lunedì, Aprile 6

Coronavirus COVID-19, la ‘cura‘ contro lo stallo tra Stati Uniti e Corea del Nord? Donald Trump tenta di rilanciare le relazioni bilaterali, a partire da una possibile cooperazione nella lotta contro la pandemia. Ma per il regime nordcoreano è insufficiente: serve un passo più concreto sulle sanzioni

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Dalla diplomazia dello ‘sport’ a quella della ‘mascherina’: potrebbe essere questa la nuova metamorfosi delle complicate relazioni tra Stati Uniti e Corea del Nord in piena pandemia da Coronavirus. Il salto di qualità è stato auspicato dal Presidente americano, Donald Trump, che, nel fine settimana, ha inviato una missiva al leader nordcoreano, Kim Jong-Un, nella quale, stando a quanto rivelato da una nota di Kim Yo-jong (sorella di Kim) pubblicata dall’agenzia di stampa ufficiale ‘Korean Central News Agency’ (‘Kcna’), ha illustrato il suo “piano per una spinta alle relazioni” bilaterali, esprimendo l’intenzione di ‘cooperare’ per combattere il COVID-19.

La notizia dell’invio della lettera – “in accordo con gli sforzi di confronto con i leader globali in risposta alla pandemia in atto”, come spiegano dalla Casa Bianca – è giunta poco dopo quella riguardo al lancio di due missili balistici a corto raggio, effettuato dalle forze armate nordcoreane Sabato 21 marzo dalle coste orientali del paese. 

Pochi giorni prima, il 13 Marzo, il leader della Corea del Nord, aveva supervisionato, per la quarta volta a Febbraio, una competizione tra reparti d’artiglieria dell’Esercito popolare nordcoreano durante la quale, tuttavia, non era stato lanciato alcun missile. Quattro giorni prima, il 9 Marzo, le autorità della Corea del Sud e del Giappone avevano reso nota “una esercitazione di bombardamento di sub-unità d’artiglieria a lungo raggio”. Test confermato da Pyongyang, ma che, secondo il ministro della Difesa giapponese, Toshimitsu Motegi, è il Premier, Shinzo Abe, avrebbe riguardato due missili balistici a corto raggio lanciati dall’area di Sondok, nella provincia nordcoreana di Hamgyong Meridionale, per poi terminare la propria corsa nel Mar del Giappone.

Neanche una settimana prima, il 2 Marzo, Kim Jong-un, aveva assistito ad un altro test di sistemi d’artiglieria a lungo raggio, due missili sono stati lanciati verso est dall’area di Wonsan, che hanno compiuto una parabola di 240 chilometri, raggiungendo un’altitudine massima di 35 chilometri, ma non non le acque territoriali giapponesi, né la sua zona economica esclusiva.

La logica la spiega senza mezzi termini Francesca Frassineti, esperta dell’ Università di Bologna oltre che dell’ Osservatorio asiatico dell’ISPI: “si vuole mostrare sicurezza e forza agli occhi dei nordcoreani. In questo senso, leggerei i tre test effettuati nelle scorse settimane, come volti principalmente a testare le caratteristiche tecniche e tattiche di queste armi e a confermare l’intenzione del Partito a perseguire i suoi obiettivi strategici – in questo caso la messa a punto di un cosiddetto “cambiamento radicale nella strategia nazionale di difesa” – nonostante tutto”.

Se Pyongyang ha interrotto la moratoria sui test missilistici, anche gli Stati Uniti, la scorsa settimana, (casualmente?) hanno testato, dalla base di Kauai nelle isole Hawaii, un nuovo missile supersonico,  talmente veloce da non poter essere intercettato. Un chiaro segnale alla Cina, alla Russia, ma anche alla Corea del Nord.

A fronte dell’aumento delle tensioni, la lettera inviata a Kim Jong-Un, nell’ottica statunitense, vorrebbe costituire la base per superare il momento di stallo vissuto dalle relazioni tra Stati Uniti e Corea del Nord, dove il nodo della denuclearizzazione è ben lungi dall’essere risolto. Un frangente reso ancor più delicato dal contesto internazionale flagellato da quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito ‘pandemia’, in forte accelerazione in tutto il pianeta.

