lunedì, Aprile 6

Coronavirus Covid-19: l’Africa a rischio Perchè rischia e cosa rischia l’Africa, potenziale patria di catene di trasmissione del coronavirus

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L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è «preoccupata per il caos che questo coronavirus potrebbe generare in Paesi con sistemi sanitari deboli», come l’Africa, ha sottolineato il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Dopo il primo morto in Egitto causa Covid-19scorsa settimana, il mondo ha iniziato allarmarsi. Questo Coronavirus fa paura sempre, ma nel momento in cui si è saputo essere sbarcato in Africa ha iniziato fare ancora più paura. Primo morto ufficiale, considerando che nel continente -in cui vivono 1,2 miliardi di persone- vi è scarsa capacità di identificare il virus, è più che probabile che altri morti vi siano stati, ma che non sia stata identificata nel Covid-19 la causa del decesso, prova di ciò si rintraccia in svariate indagini giornalistiche che evidenziano come i sanitari africani denuncino ‘casi sospetti’ da settimane, basti a titolo esemplificativo quanto emerso in Zambia.
Fragili sistemi di sanità pubblica e stretti legami con la Cina rendono l’Africa particolarmentevulnerabile alla diffusione del coronavirus Covid-19, evidenziando la centralità del continente rispetto alla sicurezza sanitaria globale, per quanto l’Africa abbia una grande esperienza e competenza (empirica) circa le epidemie, il che gioca a suo favore. Sta di fatto che secondo gran parte degli studiosi, l‘Africa potrebbe diventare la patria di catene di trasmissione del coronavirus, escatenare una pandemia.

In Africa i cinesi sono una presenza ormai molto importante. Il numero di immigrati cinesi in Africa è aumentato di sette volte in meno di due decenni, secondo il Rapporto annuale sullo studio cinese d’oltremare nel 2012 il continente africano ospitava oltre 1,1 milioni di immigrati cinesi, rispetto a meno di 160.000 nel 1996. Inizialmente, la maggior parte dei lavoratori che venivano in Africa erano piccoli commercianti, ma oggi con l’intensificarsi dei rapporti, ci sono intellettuali e professionisti qualificati cinesi che si sono stabiliti in Africa e il numero effettivo dei residenti cinesi in Africa negli ultimi sette anni è aumentato -mancano i dati certificati. Il numero di lavoratori cinesi alla fine del 2017 era di 202.689, oltre la metà localizzati in Algeria, Angola, Nigeria, Etiopia e Zambia.
Ai cinesi in Africa, bisogna aggiungere poi gli africani che lavorano in Cina e, soprattutto, glistudenti africani in Cina (almeno 60mila), parte dei quali alimentano un flusso di scambi a breve periodo. E qui i dati non sono disponibili, si parla genericamente di molte migliaia.
Secondo l’OMS, insomma, «la probabilità e il rischio di avere un’epidemia in Africa sono molto alti».

La Cina è divenuta il principale partner commerciale dell’Africa, le statistiche dell’Amministrazione generale delle dogane cinesi, per il 2018 indicano che il volume totale delle importazioni e delle esportazioni della Cina con l’Africa è stato di 204,19 miliardi di dollari americani, con un aumento su base annua del 19,7% -nello specifico: le esportazioni cinesi in Africa sono state di US $ 104,91 miliardi, in crescita del 10,8%, le importazioni cinesi dall’Africa sono state di US $ 99,28 miliardi, in crescita del 30,8%-, e scambi sino-africani in crescita costante, negli ultimi dieci anni sono cresciuti del 600%. Secondo McKinsey, oltre 10.000 aziende di proprietà cinese operano attualmente in tutto il continente africano.

Da questi pochi dati si può facilmente dedurre lo scambio umano -non solo di merci- tra il continente e la Cina. L’Africa è infiltrata di Cina.E’ proprio questo gran movimento di persone a favorire la diffusione del virus. Ma non solo.

Lelemento che più rende questa infiltrazioneproblematica è quella che Ghebreyesus ha definito come ‘debolezzadei sistemi sanitari africani, in altri termini, la loro inadeguatezza alla portata di questa epidemia.
Il primo problema è dato dal fatto che, al momento, gli ospedali non hanno laboratori in grado di identificare il virus, tecnicamente non hanno il ‘kit di reagenti’ necessari per identificare il Covid-19, perché, spiegano i medici, testare un nuovo patogeno non è così semplice come molti credono’.Nelle fasi iniziali di un’epidemia, il numero di laboratori in grado di eseguire test diagnostici per lanuova malattia è molto limitato, anche in Paesi con infrastrutture sanitarie più sviluppate. Solo due laboratori in Africa -uno in Senegal e uno in Sudafrica- hanno questi reagenti e fungono da laboratori di riferimento per altri Paesi. Ghana, Madagascar, Nigeria e Sierra Leone hanno riferito di poter condurre test del coronavirus, secondo l’OMS.
L’Africa deve affrontare altre profonde sfide sanitarie che causano la perdita di vite su una scala più ampia, sottolineano alcuni analisti. Nel 2018, sono stati segnalati 96 nuovi focolai di malattie infettive in 36 Paesi in Africa tra cui colera, febbre gialla, morbillo ed Ebola. Inoltre, nel 2018,circa 470.000 persone nell’Africa sub-sahariana sono morte per cause legate all’AIDS.

A ciò si aggiunga la fragilità economica -al punto che alcuni Paesi hanno apertamente dichiarato l’impossibilità a organizzare voli speciali per far rientrare i loro cittadini bloccati in Cina- e l’inadeguatezza organizzativa e prima ancora strutturale nell’allestimento dei sistemi di controllo preventivi (nei porti, negli aereoporti, eccc…).

