domenica, Giugno 7

Coronavirus in America Latina: comunque vada sarà una deflagrazione Economie fragili, sistemi sanitari fortemente carenti in Paesi che per la sanità spendono meno dell’Africa, si preparano al tsunami al grido di ‘stare in casa’, ‘distanziamento sociale’, ‘stato di emergenza’, ‘stato d’eccezione’, ‘crisi sanitaria nazionale’

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Il tsunami coronavirus COVID-19 in America Latina non è ancora arrivato, ma il subcontinente si prepara. Secondo i dati OMS al 17 marzo, in America Latina e nei Caraibi si sfiorano i 1.000 casi, resta da capire quanti casi non rilevati via siano in giro per la regione, visto che i dati relativi ai test (i così detti tamponi) al momento non sono registrati, ma non sono comunque molti. Il Paese con il numero più alto di casi è il Brasile, con 234 casi segnalati, dove, il 26 febbraio, è stato rilevato il primo caso in assoluto in America Latina, seguito da Cile, con 156 casi confermati di COVID-19, poi Perù, Argentina.
Pochi casi rispetto alla situazione in altre aree, anche solo rispetto ai vicini Stati Uniti, ma i governi latinoamericani si stanno preparando, perché -posto che nessun scienziato se la sente di affermare che il caldo combatterà il virus- i latinoamericani per il momento non scommettono sul calore dei tropici.
I motivi che fanno dei pochi numeri un campanello di allarme, sono, per un verso, i contatti importanti con la Cina, con annessi importanti flussi di persone tra il subcontine
nte e la Cina, e per l’altro verso l’economia già in difficoltà prima che il virus apparisse all’orizzonte, e il sistema sanitario decisamente scarso. La Pan American Health Organization (PAHO) ha avvisato chiaramente che quello che sta accadendo ora è solo l’inizio, eha espresso preoccupazione per la tenuta dei sistemi sanitari di alcuni Paesi della regione.

Il 7 marzo, l’Argentina è stata la prima Nazione in America Latina ad annunciare una morte legata al virus. Il 15 marzo, il Presidente Alberto Fernández ha annunciato la sospensione dell’attività scolastica fino al 31 marzo e ha chiesto ai cittadini di rimanere a casa il più possibile e incoraggiato il telelavoro, oltre aver annullato tutti i voli in arrivo da Cina, Europa, Iran, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti e la quarantena di 14 giorni per i viaggiatori in arrivo da questi Paesi.

Il Brasile, Paese con circa 200 milioni di cittadini, ha il maggior numero di casi nell’area, ieri 17 marzo ha confermato la sua prima morte per COVID-19 a San Paolo. Le misure assunte sono state significative in termini finanziari e sul sistema sanitario. Si sta lavorando per assumere 5.000 nuovi medici e creare 2.000 nuovi posti letti in terapia intensiva, è statoincluso iltest COVID-19 come procedura obbligatoria nei piani di assicurazione sanitaria per i soggettisospetti, sono stati destinate oltre 1 miliardo di dollari di risorse finanziarie aggiuntive per il sistema sanitario. In compenso, vista la riluttanza delle autorità locali, il Governo federale si è limitato a raccomandare l’annullamento degli eventi pubblici e in alcune aree del Paese le scuole sono state chiuse. Gli stimoli economici al momento sono stati definiti in oltre 29 miliardi di dollari, volti ad per accelerare i pagamenti dell’assistenza sociale, rinviare le imposte sulle società e facilitare l’accesso dei lavoratori ai fondi di fine rapporto.

Il Cile chiude da oggi tutti i confini, consentendo solo ai cittadini cileni di rientrare nel Paese con una quarantena obbligatoria di due settimane. Chiuse le scuole e vietati gli eventi che coinvolgono più di 500 persone.

La Corte Suprema del Messico ha annunciato da oggi 18 marzo e fino al 19 aprile la sospensione di tutte le sue attività. Dal 20 marzo al 20 aprile scuole chiuse, e dal 23 marzo al 19 aprile è richiesta l’osservanza della così detta ‘distanza di sicurezza’ tra le persone, raccomandato il telelavoro, l’annullamento degli eventi che coinvolgono un gran numero di persone, e raccomandato l’annullamento dei viaggi non essenziali mentre saranno implementati i controlli negli aeroporti e si stanno per ora solo valutando maggiori controlli alla frontiera con gli Stati Uniti.

