sabato, Agosto 15

Coronavirus: dopo l’Apocalisse, ci sarà la rinascita? Riflessione a due voci, quelle del medievista Franco Cardini e del sen. Riccardo Nencini in un libro sugli effetti della pandemia, che ha scosso le nostre certezze mettendo in luce la schizofrenia della Civiltà occidentale, da un lato portatrice di diritti e dall’altro mossa dalla sete di dominio su tutto

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Riflettere sulla pandemia prodotta dal Coronavirus o Covid-19, come se si attendesse o temesse un Covid-20, 21 ecc., è un esercizio che in molti, più o meno frettolosamente, hanno fatto o stanno facendo in questi giorni  di regressione del fenomeno ( Reale? Apparente? Temporanea?), per trarne indicazioni utili alle loro esigenze pratiche: negarne la portata e la pericolosità, minimizzarla, come Trump, perché  niente cambi e tutto rimanga come prima,  o anche peggio di prima ( è il caso di Bolsonaro che così, con gli indios ridotti ad una piccola comunità, la deforestazione  dell’Amazzonia  può tranquillamente proseguire), o con toni da Cassandra, perché dalle ceneri di questa nostra civiltà rinasca qualcosa di nuovo e di diverso, quasi per magia.

Ebbene, fra queste estemporanee riflessioni e ipotesi, s’impone, per la serietà della ricerca storica, l’istant book  dal titolo ‘Dopo l’Apocalisse, ipotesi per una rinascita’, Editore La Vela) uscito da pochi giorni, a firma di Franco Cardini e Riccardo Nencini, vale a dire uno storico medievista di fama europea e un uomo politico che ha al suo attivo una vasta attività saggistica e narrativa, cui recentemente è stato assegnato il Premio Internazionale il Molinello per aver ideato il ‘Dizionario della Libertà’.

Alle spalle due storie e provenienze culturali diverse e distanti, ma  entrambi, oltre  e forse proprio per la loro toscanità (Cardini fiorentino, Nencini mugellano) dotati  di una straordinaria dose di umorismo e  di spirito acuto e combattivo. La prima cosa che colpisce il lettore, o coloro che partecipano con particolare interesse alle presentazioni del libro, una delle quali è avvenuta proprio a Firenze, al Velodromo delle Cascine, luogo amato dai ciclisti di un tempo, tra cui l’indimenticabile Gastone,  vincitore di un giro d’Italia e di un Tour de France, zio di Nencini coautore del libro ), sono certe analogie con i comportamenti  tenuti anche in passato di fronte ad effetti ben più sconvolgenti di quelli prodotti dal Covid 19. Vale la pena citarne alcune  di queste reazioni, estratte dalle pagine di storia: I medici non riuscivano a fronteggiare questo morbo ignoto, anzi morivano più di altri perché più di altri si avvicinavano ai malati…starnuti e raucedine, quindi il male scendeva nel petto con una forte tosse…”così Tucidide descriveva la pestilenza che nel 430 a.C. si portò via due terzi della popolazione ateniese,  oltre a Pericle e alla sua famiglia. Solo recentemente gli è stato dato il nome di “febbre tifoidea”.