In pochi giorni, infatti, l’infezione da COVID-19 ha superato i 370mila casi totali ed ha causato oltre 16mila vittime. Cina ed Italia i Paesi più colpiti, ma l’emergenza sta dilagando rapidamente sia in Europa sia negli Stati Uniti, dove si sono raggiunti i 35mila casi.

E in Corea del Nord? L’esperta dell’ Osservatorio asiatico dell’ISPI mette subito in chiaro: “gli organi di stampa ufficiali nordcoreani hanno informato la popolazione del diffondersi del contagio negli altri Paesi, a partire dalla Cina e dalla Corea del Sud, e continuano a confermare l’assenza di morti da COVID-19 in Corea del Nord. Nonostante ciò, hanno dato notizia di ‘persone a rischio’  messe in isolamento presso centri identificati per il trattamento del coronavirus e successivamente dimessi”.

Lo scorso 19 Marzo il regime nordcoreano, nonostante abbia escluso vittime, ha annunciato di aver intensificato le misure per arginare la diffusione del Coronavirus. A questo riguardo, il ‘Rodong Sinmun’ ha riportato che le fabbriche e i luoghi di lavoro in tutto il Paese sono stati «più zelanti e pratici nel loro lavoro igienico e antiepidemico per prevenire accuratamente il COVID-19 mentre conducevano le attività produttive ed economiche». 

Per ridurre le possibilità di contagio, “il 9 marzo scorso, prevalentemente personale delle ambasciate (tedesca, russa, francese, svizzera, polacca, rumena mongola e egiziana), ha lasciato il Paese su un aereo commerciale diretto a Vladivostok” afferma Frassineti, ma da ben prima Pyongyang aveva già ordinato la completa chiusura del confine con la Corea del Sud ed ha temporaneamente limitato i movimenti transfrontalieri con la Russia e, ancor più importante, con la Cina

L’agenzia ufficiale ‘Kcna’ ha rivelato inoltre che gli uffici ‘antiepidemici d’emergenza’ nelle zone costiere stanno “rafforzando ulteriormente” le misure sull’ingresso marittimo nel Paese per «impedire la diffusione del COVID-19. Sono state impartite ai cittadini una serie di misure sanitarie in modo che non possano raccogliere o toccare le cose galleggianti in mare, mentre è stata presa una forte misura per distruggere tali cose con il fuoco, secondo le norme igieniche e anti-epidemiche.

A detta di alcuni media sudcoreani, il regime di Pyongyang avrebbe imposto ai nordcoreani che usano i trasporti pubblici l’obbligo di indossare maschere e di disinfettarsi le mani prima di salire su qualsiasi mezzo. Sarebbe stato disposto il controllo della temperatura prima di utilizzare i mezzi pubblici per i viaggi a lunga distanza, in caso di sintomi sospetti, i passeggeri dovrebbero essere esclusi dall’imbarco. 

L’intelligence sudcoreana ha stimato 7mila persone in quarantena, in particolare nelle città di confine di Sinuiju o Rason e come ha spiegato il ‘Daily UK’ riprendendo il ‘Rodong Sinmun’ «Quando gli individui sono stati messi in quarantena all’inizio di febbraio, le autorità hanno detto che avrebbero prolungato il periodo di quarantena dopo i controlli medici o li avrebbero tolti dalla quarantena entro due settimane (…) Dopo il compleanno di Kim Jong Il, 16 febbraio, le autorità hanno annunciato una proroga a sorpresa della quarantena per altri 30 giorni (…) Alcuni di quelli che sono stati isolati per il mese in più non sono più in quarantena». 

Sulle pagine del ‘Rodong Sinmun’ è poi stato pubblicato un articolo in cui è stato riferito che il comando centrale nordcoreano per le malattie d’emergenza ha dato istruzioni a tutte le regioni e alle ‘unità’ del Paese di revocare le quarantene su persone specifiche, come coloro che erano stati in contatto con individui potenzialmente infetti e stranieri che erano stati in quarantena per 30 giorni, insieme a impiegati governativi, guide, interpreti e autisti che avevano lavorato con gli stranieri. “Il confine con la Cina è molto ‘poroso’ a causa dell’intenso flusso di scambi economico-commerciali che resistono anche a fronte di sanzioni internazionali attuate in modo molto lasco da parte cinese. Per questo motivo, è l’area più esposta alla diffusione del contagio” ricorda Francesca Frassineti. 