Lo scorso 15 marzo il Perù ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, della durata di 15 giorni, che pone severi controlli sul movimento delle persone all’interno del Paese.Chiusi tutti i confini e ora i peruviani sono tenuti a rimanere nelle loro case, uscendo solo per comprare cibo e medicine. Al lavoro solo i settori critici e strategici. Scuole ovviamente chiuse.
Anche il piccolo Costa Rica, l’Ecuador, l’Honduras hanno dichiarato lo stato di emergenza. Mentre a Cuba il Governo cubano ha arruolato l’industria tessile del Paese per fabbricare maschere di stoffa e intanto ha sollecitato la popolazione a produrre mascherine lavabili a casa usando tessuti a portata di mano.
La Bolivia ha chiuso, a partire da domani,tutte le frontiere terrestri, tranne che per il ritorno di cittadini e residenti e ha sospeso i voli internazionali. Altresì il Governo ha imposto la giornata lavorativa ridotta a cinque ore, ha chiuso bar, spazi per eventi,cinema, palestre, ha sospeso l’attività scolastica.
Gli altri Paesi dell’area hanno assunto più o meno tutti le stesse misure, sulla base del principio di ‘stare in casa’ e ‘distanziamento sociale’ hanno adottato le misure che ne discendono, che qualche volta diventano dichiarazioni di ‘stato di emergenza’, ‘stato d’eccezione’, ‘crisi sanitaria nazionale’. L’Americas Society/Council of the Americas segue l’andamento delle misure adottate quotidianamente.

Misure che hanno un pesante impatto sull’economia.

Secondo le previsioni il PIL 2020 dell’America Latina avrebbe dovuto toccare quota +1,6%, ora non ci sono ancora serie previsioni disponibili, per le quali bisogna attendere per capire se e come colpirà per davvero COVID-19, ma certamente i timori sono importanti, sia tra la gente, che in alcuni Paesi, dal Venezuela all’Argentina, già in sofferenza, sia all’interno delle varie cancellerie.

La Cina è il primo o il secondo partner commerciale per molti Paesi dell’America Latina, senza contare che la caduta dei prezzi del petrolio ha già provocato il crollo dei mercati e delle valute dell’America Latina.
Oltre alle misure nazionali, i Paesi centroamericani (Belize, Costa Rica, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Panama e Repubblica Dominicana) del Central American Integration System (SICA), hanno concordato, l’11 marzo, di creare un piano regionale per combattere la pandemia.Piano di emergenza regionale volto a integrare gli sforzi nazionali per la prevenzione, il contenimento e il trattamento di COVID-19 e per iniziative economico-finanziarie dinanzi alle organizzazioni finanziarie internazionali per garantire la disponibilità di risorse di emergenza.
La Cina è la seconda destinazione di esportazione dell’Argentina e l’epidemia sta già colpendo il commercio. Ad esempio, il 75 percento delle esportazioni di carne bovina argentina sono dirette nell’area asiatica e il valore di queste esportazioni in Cina è sceso del 33,4 percento da dicembre a gennaio.
Più ancora dell’Argentina, il Brasile ha un rapporto molto stretto con il Dragone. La Cina, infatti, è il principale partner commerciale del Brasile. Ilmercato azionario brasiliano è crollato del 7% a seguito delle notizie del primo caso, pari al più grande deprezzamento da maggio 2017. Il real è sceso al suo livello più basso rispetto al dollaro dalla creazione della valuta, nel 1994.

