lunedì, Aprile 6

Coronavirus in Burundi: il regime non interviene, si affida a Dio I motivi del non intervento, che mettono a rischio l’intera regione, sono di ordine politico e economico-sanitari. Il virus potrebbe dare motivo a Pierre Nkurunziza di rinviare le elezioni presidenziali e lasciarlo al potere

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«Non è la prima volta che il mondo è sconvolto da calamità ma, ogni volta il Burundi è stato risparmiato perché noi crediamo in Dio. Il Burundi sarà risparmiato dall’epidemia di COVID-19 e diventerà una eccezione perché è un Paese che ha posto Dio sopra ogni altra cosa. Noi abbiamo stretto un accordo speciale con Dio che ha promesso di proteggerci dalla pandemia mondiale, in virtù della relazione speciale tra Dio e il Burundi». Questa la dichiarazione del portavoce della Presidenza, Jean-Claude Karerwa Ndenzako, rilasciata alla ‘BBC’ durante una trasmissione radiofonica in kirundi.

Alla domanda su quali misure di contenimento sono state prese per impedire il contagio a livello nazionale, il portavoce della Presidenza ha risposto che sono state diffuse le raccomandazioni di prevenzione igienica dell’OMS. Il presidente (illegittimo dal 2015) Pierre Nkurunziza ha nominato un Comitato di Monitoraggio. Nulla di più. «Attualmente nessun caso di contagio è stato registrato nel nostro Paese. Se vi saranno vedremo di applicare nuove misure preventive», rassicura Ndenzako.

Dal 2015 il Paese sta affrontando una gravissima crisi politica ed economica, sorta dal rifiuto della popolazione di accettare un terzo mandato presidenziale del ex Signore della Guerra Pierre Nkurunziza, al potere dal 2005 grazie a funesti accordi di pace (Arusha 2000) pilotati da Stati Uniti, Francia, Sudafrica e Comunità di Sant’Egidio, tutti attori convinti che un criminale di guerra poteva essere controllato una volta giunto al potere. Nkurunziza durante la guerra civile (1993 – 2004) era a capo di una guerriglia genocidaria hutu, il FDD (Forze in Difesa della Democrazia), e si è macchiato di numerosi massacri di civili (sia hutu che tutsi), compreso lo sterminio di migliaia di donne e bambini.

La maggior parte dei fautori della pace di Arusha 2000 hanno preso le distanze dal regime, ad eccezione di un zoccolo duro di origine cattolica che continua velatamente a sostenere il regime, affermando che Nkurunziza sia il «male minore»nella caotica e confusa situazione del piccolo Paese dell’Africa Centrale. Dal 2015 ad oggi la maggioranza dei leader dell’opposizione politica, società civile e attivisti in difesa dei diritti umani sono stati assassinati o costretti all’esilio. Si calcola che la violenta repressione delle proteste popolari dell’aprile 2015, e le successive ondate di violenze, abbiano fatto oltre 10.000 vittime tra la popolazione civile.

È stata creata una milizia paramilitare su base ideologica di supremazia razziale: le Imbonerakure (quelli che vedono lontano) utilizzata per le esecuzioni extra giudiziarie. Si è stretto una alleanza politica militare con il gruppo terroristico ruandese FDLR (Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda), responsabile del genocidio ruandese del 1994. Le FDLR dal 2016 controllano gran parte delle forze di difesa burundesi, influenzando la politica interna in previsione di tornare a invadere il vicino Rwanda. Le numerose e aberranti violazioni dei diritti umani hanno costretto quasi 500.000 burundesi a fuggire dal Paese, diventando profughi nelle vicine Nazioni.

È stata aperta una inchiesta per crimini contro l’umanità presso la Corte Penale Internazionale a cui il regime ha tentato di sottrarsi uscendo dalla CPI. Unione Europea e Stati Uniti hanno imposto pesanti sanzioni economiche che, assieme alla sistematica rapina delle scarse risorse finanziarie rimaste (compresi gli aiuti umanitari) da parte del regime, ha letteralmente distrutto l’economia nazionale.

