sabato, Luglio 11

Coronavirus: dagli imprenditori ai politici, il grande business del virus Il frutto più maturo del capitalismo avanzato, il lavacro nel quale viene spazzato via ciò che resta del vecchio mondo materiale, in favore di un nuovo mondo virtuale. Tra controllo sociale, esplosione dell'economia virtuale, guerra di influenza

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La Società Italiana di Intelligence (SOCINT) guidata dal Professor Mario Caligiuri, Direttore del Laboratorio sull’Intelligence dell’Università della Calabria, ha condotto una ricerca sul tema cornavirus Covid-19 e informazione dal titolo ‘La pandemia immateriale. Gli effetti del Covid-19 tra social asintomatici e comunicazione istituzionale.
Abbiamo deciso di fare una chiacchierata con colui che ha, di fatto, realizzato la ricerca, Luigi Giungato, ricercatore SOCINT. La chiacchierata è diventata una sorta di tesi, il cui spessore e la cui densità non può essere correttamente raccolta, digerita, ruminata e introiettata con una pubblicazione in forma di usuale intervista.

Per questo motivo abbiamo deciso di pubblicarla nel formato che compare, e in tre parti.
Venerdì ci siamo concentrati sulla comunicazione e su come i media italiani e stranieri si sono rapportati alla pandemia. Oggi affrontiamo uno dei temi più scottanti: la pandemia e la sua gestione a chi conviene?
Come nel caso dell’informazione, quanto si legge merita una riflessione più ancora che sui protagonisti della convenienza, su come noi opinione pubblica ci facciamo gestire inconsapevolmente e ‘gioiosamente’.

Margherita Peracchino

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Mario Caligiuri ha commentato: «La sovrabbondanza di informazioni e il basso livello medio di istruzione, divengono il regno perfetto per la manipolazione», «Gli algoritmi, unici, veri e potenti agenti del cambiamento politico, restano programmati per favorire il consumo dei beni. Paradossalmente, la cura prescritta contro il virus materiale, veicolato attraverso virus immateriali nel sistema nervoso della società, mediante il confinamento sociale crea le premesse per il più grande boom economico dell’economia virtuale della storia».

Allora le devo chiedere: questa psicosi è stata manipolata? e se propriamente ‘manipolata’ alla base non è stata, da chi comunque è stata e sarà utilizzata?

Vi sono alcuni sociologi che stanno iniziando a definire il Coronavirus come il frutto più maturo del capitalismo avanzato, il lavacro nel quale viene spazzato via ciò che resta del vecchio mondo materiale, in favore di un nuovo mondo virtuale. Il Coronavirus, in pratica, non è visto come un’anomalia sistemica, bensì come una logica conseguenza del sistema.
Non credo, seguendo questo ragionamento, che vi sia un responsabile da indicare o una manipolazione complottista in atto. C’è sicuramente una sfera economica e politica che sta traendo da questa crisi dei vantaggi prima inimmaginabili: controllo sociale, esplosione dell’economia virtuale, distruzione degli spazi fisici del commercio e dello scambio di beni, annullamento della cultura come pratica di vicinanza, distruzione del sistema scolastico fisico in favore di quello a distanza, potenziamento della politica virtuale, chiusura delle frontiere materiali e completa apertura delle frontiere immateriali, etc.

Sembrano concetti da film di fantascienza e invece sono concreta realtà quotidiana che viene decantata da più fonti come la ‘salvezza’ del mondo. Anzi, come il ‘nuovo mondo’ al quale dovremo abituarci. Non a caso si parla di riapertura delle attività di produzione, a fronte della perdurante chiusura a data da destinarsi dei luoghi materiali di contatto fisico, come se le fabbriche di beni e le aziende di terziario o i mezzi pubblici per i pendolari siano più immuni dal contagio di un teatro, di un museo o di un parco pubblico. Eppure nessuno ci ha chiesto niente, la popolazione è stata completamente esclusa dal processo decisionale, gli stessi Parlamenti bypassati dalla decretazione di urgenza. L’unica garanzia fornita dalle autorità è stata ilparere della scienza’. Ma sappiamo che anche su quello non vi è assolutamente uniformità di vedute.

