martedì, Agosto 11

Coronavirus all’italiana tra calo di tensione, compromessi, dati falsati e azzardi: a rischio l’estate Intervista al Presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta: compromesso tra evidenze scientifiche e interessi di altra natura, scontro Governo-Regioni, dati falsati, errori in Lombardia,‘contagioso’ entusiasmo per la fase 2, aumentano il rischio di una seconda ondata all’inizio dell’estate

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«Il ‘contagioso entusiasmo per la fase 2 sta generando un pericoloso effetto domino sulle riaperture rischiando di vanificare i sacrifici degli italiani. Infatti, decidere la ripresa di attività e servizi sulla base di dati che, occupazione di posti letto a parte, riflettono ancora il periodo del lockdown,aumenta il rischio di una seconda ondata all’inizio dell’estate», così Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE, nel comunicato stampa diffuso oggi dalla Fondazione a seguito del monitoraggio indipendente condotto da GIMBE, nella settimana 7-13 maggio, e in vista della decisione sulle riaperture differenziate annunciate per il 18 maggio, in attesa dei dati del monitoraggio del Ministero della Salute.

L’allarme di Cartabellotta c’è da augurarsi che non passi inosservato. La Fondazione, decisamente defilata dalle varie task force che imperversano a Palazzo Chigi e dintorni, è tra le istituzioni più autorevoli del Paese, per competenza, esperienza, intransigenza, sorda quanto dovrebbe essere una istituzione sanitaria alle pressioni politiche e al politichese.

Il monitoraggio GIMBE per il periodo 7-13 maggio, conferma sia il costante alleggerimento di ospedali e terapie intensive, sia il rallentamento di contagi e decessi. Ma attenzione: l’impatto dell’allentamento del lockdown avvenuto lo scorso 4 maggio potrà essere valutato solo tra il 18 maggio e la fine del mese, peraltro presupponendo che la comunicazione dalle Regioni alla Protezione Civile avvenga in tempo reale, per una serie di motivazioni tecniche organizzative dettagliate nel comunicato. Posto ciò «i dati sull’andamento dei contagi in base ai quali si decideranno le riaperture del 18 maggio fotografano ancora la fase di lockdown e anche il valore di Rt viene calcolato sui dati delle due settimane precedenti», «solo tra due settimane conosceremo gli Rt conseguenti all’allentamento del 4 maggio».

Tradotto in altre più semplici parole: «le decisioni in questo momento non possono per definizione essere informate dai dati perché l’impatto dell’allentamento del lockdown sarà misurabile solo a partire dalla prossima settimana». Cioè a dire: le riaperture del 18 maggio saranno decise azzardando che l’allentamento del 4 maggio non abbia cambiato la situazione dei contagi rispetto a quando il Paese era in lockdown. E’ da qui che deriva il rischio prospettato da GIMBE. Le riaperture del 18 maggio sono un azzardo, perché, prosegue Cartabellotta, «bisogna essere consapevoli che l’epidemia è ancora attiva, che in Italia si stimano 3-4 milioni di persone contagiate e che i soggetti asintomatici rappresentano una fonte certa di contagio. Tuttavia, nel dibattito pubblico delle ultime settimane la vertiginosa rincorsa alle riaperture ha preso il sopravvento rispetto ad una scrupolosa programmazione sanitaria della fase 2 su cui non mancano criticità. Dall’assenza di una strategia di sistema ai problemi di approvvigionamento di mascherine e reagenti per i tamponi; dalla mancata applicazione di misure per spezzare la catena dei contagi alle autonome interpretazioni regionali delle evidenze scientifiche su test diagnostici e trattamenti».

Tra i molti motivi di apprezzamento del lavoro della Fondazione, proprio in occasione della crisi da coronavirus Covid-19, si è potuto ammirare la chiarezza, la schiettezza e l’onestà intellettuale capace di mettere a nudo le debolezze di una politica sempre impantanata in pastoie di tiro alla giacchetta e alla mediazione dell’impossibile da mediare.