Un nucleo di guerriglieri composto dalle formazioni RED Tabara e FOREBU controllano parte di territori al nord del Burundi e sono stanziate nel vicino Congo, pronte a lanciare l’offensiva per liberare il Paese. Le relazioni diplomatiche tra Burundi, Congo e Rwanda sono ai minimi storici. Relazioni che hanno causato lo scoppio di una guerra segreta combattuta nelle province est del Congo tra il marzo 2019 e il febbraio 2020 dove le forze burundesi sono state sconfitte.

È in questo drammatico contesto che la Presidenza ha di fatto deciso di abbandonare la popolazione al rischio di contagio da coronavirus. Il portavoceNdenzako ha dichiarato alla ‘BBC’ che il Governo non ha ritenuto opportuno prendere provvedimenti restrittivi come la chiusura di discoteche, bar o il divieto di partecipare a delle manifestazioni culturali, religiose o politiche. A questo proposito il partito al potere, il CNDD-FDD, sta organizzando grandi meeting in previsione della campagna elettorale per le elezioni presidenziali previste per il prossimo maggio. Per evitare il contagio il regime invita i partecipanti delle manifestazioni a non stringersi le mani, sconsigliando però di indossare mascherine per non «dare una impressione negativa all’esterno e per non allarmare la popolazione».

Secondo il portavoce della Presidenza, le elezioni del prossimo maggio si terranno regolarmente. Affermazione messa in dubbio daBBC’, visto la grave crisi interna al partito CNDD, che vede uno scontro tra il dittatore Pierre Nkurunziza e il candidato alle Presidenziali, il generale Evariste Ndayishimiye.
Secondo alcuni esperti regionali,
le elezioni potrebbero essere rinviate proprio utilizzando la scusa dell’epidemia COVID-19, dichiarando lo Stato di Emergenza nazionale. In quel caso Nkurunziza rimanerebbe in carica come Capo di Stato. Questa eventualità è stata subdolamente ventilata anche dal portavoce presidenziale durante l’intervista alla ‘BBC’, nonostante le folli dichiarazioni sulle presunte protezioni divine: «Leelezioni potrebbero essere rinviate solo nel caso che il virus minacci il Paese con contagi generalizzati, obbligandoci a dichiarare lo Stato di Emergenza come hanno fatto altri governi in Italia o altrove».

Quali sono le vere ragioni che hanno spinto il regime di Gitega a rinunciare al dovere di proteggere la salute dei suoi cittadini? affidandosi alla religione per scongiurare l’epidemia. Due le principali ragioni. La prima politica e la seconda economico-sanitaria.

La decisione di Pierre Nkurunziza di non presentarsi alle elezioni, accedendo al quarto mandato presidenziale, è stata dettata da pressioni internazionali e interne al partito al potere e all’Esercito. Di fatto Nkurunziza è stato costretto a proporre il generale Ndayishimiye come candidato del CNDD-FDD a causa di un rapporto di forze all’interno del regime a lui sfavorevole. Pur tutelandosi con la nomina di ‘Guida del Patriottismo’, assegnandosi poteri superiori al Parlamento e allo stesso futuro Presidente, Pierre Nkurunziza teme di fare la fine dei suoi omologhi in Congo (Joseph Kabila) o in Angola(Carlos Dos Santos), che sono stati traditi proprio dai delfini da loro scelti una volta che quest’ultimi hanno assunto la nomina di Capo di Stato.
Per scongiurare questo scenario, Nkurunziza sta studiando ogni possibilità per rinviare o annullare le elezioni. Tra queste possibilità vi è quella di sfruttare il rischio di epidemia da COVID-19, dichiarando lo Stato di Emergenza nazionale. La decisione di ignorare il rischio di contagio e di non mettere in pratica nessuna misura di contenimento sembra andare nella direzione opposta. In realtà questa folle decisione (che priva la popolazione della tutela sanitaria nel bel mezzo di una pandemia mondiale) potrebbe essere il frutto di una lotta interna al regime che vede al momento favorito il generale Ndayishimiye.

