mercoledì, Agosto 5

Coronavirus e i danni della (dis)informazione: paura e dipendenza, peggio del virus Ricerca della Società Italiana di Intelligence sul contagio della comunicazione istituzionale e dei social. Il risultato che si evince è quello di un'emergenza e di una psicosi subìta da parte della popolazione italiana

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A generare il panico nella popolazione non è solo la dimensione sanitaria del coronavirus Covid-19, ma anche quella immateriale del contagio che avviene attraverso fake news, disinformazione e incoerenza delle dichiarazioni delle autorità. Lo afferma il gruppo di lavoro della Società Italiana di Intelligence che ha condotto una ricerca sul tema dal titolo ‘La pandemia immateriale. Gli effetti del Covid-19 tra social asintomatici e comunicazione istituzionale’.

L’individuazione del problema di un contagio mediatico è il primo esito della ricerca, condotta dal 1 febbraio al 10 aprile 2020 da parte di Luigi Giungato, ricercatore della Società Italiana di Intelligence (SOCINT), e coordinata dal Presidente della SOCINT Mario Caligiuri, Direttore del Laboratorio sull’Intelligence dell’Università della Calabria.
«Attraverso gli strumenti della sentiment analysis applicata ai media, nello studio è stata analizzata la dnarrazione mediatica del fenomeno ‘Coronavirus’ nel nostro Paese, per individuare sia la dimensione immateriale del contagio, sia i suoi effetti sull’opinione pubblica. Il risultato che si evince è quello di un’emergenza e di una psicosi subìta da parte della popolazione italiana, al contrario di altre comunità nazionali in cui è stata la società civile a dettare le azioni delle autorità, come nei casi rilevati di Gran Bretagna, Spagna, Svizzera e Belgio. Attraverso Google Trends, Buzzsumo e Brand24, si sono elaborati i grafici riguardanti i trend di interesse del pubblico e dei news media nei riguardi del termine ‘Coronavirus’. Questi dati sono stati poi confrontati con quelli di altri Paesi, rilevando che l’Italia ha avuto un ruolo trainante nella narrazione dell’emergenza globale e che la percezione nazionale è stata prevalentemente determinata dalle decisioni e dalle dichiarazioni delle istituzioni pubbliche. Peraltro tali dichiarazioni, non sempre coerenti fra di loro, hanno influito non solo sulla percezione del rischio, quanto sulla narrazione della paura».

Dalla dichiarazione dello stato di emergenza della Lombardia il 20 febbraio, «la pandemia è entrata prepotentemente a fare parte dell’agenda collettiva italiana, influenzando anche quella internazionale».
La prima tendenza da parte del pubblico italiano è «stata quella di sottovalutare il rischio», a partire dalla conferenza stampa del 27 febbraiodel Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, che si presentò in mascherina dichiarando di volersi autonomamente sottoporre a quarantena, mentre si sono moltiplicate le dichiarazioni delle autorità, politiche e sanitarie, veicolate dai mass media, la percezione collettiva è cambiata, «fino a determinare uno shock comunicativo che ha modificato bruscamente in maniera drammatica la narrazione della malattia».
In altri Paesi, al contrario, «sono state determinanti le pressioni della società civile, diffuse attraverso i social, a dettare le agende dei media e, di conseguenza, le azioni di Governi».
La popolazione è più dipendente che mai da computer, smartphone e tv, «la percezione della realtà che ci circonda si sta basando esclusivamente sui mezzi di informazione di massa e interpersonali, tra i quali emerge il ruolo non facilmente misurabile ma influentissimo di WhatsApp, all’analisi del quale è dedicata una parte cospicua della ricerca».

Nella città virtuale in cui la maggior parte della popolazione è costretta a vivere, «la disinformazione si propaga con la stessa aggressività del virus biologico, attraverso la condivisione collettiva di narrazioni frammentate e incoerenti, il più delle volte false e molto spesso all’insaputa di chi le trasmette. Tutto ció determina il manifestarsi di uno stato di ansia permanente, alimentando un panico diffuso che limita una più serena valutazione della realtà».

Il commento che propone Mario Caligiuri alla ricerca è durissimo: «Il cortocircuito dell’informazione produce disinformazione. Ciò non è mai stato tanto evidente quanto durante la crisi dovuta alla pandemia di Coronavirus Covid-19, in cui la proliferazione e l’iperesposizione alle informazioni ha creato una copertura mediatica nebbiosa, inestricabile e, per molti versi,collaterale ai danni prodotti dal virus stesso. A fronte di tale intossicazione comunicativa, d’altra parte, non è riscontrabile una capacità critica da parte del pubblico per riuscire ad essere in grado di costruire e costruirsi un’opinione oggettiva e razionale».

«La sovrabbondanza di informazioni e il basso livello medio di istruzione, divengono il regno perfetto per la manipolazione, una miscela esplosiva che crea un cortocircuito cognitivo nel quale tutti siamo invischiati. Intanto, il sistema sociale, educativo, mediatico e, soprattutto, sanitario, restano inamovibili e incapaci di fuoriuscire dalle proprie logiche, basate sulla promozione dei consumi, nonché sullo scaricare i costi sociali delle proprie inefficienze sulla collettività. Gli algoritmi, unici, veri e potenti agenti del cambiamento politico, restano programmati per favorire il consumo dei beni. Paradossalmente, la cura prescritta contro il virus materiale, veicolato attraverso virus immateriali nel sistema nervoso della società, mediante il confinamento sociale crea le premesse per il più grande boom economico dell’economia virtuale della storia».

Una ricerca decisamente preziosa e da studiare con molta attenzione sia da parte del pubblico che da parte dei decisori politici.

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