Con il Presidente Nino Cartabellotta abbiamo così provato andare a fondo su alcuni dei troppi elementi ancora ben poco chiari.

Professore, intanto vorrei che ci facesse il quadro del tipo di attività che avete condotto in occasione di questa crisi sanitaria e in forza di quali strumenti e risorse umane

Dal 21 gennaio 2020 la Fondazione GIMBE alimenta con i dati ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, della Protezione Civile, del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità una dataroom per attività indipendenti di ricerca e divulgazione sulla pandemia di Covid-19. Da sempre riteniamo infatti che le attività di un’organizzazione indipendente finalizzate a informare il Paese sulla salute, l’assistenza sanitaria e la ricerca biomedica possono determinare grandi benefici sociali ed economici. Ecco perché, in un momento in cui le nostre attività ordinarie hanno inevitabilmente dovuto fermarsi, abbiamo riconvertito le nostre competenze e il nostro tempo al servizio dell’Italia, convogliando i nostri sforzi su analisi dei dati e comunicazione dell’epidemia da coronavirus a cui abbiamo dedicato un sito liberamente accessibile a tutti: coronavirus.gimbe.org. Tutto questo è stato portato avanti senza alcun finanziamento pubblico o privato, anche grazie al supporto di chi ha scelto di aiutarci con una donazione: un piccolo ma prezioso gesto che per noi continua a fare la differenza.

È partita lunedì 4 maggio la Fase 2, ovvero l’allentamento delle restrizioni, la Fondazione GIMBE alla vigilia ha emesso una nota nella quale sostanzialmente si affermava che non tutto il Paese si poteva considerare di fatto fuori da questa fase. Quale è la situazione secondo la Fondazione?

Il nostro monitoraggio della settimana 30 aprile-6 maggio ha documentato un ulteriore alleggerimento del carico degli ospedali e in particolare delle terapie intensive. Tuttavia, sul fronte di contagi e decessi, nonostante il progressivo rallentamento, il numero dei nuovi casi non ha raggiunto quella prolungata stabilizzazione che secondo la Commissione europea deve essere propedeutica alla ripartenza. In sintesi:

  • Casi totali: +10.866 (+5,3%)

  • Decessi: +2.002 (+7,2%)

  • Ricoverati con sintomi: -3.441 (-17,9%)

  • Terapia intensiva: -462 (-25,7%)

Se da un lato la Fondazione GIMBE condivide il principio di graduale riapertura del Governo, dall’altro rileva che l’avvio della fase 2 non ha rispecchiato il principio della massima prudenza, perché non ha tenuto in considerazione le notevoli eterogeneità regionali nelle dinamiche del contagio. A tal proposito abbiamo rilevato sia che l’80% dei nuovi casi e dei nuovi decessi si concentrava in sole 5 regioni (Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto e Liguria), sia che la maggior parte dei 4,5 milioni di lavoratori rientrati al lavoro il 4 maggio vivono proprio in queste Regioni.

Se le cose non andassero per il verso giusto, a cosa si andrebbe incontro (nuova chiusura a parte) dal punto di vista sanitario? E: secondo lei, gli italiani hanno davvero capito e stampato in testa che il virus non solo ancora c’è ma che potrebbe ancora colpire pesantemente, insomma il rischio se non si rispettano quelle norme di base che è inutile qui ripetere?

Ritengo che ci sia stato un pericoloso calo dell’attenzione, anche da parte delle Istituzioni. L’abolizione dal 30 aprile della conferenza stampa della Protezione Civile potrebbe essere stata interpretata come un segnale eccessivamente positivo se letta insieme all’imminente riapertura del 4 maggio e al progressivo calo dei contagi (peraltro conseguenti anche ad un limitato numero di tamponi diagnostici). Soprattutto è inaccettabile che le responsabilità della fase 2 vengano scaricate solo sui comportamenti individuali: indispensabile la riapertura graduale del Paese, ma dove sono le mascherine per tutti? Dove sono i reagenti per i tamponi? Dove è la strategia delle 3T (testare, tracciare, trattare) raccomandata da tutte le maggiori organizzazioni internazionali?

Il piano per la Fase 2 disegnato dal Governo vi convince? E cosa si rischia con i piani che le regioni hanno messo in pista ignorando di fatto il Governo?

Con l’attuale quadro epidemiologico con la fase 2, se alcune aree dovranno sottostare a restrizioni eccessive che determinano autonome fughe in avanti, come dimostra il caso Calabria poi arginato dal TAR. Per altre la riapertura è avvenuta sul filo del rasoio perché come già detto dei 4,5 milioni di persone tornate al lavoro la maggior parte si concentra proprio nelle Regioni dove l’epidemia è meno sotto controllo. Soprattutto, occorre essere consapevoli che l’eventuale risalita della curva dei contagi sarà visibile non prima di 2 settimane e, ovviamente, condizionata dall’esecuzione di un congruo numero di tamponi. Come ogni decisione politica il DPCM sulla fase 2 rappresenta un inevitabile compromesso tra evidenze scientifiche ed interessi di altra natura. In particolare, il Governo ha dovuto necessariamente mediare tra le richieste dei governatori del Nord che spingono per la riapertura delle attività produttive e le istanze di quelli del Sud, contrari alla mobilità interregionale per timore di ‘importare’ contagi. Con queste posizioni, modulare regole diverse secondo l’epidemiologia del contagio tra le varie Regioni avrebbe inevitabilmente fatto saltare il banco.

Qui sorge una domanda: Covid-19 non ha forse messo bene in evidenza che la regionalizzazione della Sanità non sta funzionando? E non ritiene che debba essere oggetto di pronta riforma appena questa vicenda si sarà conclusa?

In sanità quello della leale collaborazione Governo-Regioni, a cui l’art. 32 affida la tutela della nostra salute, è uno scottante tema politico sul quale i vari esecutivi hanno abdicato o cercato soluzioni improbabili, tanto che in poco tempo ha attraversato da un estremo all’altro l’intera gaussiana. Il diritto alla tutela della salute delle persone è stato infatti catapultato dalla riforma dell’art. 117 della Costituzione, che con l’eliminazione della legislazione concorrente e la restituzione allo Stato di alcuni poteri esclusivi avrebbe dovuto porre fine (?) alle diseguaglianze regionali, alla contagiosa diffusione, in attuazione dell’art. 116, del virus del regionalismo differenziato. La situazione di emergenza sanitaria ha dimostrato l’impossibilità di una catena di comando unica, viste le innumerevoli differenze regionali nella gestione dell’assistenza ai pazienti COVID-19. In realtà c’erano gli estremi per applicare l’art. 120 della Costituzione ove si prevede espressamente che il Governo possa sostituirsi alle Regioni in caso di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica.

Torniamo alla crisi in corso. In queste settimane c’è stato il balletto dei numeri di contagiati e di morti. La gente non ci capisce più niente. Le chiedo: possiamo spiegare perché questo triste balletto, da cosa deriva, e se in questa confusione vi sono stati degli ‘intrusi’ che hanno inquinato il pozzo?

Le analisi indipendenti della Fondazione GIMBE, insieme a quelle di altri istituti di ricerca pubblici e privati, dimostrano che solo i dati dei pazienti ospedalizzati e ricoverati in terapia intensiva sono affidabili. Per il resto il quadro epidemiologico è stato distorto da tre fattori: esecuzione di pochi tamponi (con conseguente abbassamento del numero dei casi), sovrastima dei guariti (la Lombardia comunicava i casi dimessi senza status di guarigione noto che finivano tra i guariti della Protezione Civile) e sottostima dei decessi, come recentemente dimostrato dallo studio ISTAT-Istituto Superiore di Sanità.