Secondo informazioni riservate, la decisione presa sulle misure anticontagio sarebbe una manovra del generale Ndayishimiye per impedire a Nkurunziza di sfruttare il rischio di epidemia, annullare le elezioni e rimanere Presidente. Secondo gli esperti regionali, l’atteggiamento del regime verso il COVID-19 potrà cambiare radicalmente non se inizieranno a sorgere casi reali e diffusi di contagio, ma se la fazione proNkurunziza riuscirà a rafforzarsi all’interno del CNDD-FDD divenendo predominante. In tal caso si potrebbe assistere nelle prossime settimane una inversione delle decisioni prese. Gli eventuali casi di contagio potrebbero essere triplicati artificialmente per ragioni politiche tese a giustificare lo Stato di Emergenza, rinviando così le elezioni.

Vi è anche il fattore sanitarioeconomico che ha inciso sulla decisione del regime di abbandonare la popolazione, esponendola ad alti rischi di contagio. In questi 15 anni di potere Nkurunziza e il CNDD-FDD hanno attuato una immensa rapina delle risorse finanziarie e naturali del Paese, mettendo al riparo in conti bancari esteri il ‘bottino’. Tra i settori più colpiti vi è la Sanità, già seriamente compromessa dai precedenti 10 anni di guerra civile. Dal 2011 il Governo non fornisce più dati sulla situazione della Sanità Pubblica nel Paese, che conta 10.524.000 abitanti (94% di essi costretti a vivere con 820 dollari all’anno: 68,33 dollari al mese). Gli unici dati (assai scarni) sono forniti dall’OMS. Aspettativa di vita: 58 anni. Mortalità infantile 58/1000. Spesa sanitaria pro capita annuale: 58 dollari (4,8 dollari mensile per assicurare le cure del singolo cittadino). Totale del PIL speso per la Sanità: 7,5%.
I centri sanitari, dislocati sul territorio nazionale, vedono le infrastrutture semi
distrutte o necessitare di interventi strutturali. Cinque degli ospedali generali del Paese si trovano a Bujumbura. Nonostante negli ultimi 7 anni si siano costruiti nuovi ospedali distrettuali, essi mancano di attrezzature, laboratori, personale medico,disinfettanti e medicine. In pratica non possono offrire nemmeno l’assistenza di base alla popolazione. La situazione non cambia presso gli ospedali generali. «In ospedale si va per morire»,afferma la popolazione.
Vi è scarsità di ambulanze. Nelle zone rurali i malati vengono trasportati con le carriole al centro sanitario più prossimo. Esiste, inoltre, una
fuga dei medici. Nel 2004 (ultimo anno della guerra civile) vi erano 0,3 medici per 10.000 abitanti. Ora ve ne sono 0,1. Il OMS fissa come standard minimo accettabile 01 medico ogni 10.000 abitanti. Nel solo 2017, 100 medici specialisti burundesi avevano abbandonato il Paese per lavorare in Francia. Dal 2015 (inizio della crisi politica) il numero di medici è ulteriormente diminuito. Decine di essi sono stati costretti a fuggire o sono stati uccisi, in quanto appartenenti alla etnia tutsi o sospettati di essere degli oppositori politici.
In tutto il Burundi esistono 6 chirurghi e 10 anestesisti. I posti di ICU (Intensive Care Unit) ammontano a 24, tutti a Bujumbura. Il numero di ventilatori per la respirazione artificiale in tutto il Paese ammonta a 8. A questo si aggiunge che il settore della sanità privata non ha investito nel Paese, considerato finanziariamente non orientabile a causa della estrema povertà in cui versa la popolazione. Ci sono solo alcuni ospedali gestiti da enti religiosi, ma privi di ICU.

