendo la crisi. Certo abbiamo la sensazione che ci sia un alto numero di malati e di morti per COVID-19, ma non avendo i tamponi non possiamo ‘misurarlo’. Per altro, c’è anche un alto numero di persone che guariscono da quella che, in base alla sintomatologia, si ritiene sia coronavirus.

Mi spiego. L’Iran ha un buon sistema sanitario, cioè ottimi medici e infermieri, e in quantità, non c’è carenza di personale sanitario, ed è personale ottimamente preparato. Il problema non sono gli ospedali o i medici o gli infermieri. Il problema sono le sanzioni che non permettono all’Iran di avere accesso oltre che ai tamponi, ai medicinali, alla strumentazione del caso, come gli oramai famosi ventilatori polmonari, che l’Iran non ha, non ha modo di avere se non comprandoli e comprarli è impossibile.

Alcune corrispondenze dall’Iran parlano di fosse comuni. Le risulta?

Ecco, questa è propaganda. Le spiego il lavoro che è stato fatto a Qom, epicentro dell’epidemia nel Paese. Non sono assolutamente fossi comuni. E’ l’Amministrazione cittadina che ha preparato un cimitero, ovvero una serie di fosse, per poi farsi carico del seppellimento dei morti. Le motivazioni di questo allestimento preventivo sono strettamente religiose. Nell’Islam quando uno muore deve essere seppellito immediatamente, non può essere conservato cadavere nelle celle frigorifere, come da noi. L’Amministrazione si è organizzata per seppellire un numero molto alto di morti, che purtroppo le autorità locali prevedevano, prevedono, essendo il focolaio di coronavirus. Da qui la serie di fosse approntate, perché fossero subito pronte per seppellire i morti, come l’Islam richiede. Per tanto la storia è semplice, sporca propaganda, partita dagli Stati Uniti, dal ‘Washington Post’.

Torniamo a quanto impedisce all’Iran di far fronte al COVID-19

L’Iran ha i fondi per comprare i medicinali e la strumentazione necessaria, il problema è che le aziende produttrici non vendono all’Iran per timore delle sanzioni unilaterali degli Stati Uniti. In un momento di crisi umanitaria gli Stati Uniti aumentano le sanzioni contro l’Iran –lo hanno appena fatto– invece di aprire uno spiraglio utile a far fronte alla crisi. Per altro il problema è internazionale, perché l’Iran confina con molti Paesi, molta gente ha viaggiato in Iran da questi Paesi. E’ un interesse internazionale, in questo momento, controllare l’impatto del virus in Iran. E invece non si sta facendo. Anzi, si fa l’opposto. La Cina sta aiutando moltissimo l’Iran. La Turchia lo sta facendo in piccola misura. Il Giappone anche. Ma l’Europa nulla.

Ecco, parliamo di Europa e quali sono le aziende che si rifiutano di vendere medicinali e strumentazione medica all’Iran?

Tutte praticamente. Un caso particolare è la Svizzera, che ha aperto un proprio canale per la vendita di medicinali, il Swiss Humanitarian Trade Arrangement. Gli Stati Uniti hanno tentato di bloccare anche questo unico canale. Spieghiamo bene. In questo momento non ci sono sanzioni internazionali che impedisco all’Iran di avere materiale medicale -e anche altro materiale, ma medicinali in primis. Sono sanzioni unilaterali degli Stati Uniti che praticamente minacciano le aziende a livello finanziario perché non facciano commercio con l’Iran. L’Iran se vuole medicinali li deve chiaramente pagare, il sistema finanziario è controllato dal dollaro, le aziende, tutte le aziende, hanno paura di essere poi penalizzate dagli Stati Uniti. L’Europa che produce medicinali avrebbe interesse a venderli all’Iran, nessuna sua propria sanzione impedisce di farlo, ma non lo fa perché ha timore di essere poi penalizzata dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti, insomma, stanno impedendo alle aziende di fare commercio umanitario; è una situazione davvero gravissima, vergognosa.

Neanche le istituzioni europee si stanno muovendo?