Anche allora il virus sbarcò da una trireme, proveniente dall’Africa. La legge fu gettata in un canto, il Pireo fu invaso da colonne di fuoco “innumerevoli le fosse comuni, proprio come venticinque secoli dopo a New York”. Atene in ginocchio, Sparta se ne avvantaggiò. Altre pestilenze sconvolgeranno assetti sociali, la “peste antonina” (165 a C,) cinque milioni di morti, quella che secoli dopo si  abbatté su Costantinopoli  e poi la peste nera”  che dilagò in ogni angolo del mondo conosciuto, dalla Cina alla Siria, dall’Egitto ai Balcani, approdò a Messina nel 1347 a bordo di navi genovesi provenienti dal Mar Nero, crocevia dei traffici verso l’Oriente Estremo. Una ventina di milioni i morti, un terzo della popolazione europea, due terzi degli abitanti di Firenze, una pestilenza che “ favorì l’immortalità del Boccaccio.La verità – scrivono gli autori – è che la scienza del tempo non aveva risposte: l’idea stessa di “contagio” era impensabile. I rimedi? Lavarsi con aceto e acqua di rose, fuggire in campagna, astenersi da rapporti sessuali, salassi. Farmaci  non esistevano. L’Europa  non fu più la stessa. Le grandi compagnie mercantili fallirono, nacquero nuove organizzazioni corporative ( raccolte nella Lega Anseatica),cambiarono i modelli di produzione e di consumo, legate ai prodotti di prima necessità. Per la prima volta le autorità civiche studiarono regolamenti per prevenire la peste: quarantene, blocco al traffico delle merci, allontanamento dalle città di vagabondi e prostitute e peccatori di varia natura….”.

Ma le cose non andarono meglio oltreoceano, due secoli dopo, nelle terre soggette alla Corona di Spagna. In molti si sono  chiesti come mai siano scomparsi di colpo due imperi sconfinati. Il cavallo e la polvere da sparo fu detto. Troppo poco. Scrivono gli autori: “ ci sono buone ragioni per  sostenere che sia stata la salmonella  a divorare gli Atzechi, sbarcata con Cortès in Messico e  pochi anni dopo il vaiolo che costrinse alla resa Athahualpa in Perù. In tutto dieci milioni gli  indigeni  annientati. Secondo Jared Diamond le malattie portate dagli europei sterminarono il 95% della popolazione precolombiana. Un olocausto senza pari. “ Un’altra terribile pestilenza si abbatterà  su Venezia e in Lombardia nell’estate del 1575, 45 mila morti nella città lagunare, 18 mila a Milano, nelle campagne chissà quanti, ma rispetto al Trecento, qualcosa cambia. La sanità pubblica, su un isolotto non lontano dal Lido era già  stato costruito fin dal 1423, un isolotto dove detenere i malati di  quella peste che sarebbe prevedibilmente arrivata. E’ da allora che cominciano a diffondersi ‘fedi di santità’ una sorta di certificati  che consentono a Tizio o Caio di circolare purché non provengano da luoghi infetti, insieme alle sanzioni per coloro che provenivano dal Trentino, primo focolaio di diffusione del morbo. “Purtroppo la cintura di protezione attorno a Venezia scattò troppo tardi. Parra’ impossibile ma sembra di leggere il nostro quotidiano”. E dopo il Boccaccio toccherà al Manzoni  descrivere un’altra  tremenda pestilenza, quella  del 1630, in quello che Giuseppe Verdi  definirà “uno dei più gran libri che sieno sortiti da cervello umano”:  “I promessi sposi”. “Un libro vero” – aggiungeva il celebre compositore – “quanto la Verità può esserlo.” E quella verità, secondo gli Autori, ci dice tante cose, ci dice dell’incertezza dei medici sulla diagnosi, ci dice che le magistrature per evitare maggiori danni economici tacciono che si tratti di peste, che solo nel gennaio del 1631 viene decretata la  “quarantena  generale”: banditi gli assembramenti gente serrata in casa, per 40 giorni. ‘Restate a casa è il monito’. Lo stesso dei giorni nostri.