Nell’articolo del ‘Rodong Sinmun’, veniva chiarito che talune aree ed unità ‘specificate’ in tutto il Paese stavano procedendo con l’abolizione delle quarantene. Le quarantene sono state svolte in alberghi o resort gestiti dallo Stato mentre le autorità locali hanno incollato cartelli con su scritto ‘In quarantena’ sulle porte delle famiglie isolate.

Ogni regione ha una lista di coloro che sono stati liberati dalla quarantena, per località, ed è tenuta a presentare questa lista al comando centrale per il controllo delle malattie d’emergenza. Una volta ‘rilasciate’, le persone ricevono un documento che conferma il loro rilascio dalla quarantena, ma continuano ad essere sorvegliati dalla polizia locale e dal personale sanitario. 

Negli ultimi giorni il regime ha diffuso alcuni report circa le misure precauzionali e in uno di questi, pubblicato dal Rodong Sinmun, si legge che un ufficiale locale del partito è stato punito per aver violato, organizzando delle feste private, tali provvedimenti. Dare la notizia che anche ufficiali che non rispettano il sistema di emergenza sono puniti ha l’obiettivo di rafforzare la coesione interna a sostegno degli sforzi del regime per prevenire la diffusione del virus”, è quanto sostiene Francesca Frassineti. Una precisazione non da poco se è vero che molti esperti hanno ipotizzato che l’impreparazione nordcoreana di affrontare una pandemia potrebbe minare il regime e creare instabilità interna. Anzi, ribadisce l’esperta ISPI, “sorprendendo molti osservatori, è stata confermata la sessione della Suprema Assemblea del Popolo prevista per i primi di aprile. Tutto questo, unitamente ai lanci missilistici dei giorni scorsi darebbero alla propaganda di regime la possibilità di mostrare, soprattutto all’interno del Paese, che il regime è saldamente in controllo della situazione”. 

È intuitivo, a questo punto, comprendere quanto sia delicata la lotta al Coronavirus al di là del 38esimo parallelo, dove non solo per la scarsità di risorse economiche, ma anche per le sanzioni internazionali, paiono quasi inesistenti le infrastrutture sanitarie anche solo per testare, oltre che per curare le persone infette. Nel 2019, la Corea del Nord è stata classificata tra le peggiori al mondo in termini di preparazione per un’epidemia, secondo il Global Health Security Index pubblicato dalla Johns Hopkins University.

Per quanto riguarda il livello di assistenza medica” – sostiene Francesca Frassineti – “ci si aspetta che le caratteristiche del regime facilitino l’attuazione efficiente di misure di isolamento sociale e di quarantena per rallentare e contenere la diffusione dei contagi. Detto ciò, la maggior parte della popolazione non ha possibilità di essere curata utilizzando apparecchiature nel caso sviluppino polmoniti perché i pochi ventilatori polmonari presenti nel Paese sono destinati all’élite, circa lo 0,1%, che ha accesso a cliniche e strutture relativamente avanzate”.

Per quanto riguarda gli aiuti dall’estero, spiega l’esperta ISPI, “il governo russo ha dichiarato di aver fornito 1500 kit per i test e il governo cinese potrebbe a sua volta inviare materiale diagnostico e personale sanitario. In Corea del Sud la questione è stata fonte di numerose polemiche quando a inizio febbraio il partito di governo aveva chiesto al presidente Moon di offrire a Pyongyang materiale sanitario, scatenando una lettura ‘cospirazionista’ da parte di alcuni media conservatori convinti che questa intenzione sarebbe stata la causa della successiva carenza di mascherine in Corea del Sud. Durante il discorso pronunciato l’1 marzo in occasione delle celebrazioni in ricordo della resistenza coreana al dominio giapponese, il presidente Moon ha espresso la speranza che le due Coree possano cooperare sul fronte sanitario, ma le ultime dichiarazioni del governo sudcoreano confermano che il regime di Kim Jong Un non ha richiesto l’aiuto né di Seoul né di Washington per fronteggiare la minaccia del COVID-19”.

