domenica, Novembre 29

Coronavirus e anziani, la generazione del doppio sacrificio: due volte vittime, due volte eroi Una società attraverso il senso che attribuisce alla vecchiaia fa un’analisi: se è una società che ha un senso, o se un senso non ce l’ha. Il decesso dell’anziano lascerà vuoto cosmico nella società: muore un pezzo di storia, una vita, la saggezza, l’esperienza, la memoria storica

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Dall’inizio di questa inimmaginabile pandemia da coronavirus Covid-19, circa il 55% dei decessi ha interessato la fascia d’età compresa tra 80 e oltre 90 anni, vale a dire più di 12.500 anziani. Una perdita incalcolabile, di valore incommensurabile sia sul piano affettivo ed emozionale che su quello socio-culturale. Sappiamo tutti quanto sia difficile e commovente dare quell’ultimo bacio sulla fronte dei propri nonni. Vorresti, in quel momento, poter riversare in quell’abbraccio, in quel bacio, in quell’ultima carezza tutto quell’amore infinito che ti è stato donato sin da bambino. Li guardi e ripercorri i ricordi più belli della tua infanzia, intrisa di amore complice tra nonni e nipotini.
E li guardi in quella bara con infinita tenerezza, amore, e ti consoli da una parte pensando che razionalmente è giunto il momento del ‘riposo del guerriero’, dall’altra confidando che da quel momento loro saranno comunque ‘presenti’ perché sarà sempre vivo il loro ricordo, la loro saggezza, i loro racconti.

Ma poi ti rendi subito conto che il decesso dell’anziano porta via con sé molto più della dimensione affettiva e sentimentale: muore un pezzo di storia, una vita, la saggezza, l’esperienza, la memoria storica. Muore una generazione e con essa un patrimonio enorme di esperienza.

E questa pandemia di anziani over 80 ne ha portati via a migliaia, più di 12.500! E a questi dovremmo aggiungere gli over 70 (circa 7.000) perché, in modo arbitrario, si è stabilito che dai 65 anni in su si passa nella fascia degli ‘anziani’. Consuetudine questa (e che ora si sta pensando di spostarla… sarebbe ora!) che tiene conto del tempo cronologico ma non del tempo dentro di noi, di quel tempo vissuto.

Ma la morte a causa del coronavirus è stata de-umanizzata dall’assenza di ritualità, ossia di quella dimensione simbolica della cerimonia funebre che ‘umanizza’ la morte. E a questo già di per sé crudele destino, si aggiunge quel glaciale ‘numero’ del bollettino di guerra quotidiano che sovrasta ciascuna delle singole storie di vita delle migliaia di vittime. E dopo aver sentito la conferenza stampa quotidiana delle ore 18:00 (a dire il vero sospesa da pochissimi giorni), commentiamo il dato in famiglia, con conoscenti o amici, ricordando il dato degli anziani morti ‘400… 500…. 600’ come se stessimo al banco della frutta, dove poco importa se ciò che compri pesa 100 o 200 grammi in più.

Al di là del dolore umano, ci sfugge dunque il vuoto cosmico che la generazione degli over 80 lascerà nella società. Un vuoto che investe le dimensioni, diverse ma correlate, della memoria e del tempo.

Chi di noi adulti non ha infatti mai detto ai propri figli ‘fatti raccontare dal nonno…’. E il nonno pronto lì a raccontare come una fiaba la propria vita e, proprio come le fiabe, non importa se poi i dettagli erano frutto della fantasia, si potevano anche inventare, perché anche la storia è modulata dai sentimenti.

Questo enorme patrimonio di storie rischia oggi di scomparire, perché la pandemia è arrivata all’improvviso e sta spazzando via tutto e tutti, impedendo ai nostri anziani di completare di scrivere il racconto della loro vita, e a noi più giovani presi come siamo a ‘gestire l’emergenza’ – di prenderci il tempo necessario per un’ultima storia da ascoltare.