Il Cile pur esportando in Cina un terzo della sua produzione, non appare al momento particolarmente preoccupato, il Governo ha escluso i forti impatti paventati dagli economisti sulle esportazioni di materie prime, in particolare rame.
«Le economie più esposte sono il Cile, il Perù e, in una certa misura, il Brasile», ha affermato Alberto Ramos, responsabile della ricerca latinoamericana presso Goldman Sachs.«La principale fonte di rischio al ribasso è un deterioramento delle condizioni commerciali innescato da un profondo impatto duraturo di un rallentamento della Cina sui prezzi delle materie prime».
L’ultimo sondaggio mensile della Bank of America Merrill Lynch (BAML) sui gestori di fondi latinoamericani ha mostrato che il 56% afferma che il rallentamento della crescita e la domanda di materie prime in Cina rappresentano il rischio maggiore per la regione.

L‘economia del Messico stava ristagnando prima che l’epidemia COVID-19 chiudesse le fabbriche in tutto il mondo e il Governo in una prima fase ha adottato il ‘modello Trump’, prendere tempo minimizzando, limitare il danno economico. Gli economisti sono divisi sui rischi che corre il Paese. Quelli più pessimisti sottolineano alcuni elementi quali il turismo, che rappresenta circa un sesto dell’economia messicana, circa 1,3 trilioni di dollari. La moneta messicana ha dimostrato in queste settimane di patire.

La Cina è anche il principale partner commerciale del Perù, con il 30 percento delle sue esportazioni destinate al Paese asiatico. Goldman Sachs afferma che il Perù, insieme al Cile, è considerato l’economia più esposta dell’America Latina a causa del coronavirus.

Situazioni diverse nei diversi Paesi, ma in qualche modo tutti i Paesi dell’America Latina hanno patito economicamente l’interruzione delle catene di approvvigionamento, la reazione dei mercati e altri sviluppi che minano la crescita nel suo insieme, fanno notare gli analisti locali, ancor prima che il virus inizi a diffondersi a tassi importanti nella regione, il che spiega anche l’immediatezza delle misure di contenimento, a volte anche molto severe, come visto, malgrado un numero tutto sommato contenuto di casi.
La situazione della regione è dunque comunque preoccupante: la crisi economica causata dal coronavirus riduce ulteriormente le capacità dei governi latinoamericani di avere le entrate di cui hanno bisogno per combattere l’epidemia quando si farà davvero sentire.

In questo scenario il dato che determina la grave preoccupazione latinoamericana è la precaria situazione dei sistemi sanitari di tutti i Paesi dell’area. Gli analisti locali sintetizzano così: «La risposta dipende dalla forza del sistema sanitario di un Paese e, come tale, un sistema sanitario indebolito, con una mancanza di risorse umane,materiali e infrastrutture, troverà molto più difficile far fronte al virus».
L’America Latina investe meno in sanità rispetto alla maggior parte delle regioni: 949 dollari pro capite ogni anno, quasi quattro volte al di sotto della media OCSE di 3.973 dollari e persino meno del Medio Oriente e del Nord Africa (che spendono 1.420 dollari). I governi dell’America Latina spendono in media il 3,7% del PIL in sanità (la media OCSE è del 6,6%), e già combattono per mantenere questa percentuale, il che significa che non potranno aumentarla significativamente in occasione di questa crisi, in emergenza potranno al limite spostare risorse da altri capitoli di bilancio. «In uno scenario di problemi sanitari accumulati e gravi vincoli fiscali, le misure di contenimento contro le epidemie e gli sforzi per curare coloro che sono già malati tendono ad essere meno efficienti».

Al momento le strutture sanitarie sono già in sovracarico, emergenze delle dimensioni di quelle di alcuni Paesi europei, Italia in testa, farebbero crollare il sistema con tutta una scia terribile di morti.
L
America Latina affronta già altre epidemie, in particolare arbovirus – a dengue è un caso evidente. Queste malattie sono trasmesse da una varietà di vettori. Nel 2019, l’America Latina ha registrato un record di 1.538 decessi per febbre dengue.
Inoltre, la regione sta subendo un aumento anchedelle malattie non trasmissibili, tra cui il cancro e il diabete.
Non ultimo, il fattore economico. Nella maggior parte dei Paesi dell’America Latina, l’assistenza sanitaria è un diritto sociale, di fatto, però, l’accessoai servizi sanitari richiede esborsi importanti, il che li rende effettivamente vietati alle ampie fasce di poveri.
Dei 200 milioni di poveri in America Latina, si stima che il 70% non abbia accesso ai servizi sanitari di base. Un
rapporto ILO di fine 2019 recita: «In America Latina e nei Caraibi oltre 140 milioni di persone, ovvero un terzo della popolazione totale, non hanno accesso ai servizi sanitari, Ciò significa che una persona su tre nella regione non ha accesso permanente ai servizi di assistenza sanitaria.