Non finisce qui, ci saranno altre epidemie, come il colera tra la prima e la seconda guerra d’Indipendenza. Mieterà vittime in tutto il territorio. Contro simili virus si batterà come un leone uno scienziato toscano, Filippo Pacini, il primo al mondo a scoprire e isolare il virus  del colera che aveva mietuto più vittime  della peste. Per anni la comunità scientifica ignorò le sue scoperte e il  merito andò a Robert Koch, Premio Nobel per la medicina nel 1905, che isolò i vibrioni del colera. Trent’anni dopo la scoperta del Pacini. il quale però aveva perfezionato anche un metodo di respirazione artificiale che ‘resuscitò’ un gran numero di pazienti che sembravano morti ma non lo erano. Non era un  miracolo, era la scienza”. Stesso destino toccherà anche ad Antonio Meucci, il primo inventore del telefono. Si deve poi ad un batteriologo svizzero Alexandre Yersin, nel 1894, la scoperta del bacillo della peste: veicolato da pulci e topi poteva trasmettersi all’uomo. I nostri anziani avevano ben presente il ricordo della ‘spagnola’ che tra il 1918 e il ’20, annientò 50 milioni di persone, a questa terribile pandemia furon dati diversi nomi secondo il Paese cui di volta in volta si volevano far ricadere le responsabilità della diffusione del virus.  Un po’ come l’attuale ping pong tra Usa e Cina.

Questo rapido excursus attraverso  la storia induce  gli autori – e con essi i lettori – a porsi  alcune domande e ad abbozzare alcune risposte. Una di queste è: com’è che noialtri così fieri nelle magnifiche sorti e progressive, così consapevoli della nostra superiorità rispetto alle altre culture, al momento di certe prove ci riveliamo così tremebondi’? Che cosa abbiamo perduto, cosa ci manca? Certo quella del nostro Occidente è una storia di conquiste e invenzioni, noi a differenza di altre culture che si sono fondate su un arché, un passato da venerare e al quale conformarsi, abbiamo riscritto il nostro passato   per  adeguarlo  ad un futuro che abbiamo preteso di plasmare ogni giorno…I nostri eroi  sono Prometeo, Odisseo, il dottor Faust. Siamo nati per scalare l’Olimpo, per sfidare gli dèi. Perfino l’Onnipotente Dio di Abramo, se ha voluto conquistarci, ha dovuto assumere veste umana….per noi qualunque limite è una frontiera da abbattere…questa è la sostanza di quell’Occidente moderno che ormai è diventato la koiné dialektos del mondo. Siamo noi la natura di noi stessi e di tutte le cose. Ma il trono sul quale siamo seduti ha un costo stratosferico….abbiamo decapitato gli dèi e i re. Siamo soli nella nostra grandezza. Sopra di noi c’è un cielo vuoto, abbiamo rinunciato fin dal Cinquecento a dare un senso al mondo del quale ci siamo impadroniti. Con la fine delle ideologie classiche, abbiamo perfino rinunziato a dare un senso alla storia, ed era tutto quello che ci rimaneva.

Cosa c’è al fondo di questa paura? La disperazione, è la risposta. Una risposta cruda, amara, lucida: “preferiremmo le pene del vecchio inferno alla prospettiva della fine di tutto, perché è solo il nulla il futuro che nel nostro ottuso materialismo individualistico sentiamo nostro. E ci fa paura, non osiamo nemmeno confessarlo ad alta voce. “L’analisi prosegue individuando  tra le molteplici cause dello sconforto la perdita del primato della politica, l’avanzata in apparenza irresistibile  di un individualismo egoistico e amorale da una parte e dall’altra ad una ‘rivoluzione’ che ha stabilito il primato della finanza e della tecnologia a spese della politica e della cultura. .…La verità è quel che è accaduto almeno dalla guerra del Vietnam e dalla crisi vicino-orientale in poi ci ha tragicamente posti di fronte a un’umanità  in cui le risorse sono concentrate nelle mani di pochi: dinastie iperoligarchiche, lobbies, multinazionali. Mai come oggi la distanza tra la privilegiata sparuta pattuglia dei super ricchi e la massa dei miserabili è stata più abissale, aggravata dall’ assottigliarsi  dei ceti e dei corpi intermedi.

