domenica, Novembre 29

Corea, la Russia cerca di mediare Mosca si adopera tutte le direzioni per scongiurare esiti catastrofici al di là dell’apparente allineamento con la Cina

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Sessantasette anni fa, per la precisione in giugno, scoppiava la guerra di Corea, evento cruciale dello scontro planetario, da poco iniziato, tra il mondo comunista e quello capitalista, o se si preferisce liberaldemocratico. Cruciale e ovviamente drammatico, data la stazza dei suoi protagonisti e per il fatto stesso di ridare la parola alle armi a breve distanza da un conflitto mondiale, il secondo, di dimensioni e asprezza senza precedenti. Ma anche un evento, malgrado tutto, non proprio trasparente quanto alle sue origini e cause, come vari altri successivi e comunque tutt’altro che infrequenti sulla scena internazionale.

A prima vista l’attacco della Corea del nord, sotto regime comunista, a quella del sud, collocata nel campo per così dire occidentale in seguito alla divisione della penisola, dopo la liberazione dall’occupazione giapponese, lungo il fatidico 38° parallelo, costituiva e viene tuttora ricordato essenzialmente come uno dei più vistosi e più ruvidi tentativi dello schieramento capeggiato dall’Unione sovietica di estendersi ovunque possibile e con ogni mezzo a spese di quello rivale, in nome della propria vocazione universalistica fondata sull’ideologia marxista-leninista nella sua concreta versione stalinista.

In realtà ci fu anche dell’altro, tanto più meritevole di rilievo in quanto il tentativo fallì, nonostante il massiccio (benchè  mascherato) intervento militare della Cina comunista che servì solo ad impedire che il “fratello” nordcoreano venisse travolto dalla controffensiva degli Stati Uniti, intervenuti a loro volta, alla testa di una forza multinazionale legittimata dall’ONU, per scongiurare il tracollo dello Stato meridionale.

Prove documentarie non esistono, ma è ugualmente e ampiamente accreditata la nozione che l’attacco del giugno 1950 sia stato voluto da Stalin, e al limite imposto al leader nordcoreano Kim Il Sung, giunto al potere grazie al multiforme appoggio sovietico, anche se non soprattutto per uno scopo non apertamente confessabile: coinvolgere inevitabilmente in un conflitto la Cina di Mao Zedong, ovvero la Repubblica popolare appena fondata dal “grande timoniere” a coronamento di un’epica lotta contro il vecchio regime non aiutata in misura apprezzabile dall’URSS.

E impedire, così, che il “compagno” di Pechino trovasse un modus vivendi con gli USA, che avevano sostenuto invece il suo antagonista sconfitto, Chang Kai Shek, dopo avere tolto di mezzo l’imperialismo giapponese, e comunque si sottraesse alla leadership moscovita del movimento comunista mondiale, come aveva appena fatto il maresciallo Tito alla testa della ben più piccola Jugoslavia. In altri termini, la guerra di Corea segnava a suo modo un’altra potenziale crepa nella coesione di quel movimento, ossia di un “campo socialista” effettivamente destinato a subire ben presto la più clamorosa spaccatura proprio tra Mosca e Pechino.

Per sanarla, sono occorsi il decesso dell’Unione Sovietica e il ripudio del suo regime e della sua ideologia da parte della nuova Russia, mentre la Cina ha mantenuto il sistema politico di tipo comunista privandolo però in larga misura del suo corrispettivo economico-sociale. Oggi Mosca e Pechino si ritrovano di nuovo e forse più sinceramente amiche, benchè in assenza di legami formali, di quanto non lo siano davvero state per quel breve tempo negli anni ’50. Eppure neanche adesso si tratta probabilmente di un’amicizia a prova di bomba, sgombra da sospetti o riserve quanto meno latenti, nonostante il perdurante o riemergente confronto con un grande antagonista comune ma diversamente tale, sinora, per ciascuna.

A fornire qualche indicazione in più al riguardo arriva ora un nuovo test coreano, sotto forma di bombe e missili lanciati a dritta e a manca, all’indirizzo soprattutto degli stessi Stati Uniti, proprio da un discendente del Kim Il Sung amico comune, a suo modo, di Russia e Cina. Un amico imbarazzante per un verso ma forse anche comodo per un altro, in circostanze come quelle attuali che si caratterizzano, anche questa volta, per una scarsa trasparenza.