No. L’Europa non ha fatto nulla, non ha mosso un dito. L’Europa è assolutamente assente. Assente ingiustificata. L’unico Paese che ha fatto qualcosa è un Paese che non fa parte della Ue, la Svizzera, appunto. L’assenza dell’Europa -l’Europa dell’accordo nucleare, latitante anche in quel caso,quando gli USA ne uscirono senza essere sanzionati come avrebbe dovuto essere da parte di Bruxelles- nella crisi umanitaria iraniana, è qualcosa che a europeisti convinti come me lascia senza parole. Non si è visto un aereo dall’Europa. Arrivano continuamente aerei dalla Cina, qualcosa dalla Turchia, nulla dall’Europa, per un Paese al quale viene impedito di avere accesso ai medicinali, in questo caso davvero ‘salvavita’. Nessuno in Europa in questo momento sta vendendo ventilatori o altra strumentazione o anche solo medicinali ‘semplici’. Perchè poi l’Iran -che sta, come l’Italia, facendo sperimentazioni con alcuni medicinali- avrebbe le capacità per fare azioni quali cambiare alcune composizioni. Ma non ha nemmeno possibilità di fare questo. Eppure, dal mio punto di vista, sta facendo un ottimo lavoro con buoni risultati per contenere il virus.

L’Iran ha chiesto un prestito al Fondo monetario internazionale (FMI) per far fronte al COVID-19. Il FMI ha accettato e messo a disposizione 50 miliardi di dollari di assistenza finanziaria. Come dobbiamo interpretare questo fatto? L’FMI è controllato dagli USA, alcuni osservatori hanno letto la cosa come una sorta di arresa dell’Iran agli Stati Uniti?

Assolutamente no. Le sanzioni colpiscono soprattutto la vendita del petrolio. L’Iran ha una economia complessa, non dipende solo dal petrolio, ma il petrolio garantisce la liquidità internazionale. In questo momento l’Iran ha una grande carenza di liquidità internazionale, visto anche che l’Iran ha ingenti fondi bloccati in diverse banche, bloccati perché le sanzioni americane ne bloccano l’accesso. A questo punto l’Iran ha pensato, correttamente dal mio punto di vista, di chiedere liquidità al FMI. E questo non solo per controllare il virus, ma soprattutto perché è importante in un momento -e tutti o quasi i governi stranieri lo stanno dimostrando- fare investimenti sull’economia reale per il dopo-virus. Per fare investimenti l’Iran, oltre utilizzare le proprie riserve -e negli anni l’Iran, sapendo di essere in uno stato di guerra non dichiarata, è stato molto attento a mettere molte riserve da parte-, deve avere altra liquidità. Quella richiesta e ottenuta, appunto, dal Fondo Monetario Internazionale. Per tanto questo prestito servirà certo per le attività funzionali a contenere il virus, ma in anche e soprattutto per gli investimenti.

Questo significa che poi si dovrà adattare alle così dette ‘ricette del Fondo’?

Si, certo, ma l’Iran ha una grande competenza in termini di diplomazia e finanza internazionale. In questo gli iraniani hanno da essere ottimisti. Anche perché l’Iran questa fondi li ha, non li ha disponibili, non li ha disponibili in questo momento, ma li ha, per tanto non ha problemi a restituirli, come molti dei Paesi nei quali l’FMI interviene.

Insomma, detto semplificando al massimo, è quasi un accedere ai propri fondi invece che dalla propria banca, inaccessibile, da una qualsiasi altra banca, dando a garanzia quei fondi ai quali non si ha accesso. Allora professore, se io dicessi che il prestito FMI sarà lo strumento attraverso il quale l’Iran vedrà sbloccati quei fondi nelle banche straniere, e che quei fondi andranno a ripagare l’FMI, sbaglierei?