È circolata tempo fa una dichiarazione entusiasta di Urbano Cairo che esprimeva il suo compiacimento per la più grande occasione economica della storia per i suoi gruppi editoriali e per gli inserzionisti pubblicitari. Non è un caso. D’altra parte, neppure nei migliori sogni del più visionario imprenditore dell’informazione si sarebbe mai potuto prevedere che la popolazione fosse confinata per legge e sine die davanti a uno schermo, bombardata continuamente da prodotti virtuali e costretta a comprare i beni di prima necessità dalla contingenza di un’emergenza. Per non parlare poi di tutto il settore imprenditoriale del ramo sanitario, dalle aziende farmaceutiche a quelle di produzione di macchinari e servizi per la sanità, che hanno ricevuto una green card assoluta e senza alcun controllo per la fornitura di beni, pagati con soldi pubblici attraverso debiti che verranno scaricati sulla collettività.

Pensiamo poi all’occasione che la politica a tutti i livelli ha avuto per dimostrarsieroica’, garante della sicurezza e dell’incolumità collettiva, nascondendo improvvisamente sotto un gigantesco tappeto tutti i problemi di legittimità di cui soffriva fino al giorno precedente.
Infine, pensiamo alle condizioni dello smart working, tradotto incautamente in ‘lavoro agile’, come se il lavoro tradizionale fosse pesante,vecchio e moribondo. Le parole sono molto importanti.
L’emergenza sta mettendo da parte la normale e fisiologica questione del tempo-lavoro. Chi in questi giorni si trova alle prese con il lavoro a distanza sa che, da una parte sta subendo un processo di iperprecarizzazione del lavoro stesso, dall’altra un’estensione liquida e informe del proprio orario di lavoro, nonché una confusione invadente fra spazio del lavoro e spazio privato. Lavoriamo h24, controllati continuamente da una telecamera che ci punta in volto, un panopticon che genera alienazione. Ma la situazione emergenziale non permette discussioni. Una situazione idilliaca per molti, infernale per altri. Non a caso Naomi Klein, già nel 2002, parlava di capitalismo dei disastri. L’Italia è il Paese degli imprenditori che festeggiavano la notte del terremoto dell’Aquila, mai dimenticarsi di questo.

Non credo assolutamente, tuttavia, a una volontà manipolatrice. Semplicemente vi sono molti soggetti e aggregazioni di potere che stanno traendo enormi vantaggi, inclusa una parte della popolazione. Sintomatico, quindi, che la situazione possa perdurare.

Altra considerazione ulteriore è quella geopolitica. È chiaro che vi sia una guerra di informazioni e di influenza in atto fra sfere di influenze differenti, cinese, russa, europea e statunitense. Basta guardare il profilo di molte condivisioni su WhatsApp o su Facebook per comprendere come quei proiettili elettronici siano in grado di perforare il tessuto narrativo della popolazione. Post filo russi, cinesi o antieuropeisti fanno ormai parte dei discorsi quotidiani che vengono propagati attraverso le condivisioni dei messaggi. È una guerra politica e ideologica, e la posta in palio sono i mercati. Ma è presto per comprendere appieno quali siano i campi contrapposti, come si stiano rapportando all’emergenza e quali saranno le conseguenze. Quello che è facile evincere sono le narrazioni differenti, tese ad attribuirsi meriti e scaricare il discredito o la responsabilità della pandemia sull’altro. Non dimentichiamo i grandi spot internazionali dei medici cinesi a Bergamo, gli aiuti russi, la narrazione nazionalista italiana e la tempesta informativa sui social e su WhatsApp tesa a screditare la Comunità Europea e tutti i singoli Stati europei, rei di mancanza di solidarietà nei confronti dell’Italia.

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