Analizzando la disastrosa situazione della sanità pubblica in Burundi, è facile comprendere come il regime non sia in grado di affrontare una epidemia nazionale di COVID-19. Inoltre, non vi è alcuna intenzione di mettere a disposizione fondi nemmeno per compare qualche centinaio di kit di tamponi. I pochi fondi rimasti servono per comprare armi, pagare i mercenari ruandesi delle FDLR, e far fare una vita da nababbi ai gerarchi del regime.

Alcuni esperti sanitari regionali hanno valutato che se dovesse scoppiare un contagio generalizzato di COVID-19 la mortalità potrebbe arrivare al 12%, con 1,26 milioni di morti, anche in considerazione del alto tasso di malnutrizione sia infantile che adulta, causato dalle sanzioni economiche e dalle sistematiche rapine attuate dal Presidente e dai suoi gerarchi.
22.414 bambini tra i 0 e il 59 mesi soffrono di malnutrizione grave. La malnutrizione cronica dei bambini tra i 6 e 10 anni è del 57%, mentre quella grave del 25,6%. Il 50% della popolazione adulta soffre di malnutrizione cronica,
mentre il 30% della popolazione totale riporta insufficienza del rapporto pesoetà che compromette seriamente le difese immunitarie. Se dovesse scoppiare una epidemia di Coronavirus in Burundi ci sarebbe una vera e propria ecatombe.

Prima della decisione del regime di affidarsi a Dio e non agire per contenere il rischio di contagio da COVID-19, si era istituito un centro di quarantena a Bujumbura, requisendo l’Hotel Source du Nil dove dovevano essere collocati i casi sospetti, individuati all’aeroporto, e per accogliere qualunque cittadino che intenda sottoporsi a quarantena volontaria. Il centro di quarantena sarebbe finanziato dal OMS. Secondo le ultime informazioni del Ministero della Sanità (del 13 marzo), presso l’Hotel Source du Nil sarebbero stati messi in quarantena 30 stranieri. Vi sarebbe anche un numero imprecisato di cittadini burundesi messi in quarantena. Secondo le denunce di attivisti della società civile, qualsiasi persona sottoposta a quarantena presso questo hotel può accorciare i tempi, restando anche solo 5 giorni, se paga ai poliziotti la somma di 200 dollari. Nessun test diagnostico è fatto alle persone sospette di contagio.

Il Ministro della Sanità tranquillizza la popolazione continuando a ripetere che nessun caso di contagio è stato trovato in Burundi fino ad oggi. Affermazione che sembra contraddetta dalla realtà. Vi sono forti sospetti che vari studenti burundesi rientrati dalla Cina possano essere contagiati, magari essere pazienti asintomatici. Il porta vocedel Ministero dalla Sanità giura che tutti le persone provenienti dalla Cina subiscono un test presso l’aeroporto internazionale di Bujumbura e sono obbligate a restare confinate nei loro domicili per un minimo di 14 giorni. Ma presso l’aeroporto internazionale (come nel resto del Paese) non sono disponibili di tamponi. Il personale sanitario si limita a rivelare la temperatura corporea. Secondo fonti locali le decine di studenti rientrati dalla Cina stanno liberamente circolando per il Paese.
Forti dubbi anche sulla quarantena degli stranieri che giungono nel Paese. Teoricamente il governo prevede una quarantena obbligatoria presso l’Hotel Source du Nil di 14 giorni. Varie testimonianze affermano che decine di cinesi evitano questa quarantena semplicemente corrompendo il personale medico e i poliziotti all’aereoporto internazionale.
Emblematico il
caso di un imprenditore europeogiunto da un focolaio di alto contagio in Europa la scorsa settimana che è riuscito a evitarsi la quarantena obbligatoria facendo intervenire direttamente il Presidente Nkurunziza, con cui ha stetti rapporti di amicizia e di affari. Ora questo concittadino europeo (di cui nessuno conosce il suo stato di salute) gestisce la sua attività commerciale a Bujumbura. Attività normalmente caratterizzata da un alto flusso di clientela. L’episodio ha fatto molto scalpore presso l’opinione pubblica nazionale, costringendo il Governo a smentite ufficiali. Le autorità affermano che l’imprenditore europeo sia rientrato nel Paese prima delle misure anticoronavirus, rifiutandosi però di pubblicare il suo visto di ingresso per disciogliere ogni dubbio.