In un certo senso, la sua affermazione riflette questo stato di cose. Io faccio l’accademico, per cui cerco di mantenermi il più possibile vicino ai fatti come sono. Di fatto alcuni analisti hanno affermato qualcosa del genere, sostenendo, in sintesi, quanto segue: considerando che da quando l’Amministrazione Trump ha lanciato la sua campagna di sanzioni ‘massima pressione’, l’Iran ha faticato ad accedere liberamente alle ampie riserve di valuta estera -stimate in circa 70 miliardi di dollari- che mantiene in conti in tutto il mondo, causa l’esitazione delle banche centrali, comprese le banche centrali europee, la Banca del Giappone e la Reserve Bank of India, per timore di compromettere i loro legami con il sistema finanziario statunitense, l’Iran, chiedendo il prestito al FMI di fatto sta chiedendo alla direzione del Fondo di ottenere l’approvazione all’accesso ai fondi dall’Amministrazione Trump per aprire quel canale finanziario che la Banca centrale dell’Iran ha trovato sempre più chiuso.

Alcuni osservatori notano come questo coronavirus in qualche modo potrebbe cambiare il Paese, considerando che per la prima volta la scienza ha la meglio sulla religione. Che ne pensa?
Il coronavirus in realtà ha fatto venire fuori quello che l’Iran di fatto è. Il fenomeno religioso qui assomiglia molto al fenomeno religioso italiano di un trentennio fa. C’è l’identificazione del Paese nella religione, ma tutto l’establiment religioso si è espresso immediatamente per la chiusura di tutte le attività religiose. Il leader del Paese, il capo di Stato, ha dichiarato che i medici e gli infermieri morti nel combattere il virus sono martiri. L’affermazione ha un significato economico, perché alle famiglie dei martiri è garantita l’assistenza economica, dalla pensione ai figli che hanno diritto di entrare all’Università per una via preferenziale. Il coronavirus non ha laicizzato il Paese, ha dimostrato quello che è, ha dimostrato che l’Islam è un fenomeno molto più complesso di come lo vediamo noi. L’establiment sciita non ha esitato a dire che le istituzioni dello Stato sono più importanti delle credenze. Hanno chiuso i centri più importanti luoghi di culto dimostrando che fermare il virus era più importante che andare a pregare.

Il COVID-19 accelera, rallenta, o è indifferente per un nuovo accordo sul nucleare?

Il Parlamento, quando tornerà riunirsi, a seguito delle elezioni parlamentari dello scorso 21 febbraio, sarà a maggioranza conservatore -posto che i conservatori non sono un blocco unico, ci sono molte differenze all’interno. La popolazione iraniana, poi, si ricorderà di quanto sta accadendo, del fatto che gli Stati Uniti nemmeno in una crisi umanitaria pesantissima come questa, dove è in gioco la vita di migliaia di uomini e donne, hanno tolto le sanzioni, si ricorderà della totale assenza dell’Europa. Allora mi domando: chi farà questo nuovo accordo? Chi andrà trattare? Chi sarà tanto credibile da andare a trattare?

Non c’è dunque speranza per un accordo mi sta dicendo? ma se è così, cosa significherà per l’Iran e il suo futuro?

Non è esattamente così. Tutti dicevano che l’accordo precedente non si sarebbe mai fatto perché il leader del Paese non l’avrebbe mai firmato. Bene, lo ha firmato. Il Paese ha una forte vocazione pragmatica in politica internazionale. Non escludo, quindi, un accordo, magari non nel senso che si firmerà qualcosa, ma nel senso di un compromesso geopolitico. L’Iran valuterà quale sarà il proprio interesse nazionale, e se valuterà che è suo interesse nazionale trovare una qualche intesa, qualcosa accadrà. Questo è da capire bene: l’Iran non agisce in senso ideologico, senza senso, sono gli altri, caso mai, che lo fanno. L’Iran agisce in maniera pragmatica, valuta i propri interessi e agisce di conseguenza. La Siria ne è un esempio. L’Iran può arrivare a compromessi, ma significa che può fare o non fare certe cose in cambio di altre. La strategia della ‘massima pressione’ non funziona, anzi, è proprio un disastro. Di questo disastro ne sono vittima gli iraniani ma anche gli europei e gli italiani.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore