giovedì, Ottobre 22

Coronavirus: ecco perché i governi hanno sottovalutato e scartato il rischio Investire nell’evitare i rischi ai politici non conviene, e la responsabilità è anche dei cittadini. E l’ignoranza dei politici e dei cittadini ha fatto ritenere che gli scienziati esagerassero

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In questi due mesi di pandemia da coronavirus Covid-19, una domanda che legittimamente ha occupato le menti è stata: perché, come è stato possibile precipitare senza reti di salvataggio in questo dannatissimo incubo fatto di morte e sofferenza? Nessuno ha risposto alla domanda, e qualche governo, come quello degli Stati Uniti, e qualche forza politica -qualcuna anche italiana- ha provato risolvere il quesito strisciante tra le loro opinioni pubbliche, addossando tutta la responsabilità alla Cina e OMS, tanto da tagliare i fondi all’OMS piuttosto che provare l’acrobazia di chiedere i danni alla Cina e minacciare ritorsioni politiche e commerciali.

E però, nel corso di questi mesi, è diventato chiaro che i governi, tutti, di tutto il mondo, erano perfettamente informati che una gravissima pandemia poteva scoppiare. Di più, tutti i governi hanno documentazione che prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, che le pandemie sono la grave minaccia dell’oggi e del futuro che ci attende.
Posto questo,
perché tutti i governi, praticamente senza eccezioni, si sono trovati impreparati allo scoppio del coronavirus Covid-19?

Le risposte possono essere molte, e più o meno gravi per la messa in stato di accusa dei vertici dei diversi Paesi.
Chris Tyler, professore associato in Politiche scientifiche e Infrastruttura della conoscenza, presso l’University College London’s, e Peter Gluckman, Direttore Center for Informed Futures dell’Università di Auckland, nonché ex consigliere scientifico del Primo Ministro della Nuova Zelanda,provano a metterne in fila alcune.

Tyler e Gluckman sottolineano come non solo gli avvertimenti fossero arrivati da futurologi come

Bill Gates, che ha trattato questo tema spesso, ma le pandemie sono state oggetto di molti rapporti,sia di think tank, soggetti terzi alle istituzioni ma molto ascoltati dalle medesime, sia di istituzioni governative, per tanto rapporti realizzati dai tecnici interni ai governi, sia di istituzioni globali e transnazionali per tanto non governative e molto influenti. Tre esempi, i documenti correlati presentati, che sono solo una minima parte del fiume di documentazione prodotta, sia recentemente, nel corso del 2019, sia negli anni precedenti.

Malgrado tutto ciò i governi si sono dimostrati totalmente impreparati, e qualcuno deliberatamente respingente gli avvertimenti che, ancora poche settimane dallo scoppio dell’epidemia, ha ricevuto dalla sua intelligence (è il caso degli Stati Uniti), per quanto il fatto che le intelligence non abbiano saputo fare proprio il rischio che troppi avevano previsto e descritto resta inquietante.

Il problema più grave, fanno notate i due docenti, che si è verificato e che in parte ancora si verifica, in Italia come ovunque nel mondo, è stata lamancanza di ventilatori e dispositivi di protezione è un problema particolare, nonostante il fatto che gli scienziati avessero chiesto per anni e da anni ai governi di stoccare queste macchine salvavita e dispositivi di protezione.

I governi non hanno provveduto alle scorte raccomandate dagli esperti, e hanno ignorato le molteplici indicazioni di pericolo.

Sei motivazioni perché gli avvertimenti dai politici sono stati ignorati, sono quelle che vengono avanzate da Tyler e Gluckman.
«
Innanzitutto, alcuni politici, almeno in Occidente, non credevano all’entità del problema. Questo perché eventi simili erano al di là della memoria, come l’influenza ‘spagnola’ del 1918 o non erano così gravi, come la Sars, l’influenza aviaria e influenza suina. Perfino Ebola era stata contenuta e soggiogata con relativa facilità, tranne che nell’Africa occidentale. C’era la sensazione che la medicina moderna, almeno nei Paesi avanzati, potesse far fronte a tutto ciò».Illusione propria di questi anni.