E con ciò  siamo ad un terzo del libro, che non si limita alla denuncia ma indica alcune strade da percorrere. Ma quali le ragioni che hanno spinto il prof.Cardini e il sen.Nencini a buttar giù queste riflessioni?

Prof.Cardini, intanto come ha trascorso questo periodo di clausura? “Scrivendo leggendo, riflettendo sulla fase che stavamo, stiamo attraversando, come molti, guardando  la tv e formulando alcune  considerazioni che si ritrovano nel libro, ad esempio che era sbagliato definirla una guerra,  le guerre non si fanno  stando a casa seduti sul divano, sono assai più devastanti, altri hanno fatto del volontariato o innaffiato i fiori….cose belle e importanti, ma non bastano simili azioni come terapia civile, poiché il livello di degrado è ormai troppo avanzato….occorre una mentalità diversa senza la quale non si va da nessuna parte. ”

Vi è nel ceto politico la percezione dell’immenso compito che ci sta davanti? Quando abbiamo deciso di scrivere questo libro, Riccardo ed io, ci siamo posti l’obbiettivo di formulare diagnosi e terapie, ripercorrendo le esperienze che hanno attraversato secoli e millenni. La sensazione è che siamo andati  troppo avanti, parlo dell’Occidente, mentre  la terapia  appare troppo leggera.Qual è il male dell’Occidente, che qualcuno definisce schizofrenia, data la dicotomia tra tolleranza e diritti dell’uomo e volontà di potenza, che si è espressa anche attraverso il colonialisno? E’ la convinzione, son d’accordo con Cacciari, che alla civiltà occidentale sia intrinseca una superiorità morale che rende universali i suoi valori e questo è il vero pericolo che stiamo correndo.”

Quanto al dibattito politico in atto nel nostro paese Cardini nota un’evidente incapacità ad allargare gli orizzonti,  ad assumere una diversa coscienza  dei problemi che ci stanno di fronte, che vada oltre la  sterile e scontata diatriba  tra maggioranza e opposizione, o il calcolo di spararla più grossa per qualche voto come sta facendo  l’opposizione. Sulle ipotesi per una rinascita nel nostro paese,  si sofferma più dettagliatamente il sen. Riccardo Nencini ( Psi)  secondo il quale “la transazione sarà lunga e non certo indolore e richiede più stato e revisione della corsa alla privatizzazione selvaggia, rifiuto del turbocapitalismo, sussidiarietà.”

Ci sarannoi radicali cambiamenti auspicati? Paradossalmente ci saranno cambiamenti profondi solo se il virus colpisse di nuovo e con alta intensità. Se  il virus verrà messo sotto controllo, come sembra, non immagino cambiamenti radicali né nel nostro carattere né  nella globalizzazione.” Nel libro si sfatano alcuni luoghi comuni…quale il più diffuso? “Un tempo la peste   era chiamata “ la grande livellatrice”, ora non è più così, chi è più debole paga un prezzo più alto, con il corona virus la forbice poveri/ricchi si allarga.  Per questo auspichiamo  uno Stato umanizzato fondato su  un nuovo patto sociale e un diverso  welfare. Uno Stato umanizzato, di questo  ci sarebbe bisogno.” S’intravede un piano di rinascita all’altezza delle grandi sfide del periodo storico che viviamo con la catastrofe ecologica già in corso?  “Ancora non scorgo un disegno  politico istituzionale degno dei pionieri, e  sul piano europeo, finita la centralità euro-atlantica l’Europa deve decidersi  sul ruolo che intende assumere per raccogliere  la sfida.”

Un libro che scuote le acque, in quanto mette in luce il crollo delle nostre certezze: credevamo di essere forti e invulnerabili e ci ritroviamo deboli e cagionevoli contavamo  sulla tecnica che ci avrebbe portato a viver a lungo giovani e sani, e invece è bastato “ un nuovo esserino microscopico” per renderci improvvisamente disorientati e isterizzati.” Ce n’è di carne al fuoco.

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