Sebbene tutti i Paesi della regione riconoscano legalmente il diritto all’assistenza sanitaria, quasi uno su due abitanti -circa 218 milioni di persone-è escluso dai sistemi di sicurezza sociale, anche se alcuni di sono parzialmente coperti da altri sistemi pubblici o privati, un gran numero è comunque escluso per motivi finanziari, geografici o culturali. Si stima che 121 milioni di persone siano troppo povere per permettersi qualsiasi tipo di assistenza sanitaria e altri 107 milioni non hanno accesso a nessun tipo di servizio sanitariosemplicemente perché vivono in aree remote».

«Qualunque sarà l’impatto in altri Paesi, in Venezuela sarà più grave», così un medico specializzato in malattie infettive di Caracas che recentemente ha visto pazienti con sintomi del coronavirus, intervistato da ‘Wall Street Journal «Quando hai questo tipo di situazione in un paese, hai bisogno di più risorse di base e noi non le abbiamo».
La ‘situazione di questo tipo’ è quel che oramai ben conosciamo del Venezuela: crisi economica divenuta crisi umanitaria gravissima, che vede ora una popolazione di malnutriti e malati -dalle malattie non trasmissibili come il cancro o il diabete, alle epidemie come dengue, febbre gialla e malaria- privati di medicine che da anni muoiono per mancanza di cure. Le ‘risorse di base’ chemancano sono: soldi a parte, medici e infermieri,fuggiti all’estero in questi anni di crisi che ha portato fuori dal Paese circa 5milioni di persone,ospedali che non solo non hanno mascherine piuttosto che altri dispositivi simili, ma che addirittura spesso mancano di energia, acqua corrente, e ovviamente attrezzature delle quali i pochi sanitari rimasti nel Paese hanno imparato farne a meno. Il contestato Presidente Nicolás Maduro, riconoscendo che «la pandemia potrebbe brutalmente e tragicamente far crollare il nostroPaese»,  ha ordinato la quarantena sociale, chiuso le scuole e le attività non indispensabili a data da definirsi, sospeso i voli internazionali, e ha ordinato di indossare la mascherina se si esce di casa, mascherine ovviamente introvabili, ma il Presidente ha suggerito «Essendo creativi, le famiglie dovrebbero creare la propria maschera facciale». Non si capisce quanti test sono disponibili: ufficialmente sarebbero 300 kit per 30milioni di abitanti, ma ‘l’altro Presidente’, il Presidente autoproclamato, Juan Guaidó, ha annunciato la distribuzione di 3.500 kit di sicurezza ai medici e non si capisce se vi siano anche kit per il test di rilevamento del COVID-19.

Se il Venezuela sarà certamente il più colpito dal coronavirus in America Latina, qualunque sia la portata dell’infezione in America Latina, non c’è da stare allegri in Paesi come il martoriato Haiti, piuttosto che la Guyana, l’Honduras dove i servizi pubblici, a partire dai sistemi sanitari, sono ridotti al lumicino, gli ospedali sono sempre meno e sempre più scarsamente funzionanti, ospedali dove non mancano solo i letti per la terapia intensiva, mancano proprio i letti.

Un elemento che potrebbe giocare a favore dell’area è che l’America Latina ha una popolazione giovane che, teoricamente -ma anche questo l’OMS non lo ha ancora confermato- potrebbe riuscire a a superare meglio il virus: l’età media in Brasile, ad esempio, è sui 30 anni, in Colombia, 27 circa. E oltre ciò c’è chi segnala che la trasmissione del virus da persona a persona potrebbe essere meno facilitata perché la concentrazione di popolazione è inferiore rispetto all’Europa.
Magre consolazioni per un subcontinente che attende solo la tragedia.

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