La seconda ragione, è ancora più scontata. «alcunipolitici scettici e commentatori hanno pensato che gli analisti del rischio e gli scienziati gridassero al lupo» che sopravvalutassero i rischi, che i loro scenari fossero incredibili. Non hanno aiutato gli esempi del passato e il fatto «che le pandemie compaiano spesso sugli stessi grafici di problemi come il tempo spaziale, che, sebbene sia un problema reale e pressante, non è ampiamente compreso e suona come qualcosa di un episodio di Star Trek».

La terza ragione è molto più pressante e grave e mette alla sbarra la classe politica, quella fetta che a turno rappresenta le istituzioni. «Poiché i cicli elettorali sono brevi, i politici tendono a concentrarsi maggiormente sul breve termine. Questo è un tratto umano comune. Le aree di politica pubblica che richiedono investimenti a lungo termine, in particolare gli intangibili come la pianificazione di catastrofi, tendono ad avere una priorità inferiore. I politici o pensano che il pubblico non sia a conoscenza dei rischi o che non gli interessi». Insomma, deliberatamente i governi avrebbero ignorato il pericolo perché non pagante politicamente.

La quarta motivazione investe direttamente i cittadini in quanto elettori. «Siamo bravi a premiare le persone che risolvono i problemi, ma terribili nel riconoscere un problema evitato. Ad esempio, l’ex Segretario ai Trasporti degli Stati Uniti, Norm Mineta, ha ricevuto molti elogi per aver insistito sul fatto che le porte della cabina di pilotaggio dovevano essere a prova di proiettile dopo l’11 settembre. Quante lodi avrebbe ricevuto se l’avesse fatto prima dell’11 settembre? Di conseguenza, l’interesse del governo tende a concentrarsi su eventi che si sono già verificati,come inondazioni o terremoti».

La quinta e la sesta motivazione si appuntano sul registro dei rischi, lo strumento di gestione dei rischi propri di qualsiasi governo. Secondo Chris Tyler e Peter Gluckman, «i registri dei rischi sono confusi. Possono presentare una straordinariaquantità di informazioni, inclusi lunghi elenchi di molti pericoli e rischi e grandi grafici che colleganola probabilità di un evento con il suo impatto. Le illusioni di completezza, precisione e controllopossono cullare i loro utilizzatori in un falso senso di sicurezza. Ma dato che i registri sono calcolati usando molte assunzioni, possono anche essere visti come intrinsecamente speculativi, ipotetici e persino sconsigliabili per i politici».Altresì, e qui ritornano in scena le responsabilità dei vertici politici delle istituzioni, «i registri dei rischi, se considerati come guida e responsabilità, possono diventare politicamente rischiosi se si verifica un evento e i governi non sono stati preparati. Questo è il motivo per cui alcuni Paesi, ad esempio la Nuova Zelanda, non hanno pubblicato i loro registri dei rischi nonostante l’ovvio valore di sviluppare una comprensione comune dei rischi e aiutare vari settori della società a prepararsi per loro. Coloro che non pubblicano i loro registri subiscono meno pressioni per agire su tali rischi».

I due studiosi propongono anche delle modalità per superare questi ostacoli in vista della prossima pandemia. «Per cominciare, i registri dei rischi devono essere prodotti in gran parte al di fuori del processo politico, attraverso un partenariato tra esperti e responsabili politici. Ma dovrebbero anche coinvolgere i contributi di una vasta gamma di gruppi, ad esempio le popolazioni indigene o i lavoratori chiave, quindi i loro interessi sono inclusi sia nell’identificazione dei rischi sia nella pianificazione delle risposte. Ogni Paese deve capire e imparare da come gli altri stanno analizzando, pianificando e hanno affrontato emergenze simili in passato. Vale la pena notare che le parti del mondo più colpite da Sars sembrano aver gestito l’attuale pandemia con maggiore urgenza e successo»

«I registri dei rischi dovrebbero inoltre essere pubblicati, per creare fiducia e consenso nei preparativi del governo. Ciò consentirebbe anche a settori della società, compresi enti locali, imprese, enti di beneficenza e privati, di intraprendere le proprie azioni appropriate. Tuttavia, i registri non dovrebbero essere visti come un fine in se stessi, ma piuttosto come documenti vivi con i quali i governi e le agenzie si mettono costantemente alla prova per assicurarsi che stiano facendo abbastanza».
In quanto alle motivazioni attinenti alla sottovalutazione dei rischi e della prevenzione dei rischi da parte dei politici e dei cittadini, i due studiosi tacciono.

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