Data l’attuale situazione nel Vecchio Continente, è improbabile, ma non impossibile un sostegno anche da parte di singoli Paesi europei o della stessa UE. Proprio oggi l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’UE, Josep Borrell, ha annunciato che l’Unione Europea appoggia la richiesta di Iran e Venezuela al Fondo monetario internazionale (Fmi) per avere sostegno finanziario in quanto “stanno vivendo una situazione molto complicata a causa soprattutto delle sanzioni Usa che impediscono loro di avere ricavi dalla vendita di petrolio. In questa situazione, crediamo che debba essere riaffermato che il commercio di beni umanitari non è colpito dalle sanzioni statunitensi. Lo riaffermiamo perché molti credono che se partecipano a questo commercio di beni umanitari possono essere colpiti da queste misure. Non è questo il caso e dobbiamo riaffermare che si può partecipare al commercio di beni umanitari”.

Bisogna poi ricordare che Pyongyang vive sotto la pressione del regime di sanzioni che, oltre alle ricadute economiche, potrebbe rendere difficoltoso per la Corea del Nord l’accesso ad ulteriore materiale sanitario (mascherine, guanti, ventilatori, …), a farmaci, vaccini o anche solo alle informazioni condivise globalmente sul Coronavirus. “Medici senza Frontiere” – sottolinea Francesca Frassineti – “ha ottenuto a fine febbraio l’autorizzazione a inviare materiale diagnostico e per farlo è stato necessario il via libera da parte del Comitato 1718 ONU responsabile del controllo sull’attuazione delle sanzioni imposte alla Corea del Nord. Prima di MSF era stata la volta della Croce Rossa internazionale alla quale è stata concessa un’esenzione per portare kit, maschere e guanti; materiale che altrimenti non sarebbe autorizzato. Secondo il ‘National Committee on Human Rights’, a causa delle sanzioni contro la Corea del Nord le istituzioni finanziarie internazionali non hanno facilitato il trasferimento di fondi alla Corea del Nord, anche quando tali trasferimenti sono a fini umanitari e quindi esenti da sanzioni ONU. In assenza di un canale finanziario operativo, le agenzie delle Nazioni Unite e le ONG ancora operanti nel Paese hanno fatto affidamento su denaro prelevato fisicamente all’estero per far fronte alle spese di funzionamento essenziali. Tuttavia, poiché gli operatori umanitari non possono più entrare in Corea del Nord a causa delle restrizioni relative all’emergenza COVID-19, il personale umanitario rimasto a Pyongyang non ha mezzi disponibili per accedere al denaro”. Il Comitato ha anche autorizzato il Programma alimentare mondiale a fornire alla Corea del Nord un’assistenza del valore di 110mila dollari sotto forma di attrezzi agricoli e alla Eugene Bell Foundation è stato consentite di inviare nel paese i rifornimenti necessari a proseguire la lotta contro la tubercolosi Mdr-tb.

A questo si aggiunga il crollo dell’economia, gravata ovviamente dal peso del regime sanzionatorio (recentemente alleggerito). I generi di prima necessità alimentari e il carburante hanno visto aumentare vertiginosamente i loro prezzi. Le imprese nordcoreane hanno iniziato a fare i conti con la diminuzione degli ordini, l’aumento dei costi, il calo della manodopera, la carenza di domanda interna, una catena di approvvigionamento messa a dura prova. Tutto questo in un Paese in cui un lavoratore guadagna meno di 2000 dollari all’anno e, sulla base di un report del Global Hunger Index, nel 2018 la percentuale di nordcoreani denutriti ha raggiunto il 43,4%, mentre nel 2000 era del 37,5%. Il colmo per un Paese dal sottosuolo ricco di materie prime che però viene mal gestito e dove il leader non rinuncia ai beni di lusso.

La situazione è resa ancora più fragile dalla chiusura de confine con la Cina che costituisce quasi il 95% di tutto il commercio estero ed è oggi più di tre volte superiore rispetto al 2003, all’epoca della crisi SARS, attraverso un confine più poroso non solo per beni e servizi, ma per persone e informazioni. “L’unico punto di accesso consentito è attraverso la tratta Dandong (Cina) – Sinuiju (Corea del Nord) anche se gli autotrasportatori che la percorrono sono tenuti a osservare la quarantena imposta sia da parte delle autorità cinesi sia nordcoreane”, specifica l’esperta dell’ISPI. Restrizioni che, evidentemente, riducono e rallentano gli scambi.

In arrivo danni per un’altra importante fonte di guadagno per le casse del regime nordcoreano, il contrabbando, sia marittimo che terrestre: l’ONU ha quantificato in 370 milioni di dollari il ricavato dalle spedizioni illegali di carbone durante i primi otto mesi del 2019, per una media di 46,25 milioni di dollari al mese. Anche qui, il crollo potrebbe essere dovuto ai rallentamenti imposti dalle misure di quarantena.

Anche il turismo, fonte di valuta pregiata, sarà danneggiato, un settore che fa guadagnare alla Corea del Nord almeno 105 milioni di dollari all’anno da turisti stranieri, una media di 8,75 milioni di dollari al mese. Senza dimenticare i possibili cali nelle rimesse dei nordcoreani all’estero, soprattutto in Cina. 

Quanto detto finora è ben chiaro all’inquilino della Casa Bianca che vorrebbe sfruttare la fragilità del regime sia dal punto di vista sanitario sia da quello economico per creare un terreno fertile per la ripresa del dialogo politico. In piena guerra di propaganda tra Cina e Stati Uniti, l’invio della lettera a Kim Jong-Un da parte di Trump – che, qualche giorno fa, ha definito il COVID-19 il ‘virus cinese’ scatenando la dura reazione di Pechino – è una mossa che, evidenzia l’esperta dell’Osservatorio asiatico ISPI, “confermata dallo stesso Presidente nella conferenza stampa di poche ore fa senza però aver fatto alcun accenno ai test missilistici, è sicuramente un gesto positivo, ma per i nordcoreani non è da ritenersi sufficiente in quanto, come più volte ripetuto, Pyongyang attende un gesto molto più significativo nella forma di un alleggerimento del regime sanzionatorio. Finché ciò non avverrà, difficilmente ci si può aspettare alcun concreto segno di distensione da parte nordcoreana”.

In altri termini, l’obiezione che la Corea del Nord sarebbe pronta a fare agli Stati Uniti coinciderebbe con quella fatta in questi giorni dall’Iran che, tramite il Presidente Hassan Rouhani, ha ribattuto in tono polemico alla disponibilità offerta dalla Casa Bianca ad aiutare Teheran a far fronte all’emergenza: “Se vogliono aiutare l’Iran, tutto ciò che devono fare è togliere le sanzioni”. 

In merito alla questione della rimozione delle sanzioni, la Corea del Nord è consapevole di poter contare sull’appoggio di Russia e Cina le quali, nonostante abbiano sempre sottoscritto le risoluzioni in sede di Consiglio di Sicurezza, hanno sempre affermato la necessità di un negoziato graduale che preveda anche il progressivo allentamento del giogo sanzionatorio. La Russia, peraltro, è da sempre  interessata alla questione nordcoreana dal punto di vista meramente economico, ma, naturalmente, anche in quanto dossier spinoso per gli Stati Uniti.

Certamente, la Cina, storico alleato e principale partner economico, rimane attore imprescindibile rispetto a qualsiasi ipotesi di dialogo tra Pyongyang e Washington. Ma la sua sempre più aspra rivalità con gli Stati Uniti, anche alla luce degli ultimi fatti, potrebbe pesare sulla possibilità che il regime torni al tavolo delle trattative o accetti le proposte di Trump.

Diverso discorso si potrebbe fare per la Corea del Sud che, per quanto continui, anche in quest’impasse tra Washington e Pyongyang, ad appoggiare la linea delle sanzioni, sotto la Presidenza di Moon Joe In, che vi ha investito molto capitale politico, non demorde dall’obiettivo di far ripartire il dialogo economico e riconciliatorio tra le due Coree. Più prudente rimane il Giappone di Shinzo Abe, tra i primi e più ferventi sostenitori della linea di massima pressione dell’amministrazione Trump, che con Pyongyang, oltre alla sicurezza, ha in sospeso la vicenda dei cittadini giapponesi rapiti. Va ricordato, inoltre, che il Tokyo è rientrata in una sorta di ‘Five eyes plus’, ossia una framework di condivisione di informazioni di intelligence sul dossier nordcoreano tra i Five eyes a cui si sarebbero aggiunti, appunto, il Giappone, la Corea del Sud e la Francia.