Numeri. Due domande, qui, assolutamente importanti. I vostri numeri sono frutto di quale lavoro? E: secondo i vostri numeri, in Italia quanti contagiati totali ad oggi e quanti morti?

Noi abbiamo analizzato i dati ufficiali in maniera indipendente ed elaborato varie stime secondo modelli internazionali validati. Difficile rispondere ad una domanda non ‘a bocce ferme’. Mi spiego meglio: se il numero dei decessi accertati fosse reale, stimando un tasso di letalità intorno all’1% potremmo stimare circa 3 milioni di contagi. Ma, se fossero il doppio come ipotizzato dallo studio ISTAT-ISS, anche i contagi dovrebbero essere riparametrati.

I morti non contabilizzati nei dati che la Protezione Civile ogni giorno comunica: ma avrebbe la Protezione Civile, piuttosto che altre ‘centrali’ dello Stato, la possibilità di conteggiarli davvero?

Il dato ufficiale dei decessi viene fornito dall’ISTAT con le relative cause di morte. Le modalità imposte dalla raccolta dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità richiedono ai Paesi di comunicare il numero dei decessi insieme ai casi, ma è evidente che questo dato era ‘tampone-correlato’, ovvero si trattava di soggetti deceduti con tampone positivo. Ovviamente i dati ISTAT sono molto più affidabili, ma vengono riportati con alcune settimane di ritardo pertanto non sarebbe stato possibile comunicarli in tempo reale. La conclusione del rapporto ISTAT-ISS è che l’eccesso di mortalità documentato viene fatto risalire a tre cause, direttamente o indirettamente legate a COVID-19: decessi causati direttamente dal coronavirus (polmoniti), decessi dove l’infezione ha aggravato patologie pre-esistenti, decessi in pazienti negativi al coronavirus ma che non hanno ricevuto e/o richiesto l’adeguata assistenza per il sovraccarico del servizio sanitario, ospedali in particolare, o per il timore di infettarsi.

Parliamo della Lombardia. Possiamo provare a spiegare le ragioni per le quali in Lombardia il virus è stato così devastante? Ritenete vi siano state condizioni che hanno determinato l’esplosione del virus determinate da errori di base nel sistema sanitario regionale o da errori compiuti all’origine, quando il virus è entrato sul territorio?

Sicuramente hanno pesato alcune condizioni predisponenti sia non prevenibili (elevata densità di popolazione, tasso elevato di contatti sociali, ampia circolazione di persone), sia prevenibili (assenza di un piano pandemico regionale e modello organizzativo ospedalo-centrico). In questo contesto, dove il virus circolava liberamente dall’inizio di gennaio , si sono susseguiti una serie di scelte politiche e sanitarie che hanno portato ai risultati che tutti conosciamo. Dalla sottovalutazione del problema documentata dagli slogan rassicuranti di fine febbraio alla mancata zona rossa di Alzano Lombardo e Nembro; dalle troppe attività produttive aperte in deroga anche dopo il decreto ‘Chiudi Italia’, al mancato blocco dei trasporti pubblici; dall’inadeguata gestione sanitaria territoriale all’intasamento degli ospedali; dall’isolamento domiciliare non gestito adeguatamente alle dimissioni di pazienti meno gravi verso RSA e case di riposo per anziani.

L’Italia è pronta, dopo questa tragica esperienza, alla prossima pandemia?

Il coronavirus ha messo in luce 2 grandi verità: il servizio sanitario pubblico era stato enormemente indebolito da un saccheggio di € 37 miliardi nel periodo 2010-2019 e i continui attriti tra Governo e Regioni hanno dimostrato che questo modello di governance, che non funziona già in condizioni ordinarie, durante una pandemia manda in tilt il servizio sanitario.

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