La decisione presa dal regime di non attuare misure di contenimento, oltre a mettere in serio rischio la popolazione, già fisicamente debilitata dalla miseria e dalle violenze fisiche e psicologiche inferte dal regime, trasforma di fatto il Burundi in un potenziale focolaio di contagio regionale. Nonostante la crisi politica ed economica, il Paese continua avere molti scambi commerciali con il Kenya, la Tanzania, l’Uganda. Scambi che nel caso del Congo sono caratterizzati da un afflusso giornaliero di oltre 2.000 persone alle frontiere terrestri. Trattasi di congolesi che vanno a vendere la loro merce in Burundi e viceversa. Secondo l’ultimo rapporto OMS del 21 marzo, in Congo si sono registrati 14 casi di contagio. In Kenya 7. In Tanzania 12. In Rwanda 11.

Le autorità ugandesi informano del primo caso di contagio. Si tratta di un cittadino ugandese di 32 anni arrivato da Dubai. Allarmato dal primo caso di contagio, e considerando la sua età a rischio (73 anni), il Presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni, domenica 22 marzo, ha chiuso tutto le frontiere marittime (lago Vittoria e lago Alberto) terrestri e aree, isolando cosi’ il Paese dal resto del mondo.
L’Uganda
è il terzo Paese africano a isolarsi dal resto del mondo. Il primo è stata la Guinea Bissau, il 19 marzo scorso. Il secondo il Rwanda, che ha chiuso le frontiere aree e terrestri sabato 21 marzo. La Guinea Bissau, in pieno caos politico e costituzionale causato dalle elezioni presidenziali dello scorso dicembre, non e’ la prima volta che reagisce ad un rischio di pandemia chiudendo i suoi confini. Identico provvedimento era stato adottato dalle autorità di Bissau nell’agosto 2014, per impedire la diffusione del virus Ebola.

«Dinnanzi alla pandemia che minaccia l’umanità le autorità burundesi si rivolgono alla Bibbia, pensando che detengano un patto con Dio simile a quello stretto da Mosè. Una spiegazione folle che tenta di giustificare una decisione irrazionale e incompetente da parte della autorità governative chiamate a fronteggiare la minaccia del Coronavirus. Questa risposta distrugge tutti i tentativi iniziali fatti dal Ministero della Sanità che suggeriva serie misure di contenimento, conscio della fragilità del sistema sanitario nazionale. La popolazione è chiamata a sperare nella fede perché questo governo non ha niente da loro offrire»,spiega un editoriale pubblicato sul sito di informazione indipendente Burundi Daily Net’.
Il
Governo ha preso solo la decisione di sospendere tutti i voli internazionali. Nessun cittadino straniero potrà ora giungere nel Paese per limitare le possibilità di contagio.

Temo che anche questo provvedimento sia dettato da convenienza politica. Il Governo, stranamente non ha chiuso le frontiere terrestri ad esclusione di quella con il Rwanda. Quindi come farà a limitare le possibilità di contagio se quotidianamente arriveranno migliaia di persone, per esempio dal Congo, per il commercio spicciolo di cui non sappiamo nulla del loro stato di salute?
Temo che la decisione di impedire l’atterraggio dei voli internazionali presso l’aeroporto di Bujumbura abbia come obiettivo quella di impedire testimoni occidentali (siano essi uomini d’affari che operatori umanitari di ONG o funzionari ONU) durante una campagna elettorale già caratterizzata da crimini di guerra e inaudite violenze contro l’opposizione. Violenze destinate a triplicarsi nelle prossime settimane
”, osserva un leader della società civile protetto da anonimato.
Il sospetto che il regime voglia limitare la presenza di testimoni oculari durante il periodo della campagna elettorale e durante il voto è rafforzata dalla decisione di imporre una quarantena presso la propria residenza a tutti gli stranieri attualmente presenti nel Paese. Al momento questa disposizione è
in forma di ‘consiglio’, ma potrebbe nei prossimi giorni diventare un’obbligazione.

