lunedì, Ottobre 26

Coronavirus: fondi UE, l’Italia saprà come spenderli? Ora che la solidarietà europea è arrivata, seppur con tutti i distinguo, come la userà l’Italia?

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Bene, ora che la solidarietà europea è arrivata, seppur con tutti i distinguo, l’Italia saprà ben spendere ciò che otterrà? Sembra una domanda retorica, ma non lo è.

Grazie al nuovo Recovery Fund, chiamato dalla Commissione, Next Generation EU, l’Italia, se tuttto andrà bene, otterrà 81,8 miliardi di euro in trasferimenti (contributi a fondo perduto) e 90,9 miliardi in prestiti. Per ottenere questi soldi però, come altri Paesi, dovrà versare un maggior contributo al bilancio pluriennale europeo (2021-2027), pari al 13% della sua quota (13, dei 500 miliardi del Recovery Fund), per un ammontare totale di 65 miliardi di euro. Quindi, a conti fatti, otterrà in contributi (non prestiti) effettivi dalla UE, 17 miliardi di euro, e non subito.

Dell’intero pacchetto (sussidi e prestiti), quest’anno, non avrà il becco d’un quattrino. Otterrà i primi esborsi nel 2021, pari al 5,9% del pacchetto, 15,8% nel 2022 e il resto tra il 2023 e il 2024. Certo, i sussidi verranno percepiti nei prossimi quattro anni, mentre l’esborso per ripagare il debito, sarà diluito nel tempo. E ci sono delle condizionalità, (che indorano la pillola, per i Paesi frugali del Nord), legate alla presentazione di piani credibili d’investimento. E non poteva essere diversamente. Gli Stati generali dell’economia, convocati dal premier Giuseppe Conte, dovrebbero servire a questo scopo.  

Le cose vanno meglio, sul fronte dei prestiti. L’Italia li potrà invece ottenere già da quest’anno, con le linee di credito Mes-Sure-Bei. Dei 540 miliardi che potrà sbloccare la UE, l’Italia ne potrà avere 96. 20 dalla Cassa Integrazione europea (Sure), 40 dalla Bei (per il sostegno alle Pmi) e 36 dal Mes light.

I prestiti della Bei sono stati già sbloccati. Il 4 giugno, è stato trovato l’accordo con la Cassa Depositi e Prestiti, per un finaziamento di 1,5 miliardi di euro alle Pmi. Seguirà un succesivo accordo tra Cdp e Abi, per consentire alle banche, di erogare subito i crediti. E qui arrivano i guai.

Il vero tappo alle misure di sostegno all’economia e in particolare alle piccole imprese in difficoltà, (l’80% delle imprese italiane si classifica come micro-impresa, fra i 3 e i 9 addetti), è stato posto dal sistema bancario italiano (e non dalla UE). Secondo un sondaggio stilato dell’Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti (UNGDCEC), in collaborazione con Confprofessioni, se si escludono le grosse aziende, al 3 giugno, le erogazioni di credito sotto i 25000 (garantite al 100% dallo Stato), sono state pochissime. Nessuna sopra i 25000 euro. Per chi è riuscito nell’intento, la trafila è stata di 30-40 giorni, con richiesta di innumerevoli garanzie patrimoniali, se non addirittura, di polizze assicurative,da agganciare alla concessione dei finanziamenti.

Deve saperne qualcosa anche Angela Merkel, se in una recente intervista sulla tv pubblica tedesca Zdf, ha replicato alle accuse di voler regalare fondi dei contribuenti tedeschi agli italiani, con l’affermazione: «sono contenta, che il Premier italiano abbia detto di voler cambiare l’azione di governo e che abbatterà la burocrazia. I singoli parlamenti dell’Unione europea, avranno comunque il controllo, nell’esecuzione del piano, compreso quello tedesco».    

Poi vi è un’altra burocrazia, quella nel rapporto tra Stato e regioni. L’Italia contribuisce in realtà al bilancio europeo, più di quanto ottiene, proprio a causa dei ritardi, negli accordi tra Stato e regioni, per lo stanziamento dei fondi strutturali europei. Lo ha ricordato di recente, anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. L’Italia avrebbe a disposizione, da subito, 6,7 miliardi di euro, in fondi europei, senza cofinanziamento, sulla base del bilancio UE attuale ( 2014-2020). A causa della lenta trattativa tra Stato e regioni e dell’incapacità di presentare progetti credibili, questi fondi sono parcheggiati, in attesa di spesa. Il campanello d’allarme, lo aveva già suonato la Corte dei Conti europea, nel gennaio scorso, ammonendo l’Italia, sulla necessità tempestiva di spesa, pena, la loro perdita.

Fra il 2011 e il 2017, l’Italia ha accumulato, nello sbilancio tra il dare e l’avere con l’Europa, 36 miliardi di saldi negativi (con il Recovery Fund, tornerebbe in positivo) e per di più, è stata spesso assente, ai tavoli dei progetti transnazionali di Bruxelles, che assorbono, i fondi diretti più importanti.

E infine, c’è la recente polemica sul Mes. L’Italia è il terzo contributore, con una quota del 17%, pari a un ammontare già versato, di 14 miliardi di euro. Ha potere di veto e può imporre le sue decisioni in seno al Consiglio dei governatori (l’organo decisionale), costituito dai ministri delle finanze dei Paesi membri. Il fondo è dotato di 80 miliardi di euro. Di questi, l’Italia, ne potrebbe ottenere in prestito 36, per spese legate alla Sanità. Le condizionalità al credito, previste dal Trattato sul Mes, sono state sospese (come per il Patto di stabilità) e l’Italia potrebbe ottenere questi prestiti, da subito, a tassi d’interesse irrisori (ben più passi di quelli dei Btp, e vicini allo zero), con un risparmio sugli interessi, in 10 anni, di 7 miliardi di euro (un quinto della Manovra Finanziaria 2019). E le condizionalità non potrebbero essere riapplicate senza il consenso dell’Italia.

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