Secondo Frassineti, “l’impressione è che anche il comunicato attribuito a Kim Yo Jong, sorella del leader, e fatto circolare dalla KCNA domenica scorsa, circa la lettera inviata da Trump sia principalmente diretto a mostrare sicurezza e forza agli occhi dei nordcoreani. In questo senso, leggerei i tre test effettuati nelle scorse settimane, che hanno riguardato artiglieria e altri razzi a corto raggio, come volti principalmente a testare le caratteristiche tecniche e tattiche di queste armi e a confermare l’intenzione del Partito a perseguire i suoi obiettivi strategici – in questo caso la messa a punto di un cosiddetto “cambiamento radicale nella strategia nazionale di difesa’ – nonostante tutto. Kim Yo Jong ha messo in guardia dal considerare questa lettera come il segnale che “l’eccellente relazione personale’ forgiata dai due nei mesi passati sia uscita dallo stallo diplomatico che invece tuttora persiste”. 

Come a dire che quel ‘feeling’ con Kim Jong Un più volte rivendicato da Trump non è sufficiente ed il principale nodo rimane la denuclearizzazione. In assenza di garanzie da parte degli Stati Uniti, il regime nordcoreano non si spinge a rinunciare a quella che ritiene essere la sua unica àncora di salvezza e cioè l’arsenale nucleare, come non è per ora disposto a negoziare sul materiale fissile, sulla componente balistica e su quella convenzionale che minaccia direttamente la Corea del Sud e il Giappone. Se l’obiettivo di lungo periodo rimane l’unilaterale e completa denuclearizzazione della Corea del Nord, nel breve periodo, questo continua a rimanere improponibile. Perciò, gli Stati Uniti puntano ad un rispetto della moratoria sui test e al progressivo congelamento del programma nucleare nordcoreano, la cui verifica, mediante gli osservatori internazionali dell’Aiea, resta tuttora impossibile. Anche sul definitivo smantellamento dello stabilimento di Yongbyon, i dubbi rimangono, per il semplice fatto che si è sempre saputo molto poco e mai verificato. 

L’ombrello nucleare americano in Corea del Sud dove è schierato il sistema di difesa antimissile THAAD insieme ad un contingente militare (per il quale la Casa Bianca vorrebbe un maggior sostegno economico da parte di Seoul), rimangono punti ostici per Pyongyang, ma l’assenza di concreti passi in avanti da parte di quest’ultima nella direzione di un congelamento del programma nucleare non aiuta, sebbene l’interruzione delle esercitazioni militari congiunte tra Corea del Sud e Stati Uniti previste per la primavera a causa del Coronavirus potrebbe, teoricamente, espungere un elemento di tensione.

A gettare acqua sul fuoco anche l’uscita di scena dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, il falco che, a detta di non pochi analisti, era stato determinante nel fallimento del vertice di Hanoi. La linea del Segretario di Stato, Mike Pompeo, è sembrata sempre più flessibile così come quella del successore di Bolton, Robert O’Brein, che è arrivato a paventare la possibilità di un nuovo summit tra Trump e Kim Jong-Un nel prossimo futuro.

Specularmente, ma nella direzione opposta al dialogo, anche nel regime nordcoreano, il 24 gennaio, c’è stata una ‘sostituzione’ eccellente: Ri Son-gwon, colonnello in congedo dell’Esercito, guida in passato dell’agenzia responsabile delle relazioni inter-coreane, noto per la sua dura retorica, è stato nominato nuovo ministro degli Esteri al posto di Ri Yong-ho, diplomatico in carriera che aveva coordinato i negoziati sulla denuclearizzazione con gli Usa sin dall’inizio del 2018. Ri, invece, ha preso parte negli ultimi 15 anni a diversi colloqui militari tra le due Coree, ma non ha esperienza negoziale con gli Stati Uniti o altri paesi. 

In conclusione, a voler essere maliziosi, non si può escludere, come qualcuno ha fatto nel caso dell’accordo con i talebani in Afghanistan, che il tentativo di riapertura del dialogo con Pyongyang in questo momento non sia del tutto casuale, bensì, soprattutto nel caso andasse a buon fine, possa finire per essere un’altra carta nella mano di Trump in vista delle elezioni presidenziali del prossimo Novembre.

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