Le scuole, i mercati, gli stadi, le chiese e tutti gli altri luoghi pubblici non vengono fermati. Il regime chiede solo il rispetto delle misure igieniche, come non stringersi le mani e lavarsele frequentemente. Non si impone nemmeno la distanza di sicurezza di un metro.
Cosa più grave: il rispetto di queste misure igieniche sarà affidato alla
Polizia e alle milizie Imbonerakure, note per le gravi violazioni dei diritti umani e per una interminabile serie di esecuzioni extra giudiziarie. Nessuno tra i poliziotti o miliziani ha la ben che minima conoscenza delle misure igieniche di prevenzione. Lo rende noto il Capo della Polizia, Alian Guillaume Bunyoni, su cui grava una inchiesta della CPI per crimini contro l’umanità commessi tra il 2015 e il 2017.

Bunyoni, chiamato anche il macellaio di Bujumbura per il suo ruolo svolto durante le repressioni delle manifestazioni contro il regime della primavera 2015, è stato molto chiaro. Chiunque non rispetterà le misure igieniche dettate dal governo sarà considerato una persona nemica del Paese che intenzionalmente vuole sabotare tutti gli sforzi del governo per lottare contro la pandemia mondiale del COVID-19. Quindi può essere arrestato immediatamente e accusato di alto tradimento. Questa misura repressiva, associata ad una totale assenza di efficaci e serie misure di contenimento del contagio, significa solo una cosa. È un pretesto per nascondere gli arresti e le esecuzioni extra giudiziarie delle milizie Imbonerakure contro gli oppositori, primi tra tutti i membri del partito Congresso Nazionale di Liberazione – CNL di Agathon Rwasa che in questi ultimi mesi ha subito delle vere e proprie decimazioni e assassini a catena”, dichiara il leader della Società Civile.

Le possibilità di contagio tramite raduni e manifestazioni di massa stanno aumentando, addirittura promosse dalle stesse autorità governative, per scopi di propaganda politica ed elettorale.
Il 18 marzo presso la frontiera con il Congo, Gatumba, le autorità e i simpatizzanti del regime hanno
festeggiato l’arrivo di 1628 profughi burundesi espulsi dalle autorità congolesi. La manifestazione ha coinvolto oltre 2000 persone e non vi è stato alcun controllo dello stato di salute dei rifugiati rientrati, che ora si sono sparsi nella capitale e nel distretto di Bujumbura Rural.
Il 19 marzo vi è stata una
grande manifestazione in occasione della visita della fabbrica di cemento BUCECO che ha iniziato la produzione di cimento calibro 32,5 e 42,5.
In queste settimane il partito al potere è impegnato ad organizzare i primi meeting della campagna elettorale che verranno svolti in largo anticipo rispetto alla data ufficiale di inizio: 17 aprile, al fine di apportare un vantaggio sull’opposizione.

OMS, le potenze regionali e la comunità internazionale sono rimaste allibite dalla decisione presa dal regime burundese, e iniziano a preoccuparsi seriamente, sia per la sorte della popolazione che dell’eventualità che il Burundi si trasformi in un focolaio regionale per la diffusione del COVID-19. Eppure il regime di Gitega rimane fermo sulla sua decisione. «Lo confermo e lo attesto! Non dico che l’epidemia non può arrivare in Burundi. Per questo siamo pronti a prendere delle misure adeguate in caso di contagio diffuso. Ma, attenzione, non le stiamo prendendo ora perché sappiamo che il Burundi è protetto avendo firmato un patto speciale con Dio. Saremo tutti salvi, che lo crediate o no», riafferma alla ‘BBC’ il portavoce della Presidenza, Jean-Claude Karerwa Ndenzako, un giorno dopo la prima intervista.

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