L’OMS ha stilato una lista di quelli che sono i Paesi africani a maggior rischio, causa il volume di scambi umani, viaggi dalla Cina e per la Cina. Si tratta di 13 Paesi africani: Algeria, Angola, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo,Etiopia, Ghana, Kenya, Mauritius, Nigeria,Sudafrica, Tanzania, Uganda e Zambia. Su questi l’OMS ha dichiarato la priorità di grado elevato.

Il rischio di catastrofe umanitaria appare evidente. Infatti alcuni Paesi sono già operativi nel mettere in atto sistemi di controllo e monitoraggio. Venerdì i Ministri della Sanità dell’Africa occidentale hanno deciso di rafforzare la cooperazione tra i loro Paesi per far fronte al nuovo coronavirus. I Ministri della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) si sono incontrati con l’obiettivo dichiarato di «rafforzare le capacità delle entità nazionali e regionali nella regione di sorveglianza, prevenzione e diagnosi precoce delle epidemie», ed è stato deciso di «rafforzare il coordinamento transfrontaliero», nonché la vigilanza nei confronti dei viaggiatori provenienti dalla Cina.

Una task force continentale è stata appena istituita, come annunciato dal direttore dell’Africa Centers for Disease Control and Prevention (Africa Cdc), John Nkengasong, nel corso di una conferenza stampa congiunta con l’Unione Africana, nella sede di Addis Abeba.
La Task Force Africa, che raggruppa esperti di epidemie di vari Stati e collabora con l’Organizzazione mondiale della sanit
à (Oms), ècoordinata da cinque Paesi -Senegal, Kenya, Marocco, Nigeria e Sudafrica- quelli maggiormente preparati ed equipaggiati. Il mandato è di supervisionare cinque grandi aree di sorveglianza: screening ai punti di ingresso nel continente,prevenzione delle infezioni e controllo delle strutture sanitarie, diagnosi di laboratorio,gestione clinica delle persone con grave infezione Covid-19, comunicazione del rischio e coinvolgimento delle comunità. Il controllo e la leadership sono condivise dall’Unione africana, dai suoi Stati membri e dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Al momento
l’OMS ha messo in condizioni 16 Paesi (su 54) di testare il coronavirus. E entro il 28 del mese altri 20 laboratori lo saranno. Quindi, in termini di diagnostica, si sta aumentando molto rapidamente la capacità in tutto il continente, ha sostenuto Nkengasong. In un continente dai sistemi sanitari ancora carenti e già sotto dura prova da altre emergenze sanitarie -a cominciare da Ebola in Rd Congo- oltre a strumenti diagnostici, fornitura in apparecchiature e farmaci, è urgente potenziare la formazione del personale medico.
A sostegno dei sistemi sanitari pi
à deboli, l’Oms ha stanziato un fondo milionario destinato ai 13 Paesi più a rischio (Algeria, Angola, Costa d’Avorio, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, Ghana, Kenya, Mauritius, Nigeria, Sudafrica, Tanzania, Uganda e Zambia).
Gli operatori sanitari del continente stanno ricevendo informazioni su come comportarsi di fronte a persone con infezione sospetta o confermata, limitare la trasmissione uomo a uomo, garantire le capacita’ di isolamento e optare per un trattamento adeguato in caso di contagio. Grazie a Ebola la maggior parte dei
Paesi dispone di infrastrutture di isolamento, rilevano positivamente dall’OMS.

Alla potenziale catastrofe umanitaria si aggiunga quella economica. L’epidemia di SARS del 2003 si stima sia costata all’economia globale 40 miliardi di dollari. Il numero di casi del nuovo coronavirus ha già superato la SARS e si prevede che causerà ancora più caos economico rispetto alla SARS.
Le
perdite economiche che subirà l’economia cinese la crescita economica cinese è già prevista in calo dal 6,1 al 5,6% e la previsione potrebbe peggiorare- influenzerà sia il commercio tra Cina e Africa, e il turismo che sta diventando fiorente per le casse dell’economia africana, sia gli investimenti cinesi nel continente -oramai i più importanti.
Secondo gli analisti economici, a patirne saranno, tra gli altri, i produttori di materie prime come il rame, colpiti da una flessione della produzione cinese, che normalmente sale dopo la celebrazione del capodanno lunare.
Anche le
valute e le borse africane sono vulnerabili. Nelle precedenti recessioni globali,l’Africa era stata in qualche modo isolata. Ilegami accresciuti con la Cina hanno aumentato l’esposizione dell’Africa a tali shock. Le conseguenze economiche dell’epidemia potrebbero essere più significative per l’Africa dell’impatto epidemiologico, e potrebbe essere il continente in cui l’economia di più sarà sotto stress causa Covid-19.
I Paesi africani devono quindi considerare le loro risposte economiche, oltre a quelle sanitarie: una preoccupazione che si stanno ponendo non soltanto gli analisti ma da subito i Governi e le centrali del potere economico e finanziario africano.
L’Africa, la quarta rivoluzione industriale africana ha un bisogno del Dragone che oramai è dipendenza dalla Cina. Ma attenzione, la Cina non mancherà di preoccuparsi delle ripercussioni che la sua crisi interna determinerà in Africa, dove non solo ha miliardi di dollari investiti, ma anche un pezzo della sua strategia economica e politica dei prossimi decenni. La Cina non può permettersi che l’Africa soffra troppo, perché se così fosse le ripercussioni su Pechino sarebbero decisamente molto gravi.

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