E poi il tempo… gli anziani hanno dei momenti in cui avvertono che il tempo non è ‘stanco’, non è ‘monotono’ perché si ha voglia di fare, di parlare, di avere un ‘senso’. E per questo ci si sforza di essere utili, ed è questo il ‘senso’. Perché ilsensonon è solo quello della produzione, del fare cose, dell’homo faber. È un’altra modalità di vedere la vita, ed è utile che una società rifletta su questo passaggio. Una società attraverso il senso che attribuisce alla vecchiaia fa un’analisi: se è una società che ha, essa stessa, un senso, o se un senso non ce l’ha.
Per la società attuale fondata esclusivamente sul denaro e su quanto se ne produce, è chiaro che la persona anziana non è più l’homo faber (quello che deve correre), ma è quello che può pensare. Siamo in una società che sta dimenticando il pensare, la capacità di immaginare. Abbiamo trasformato il cervello in un organo recettore: continuamente bombardato dai rumori, dalla parole, dai messaggi in un mondo per cui bisogna sempre essere collegati, in rete. E non c’è mai tempo per pensare.
Noi corriamo talmente tanto che non sappiamo nemmeno più cosa abbiamo fatto e forse lo scopriremo dopo. Al contrario,
l’anziano è colui che ha il tempo per pensare. E per pensare a come ha vissuto. Ma ora un virus ci ha costretti a fermarci e, adesso che forse avremmo il tempo per ascoltare e pensare, il nemico invisibile si sta portando via i narratori.

In questi giorni circola sui social una bellissima, commovente dedica agli anziani scritta da Fulvio Marcellitti. «Se ne vanno. Mesti, silenziosi, come magari è stata umile e silenziosa la loro vita, fatta di lavoro, di sacrifici. Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni, tra la fuga in un rifugio antiaereo e la bramosa ricerca di qualcosa per sfamarsi. Se ne vanno mani indurite dai calli, visi segnati da rughe profonde, memorie di giornate passate sotto il sole cocente o il freddo pungente. Mani che hanno spostato macerie, impastato cemento, piegato ferro, in canottiera e cappello di carta di giornale. Se ne vanno quelli della Lambretta, della Fiat 500 o 600, dei primi frigoriferi, della televisione in bianco e nero. Ci lasciano, avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel sudario, quelli del boom economico che con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato. Se ne va l’esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi oramai dimenticati. Se ne vanno senza una carezza, senza che nessuno gli stringesse la mano, senza neanche un ultimo bacio. Se ne vanno i nonni, memoria storica del nostro Paese, vero patrimonio di tutta l’umanità. L’Italia intera deve dirvi GRAZIE e accompagnarvi in quest’ultimo viaggio con 60 milioni di carezze».
Che parole, un pugno nello stomaco.

Per me, con la pandemia va via la generazione del doppio sacrificio. La generazione che è stata per due volte vittima e per due volteeroe. Vittime della guerra ed eroi della ricostruzione dell’Italia, che ci ha permesso di vivere nel benessere, nell’agio, nella comodità. E oggi, quella stessa generazione è vittima della pandemia, ma continua a essere eroica perché in moltissimi casi, pur consapevole di essere la fascia più esposta al rischio covid-19, non ha rinunciato al proprio ruolo all’interno della famiglia.
Quanti sono i nonni che si stanno generosamente spendendo nelle famiglie per contribuire a gestire la complessa quotidianità di genitori impegnati con lo smart-working e di figli con le lezioni a distanza? O ancora i risparmi dei nonni, le pensioni dei nonni che ancora una volta corrono in soccorso di quei figli che in questa crisi hanno perso il lavoro…

Gli anziani, vittime ed eroi di tante storie che hanno contribuito e contribuiscono a dare senso al nostro tempo. Vittime ed eroi attorno al cui sacrificio si sono costruite la nostra esperienza, le nostre tradizioni, tutto quel patrimonio di saperiche con loro va via.

Tra tutte le generazioni, quella degli over 80 di oggi è forse l’unica che potrà ‘vantare’ questa condizione di vittima ed eroe. Uso il termine ‘vantare’ tra virgolette perché l’augurio naturalmente è che non vi siano più altre generazioni caratterizzate da una vita segnata sia dalla guerra sia dalla pandemia. Eppure… eppure c’è qualcosa di unico, irripetibile, per molti versi magico nella vita che ai nostri anziani è stato concesso di vivere. Ma questo ci invita a riflettere su quanta esperienza di vita hanno i nostri anziani e di conseguenza quanta esperienza muore con loro.
Un vecchio può raccontare la vita perché l’ha vissuta.

La vecchiaia è il capitolo, o meglio, l’ultimo capitolo del libro della vita. E proprio come nei libri, l’ultimo capitolo è quello che dà il significato a tutto ciò che c’è stato prima in quel libro.

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Sull'autore

Professore associato di Sociologia Generale, Link Campus University