domenica, Giugno 7

Coronavirus: carceri, i garanti si appellano a Mattarella La denuncia del mondo cattolico

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Figurarsi se si vuole mancare di rispetto a chi crede e trova consolazione, conforto, forza nella preghiera. Ma come la beneficenza, sono – dovrebbe essere – un fatto intimo, personale, privato. Capita invece che una conduttrice di una trasmissione di una televisione privata ci faccia sapere che ogni sera recita il rosario. L’ospite, che nella fattispecie è il leader della Lega Matteo Salvini assente con il capo: “Siamo in due, Barbara”; i due si “esibiscono” nella preghiera dell’Eterno riposo”. Il rosario non è una novità, per Salvini. Brandito nel corso dei comizi, ne ha fatto strumento di campagna elettorale.

Esibizione della fede e politica spesso si accompagnano. Il leader del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio non ha esitato a professarsi devoto di San Gennaro, e si è fatto riprendere mentre bacia la teca con il suo sangue. Lo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, devoto di Padre Pio, di recente si è recato in visita privata da papa Bergoglio, giusto il tempo di avvertire i giornalisti e poi il cordiale colloquio in Vaticano…

Ai devoti (ma anche a chi è laico), a questo punto conviene rammemorare il Vangelo di Matteo, e segnatamente i passi 3446.

 “Allora il Re dirà a quelli della sua destra: Venite, voi, i benedetti del Padre mio; eredate il regno che v’è stato preparato sin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame, e mi deste da mangiare; ebbi sete, e mi deste da bere; fui forestiere, e m’accoglieste; fui ignudo, e mi rivestiste; fui infermo, e mi visitaste; fui in prigione, e veniste a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai t’abbiam veduto aver fame e t’abbiam dato da mangiare? o aver sete e t’abbiam dato da bere? Quando mai t’abbiam veduto forestiere e t’abbiamo accolto? o ignudo e t’abbiam rivestito? Quando mai t’abbiam veduto infermo o in prigione e siam venuti a trovarti? E il Re, rispondendo, dirà loro: In verità vi dico che in quanto l’avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me. Dirà anche a coloro della sinistra: Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato pel diavolo e per i suoi angeli! Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui forestiere e non m’accoglieste; ignudo, e non mi rivestiste; infermo ed in prigione, e non mi visitaste. Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: Signore, quando t’abbiam veduto aver fame, o sete, o esser forestiero, o ignudo, o infermo, o in prigione, e non t’abbiamo assistito? Allora risponderà loro, dicendo: In verità vi dico che in quanto non l’avete fatto ad uno di questi minimi, non l’avete fatto neppure a me…”.

E’ quanto Papa Francesco ripete in ogni occasione, e anche domenica scorsa, quando ricorda i più poveri tra i poveri, i carcerati: la categoria di cui quasi nessuno vuole parlare in questa emergenza Coronavirus. ‘L’Avvenire’ pone un quesito preciso: “Quanti sono i personaggi grandi e piccoli che hanno esborsato somme di denaro, anche grosse, per gli ospedali dei quali tutti sentiamo parlare? Somme ingenti, somme giuste, somme doverose. Ma chi dà denaro per chi si contagia in carcere? Eppure basterebbe riflettere un attimo per comprendere di quale grande necessità stiamo parlando. Cosa avviene in un istituto di pena quando arriva l’influenza? Che la prendono immediatamente tutti. Celle da sei con promiscuità assoluta, impossibilità radicale di tutte quelle misure prudenziali cui il governo obbliga, giustamente, noi cittadini liberi”.

Conte, Di Maio, Salvini, hanno prestato attenzione al richiamo venuto da oltretevere? “Ho letto”, scandisce Papa Bergoglio, “un appunto ufficiale delle Commissione dei Diritti Umani che parla del problema delle carceri sovraffollate, che potrebbero diventare una tragedia. Chiedo alle autorità di essere sensibili a questo grave problema e di prendere le misure necessarie per evitare tragedie future.

Oltre al rosario, al bacio della teca, la devozione ai santi, cosa, per corrispondere a quanto si legge nel citato passo del Vangelo di Matteo?

Poche ore prima dell’appello papale, quando si dice la coincidenza, diventa pubblico un appello dei detenuti del carcere romano di Rebibbia: si prende atto che non possono essere rispettati i parametri di distanziamento disposti dal Governo; e quindi si chiede una modifica legislativa che obblighi il magistrato di sorveglianza a concedere misura alternative di custodia in carcere, coerenti con le attuali circostanze di pandemia. Un documento che propone una soluzione saggia, opportuna. Non ne ha parlato praticamente nessuno. Quando, qualche settimana fa, una minoranza di detenuti si sono abbandonati a manifestazioni di violenza, si sono versati fiumi di inchiostro, e non si contano i servizi televisivi. Cosa ne deve dedurre chi vuole rendere pubblica la propria causa? “Visto che siamo in pandemia, si legge nel documento, “ci vorrebbe un intervento del legislatore per rendere obbligatorio ciò che il regolamento considera solo opzionale. Perché l’emergenza nella quale si trova il Paese è vera e riguarda tutti: anche i dimenticati da tutti. Anche i carcerati.

L’ex ministro della giustizia, e vice-segretario del Partito Democratico Andrea Orlando si  fa promotore di un’iniziativa, e si rivolge direttamente ai leader di  Lega e Fratelli d’Italia, Salvini e Giorgia Meloni:  “Mi rivolgo direttamente a voi anche sulla base della vostra volontà, manifestata in più occasioni, di collaborare con il governo e con la maggioranza nella gestione della drammatica crisi che stiamo vivendo. La crisi colpisce ogni ambito della nostra vita civile, sociale e istituzionale, pertanto, credo che la vostra disponibilità non possa che riguardare ogni ambito interessato da essa. Tra questi ve n’è uno particolarmente scabroso e divisivo, eppure assolutamente cruciale come il carcereIl problema è evidente, il virus non colpisce solo gli incensurati ed è evidente che in un circuito penitenziario nel quale dovrebbero stare circa 45.000 e nel quale, attualmente, sono recluse più di 60.000 persone, la possibilità di realizzare il distanziamento sociale è una barzelletta di pessimo gusto. Non mi sfugge, cari colleghi, che il vostro posizionamento politico di questi anni si è incentrato sul tema della certezza della pena. Si potrebbe opinare che la pena può essere certa e persino dura e sicuramente più utile alla collettività, senza necessariamente risolversi nella reclusione, ma non è il tempo di fare questa discussione. Adesso la questione si pone su un altro piano. Il mancato distanziamento sociale dietro le sbarre può fare del carcere una vera e propria bomba epidemiologica. I timidi provvedimenti assunti non sono in grado di evitare questo scenario. Occorrerebbe più coraggio. Il carcere non è un’isola. Ogni giorno dagli istituti penitenziari escono ed entrano migliaia di persone. In primo luogo le donne e gli uomini della polizia penitenziaria, e con loro, un numero significativo di medici, infermieri, educatori, tecnici e dirigenti penitenziari. Il contagio non resterebbe chiuso tra le mura. E potremmo così trovarci, superato il picco della diffusione del virus nel Paese, a fare i conti con un ritorno di fiamma provocato proprio dal carcere trasformato in un enorme focolaio. Se non sono sufficienti, dunque, i richiami al senso di umanità che pure non penso vi siano indifferenti, faccio appello al vostro indubitabile attaccamento al nostro Paese già troppo gravato da ipoteche e angosce. Peraltro il primo provvedimento deflattivo per far fronte al sovraffollamento, in condizioni assai meno drammatiche, di quelle attuali, fu varato meritoriamente da un esecutivo sostenuto dalle forze politiche che attualmente guidate. Le timide norme contenute nel decreto in conversione alle Camere credo riescano in modo soltanto parziale a ridurre i pericoli che ho paventato, eppure anche quelle, hanno già suscitato da parte vostra durissime polemiche. Sono consapevole che il tema si presta a fraintendimenti e strumentalizzazioni e a dire il vero affrontarlo in modo razionale non è mai fonte di consenso. Eppure credo che sia necessario mettere da parte su questo come su altri punti le nostre legittime aspirazioni e riconsiderare le nostre convinzioni più radicate alla luce di ciò che sta avvenendo. Questo sacrificio non è richiesto soltanto a voi. Tutte le forze politiche sono chiamate a ridiscutersi e a rivedere molte delle loro parole d’ordine. Credo che l’interesse della nostra comunità lo giustifichi ampiamente. Aprire dunque, rapidamente una discussione sul carcere che tenga conto di questa fase e non ricalchi il copione di questi anni, è assolutamente necessario, vi ringrazio se soltanto vorrete prendere seriamente in considerazione questa possibilità.

Ogni giorno dai circuiti carcerari giungono notizie allarmanti: Ci hanno dato le mascherine di carta rifiutate dalle Regioni”, fa sapere la UIL-Penitenziaria, che raccoglie segnalazioni da tutto il paese.Così equipaggiati rischiamo di esporre i detenuti al contagio. Le procedure adottate dal Ministero garantiscono l’accertamento su ogni singolo detenuto, ma noi restiamo la variabile imprevista che potrebbe dar vita a un piccolo focolaio.

 Gioacchino Veneziano, segretario della UIL Penitenziaria per la Sicilia, senza tanti giri di parole, denuncia: “Ci stanno mandando in trincea senza nessuna arma. E’ inutile che il ministro Bonafedee il capo di dipartimento Basentini dicano di tutelarci, non è così e lo smentiamo con i fatti. Stessa situazione in Puglia: “Sono arrivate le stesse mascherine di carta, dice Stefano Caporizzi, responsabile regionale del sindacato. Ci siamo rivolti ad alcune aziende locali per averle con un piccolo contributo ed evitare di contagiare la popolazione detenuta, che ci chiede di indossarla perché vorrebbero sentirsi più sicuri. Ancora: “Noi le mascherine di carta le abbiamo ricevute la settimana scorsa, adesso ci hanno spedito un lotto di mascherine rigide (due a testa) che dobbiamo lavare ogni sera, racconta Domenico Maldarizzi, segretario Uil in Emilia Romagna. A Bologna ci sono stati dei casi tra i sanitari e gli infermieri e l’amministrazione non ci ha mai fornito dei dati ufficiali e anche un detenuto è risultato positivo. Molti colleghi sono in quarantena senza tampone”. A Lecce sei agenti sono in quarantena, in attesa degli esiti del tampone, dopo essere stati a contatto con una detenuta risultata positiva; un agente pugliese in servizio al carcere milanese di Opera è morto.

Per finire la Conferenza dei garanti territoriali; lancia un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alle Camere, ai sindaci e ai presidenti delle regioni: “Si chiedono urgenti e ulteriori misure di riduzione della popolazione detenutaCome più volte raccomandato dal Garante nazionale delle persone private della libertà, e indicato anche dall’Organizzazione mondiale della sanità e dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura, sono necessari importanti interventi deflattivi della popolazione detenuta che consentano la domiciliazione dei condannati a fine pena e la prevenzione e l’assistenza necessaria a quanti debbano restare in carcere”.  Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede? Sorride.  

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