Quali siano esattamente gli obiettivi e i calcoli di Kim Jong Un non si sa. Possono essere solo oggetto di ipotesi peraltro abbastanza plausibili, a cominciare da quella che, per quanto anomalo appaia il personaggio, non intenda spingere spensieratamente la sua sfida ad amici e nemici fino al rischio estremo di provocare una conflagrazione catastrofica per mezzo mondo oltre che per il suo stesso Paese. E’ altresì improbabile che si senta davvero minacciato militarmente dalla Corea del sud e dagli USA, se non per quel tanto di insicurezza che può provare uno Stato autoritario e repressivo a causa della contiguità con uno democratico e per di più consanguineo, ricordando il precedente delle due Germanie.

E’ vero semmai l’inverso, ricordando anche il 1950. La Germania comunista, d’altra parte, aveva assicurato ai propri cittadini (che pur continuavano a fuggire nonostante il Muro di Berlino e dintorni) un relativo benessere. La Corea settentrionale, povera e fino a ieri semi affamata, ha potuto invece mantenersi a galla solo grazie ad aiuti stranieri e stenta comunque a gestirsi con un minimo di efficienza salvo per quanto riguarda l’apparato militare, restìa com’è a seguire la Cina sulla via di radicali riforme. E naturalmente, sul conseguente confronto impietoso con la Corea meridionale pesano le spese profuse in armamenti così sofisticati e costosi.

L’ipotesi che il gioco d’azzardo dell’ultimo dei Kim sia in funzione di un sostanziale ricatto, miri cioè a costringere amici, nemici e terzi più o meno neutrali ad allentare i cordoni della borsa per consentire al suo regime di sbarcare il lunario, appare dunque più che sensata ed è infatti largamente condivisa. Diventa però obbligatorio, allora, domandarsi perché Pechino e Mosca si lascino così facilmente ricattare, almeno sinora, essendo entrambe dotate di tutti gli strumenti necessari per tenere a bada un vicino del genere. Ma, al tempo stesso, anche se entrambe o una delle due non abbiano eventualmente buoni motivi per dargli sostanzialmente corda perché il suo comportamento risponda a qualche loro interesse.

Nel caso della Cina la risposta è alquanto agevole essendo largamente condiviso anche il sospetto che Pechino si serva di Pyongyang per costringere gli USA a ridurre, quanto meno, il loro dispositivo militare in Corea del sud e il loro concreto appoggio agli altri Paesi rivieraschi del Mare cinese meridionale che si oppongono alle pretese egemoniche di Pechino su di esso e sulle sue risorse, oltre che a ritirare la protezione da Washington sempre accordata all’indipendenza di Taiwan.

Non esistono naturalmente al riguardo prove attendibili, e del resto Pechino può coprirsi in qualche misura con la maggiore disponibilità mostrata, ad esempio rispetto a Mosca, ad usare l’arma delle sanzioni economiche per indurre Pyongyang a desistere dalla sempre più allarmante escalation di provocazioni. Il sospetto però rimane, se non altro perché sinora le sanzioni non hanno ottenuto alcun effetto tangibile e non manca chi autorevolmente avverte (primo fra tutti Vladimir Putin) che non lo avrà neppure un loro ulteriore inasprimento qualora l’ONU desse eventualmente via libera alle insistenti proposte americane in materia.

Il caso russo si presenta più complesso. Da un lato, la Federazione che fa capo al Cremlino è oggettivamente meno coinvolta della Cina nella questione per motivi geografici, benchè possieda anch’essa un confine con la Corea del nord, relativamente breve ma ugualmente importante. Dall’altro, la questione la coinvolge persino di più innanzitutto in quanto amica della Cina stessa ma soprattutto a causa di un contenzioso con la superpotenza americana attualmente più grave ed acuto di quello che divide Pechino da Washington. Un contenzioso che Donald Trump non sembra essere riuscito, finora, neppure a ridimensionare e che Mosca contribuisce ad alimentare anche con la sua attiva aspirazione a riassumere un ruolo di grande potenza a raggio planetario.

In quanto tale, d’altronde, almeno nelle aspirazioni, la Russia di Putin non può neppure accontentarsi di un ruolo di partner minore dell’amica Cina, proiettata a contendere agli USA l’egemonia mondiale e che già adesso le fa ombra, specie nell’Estremo oriente e in Asia in generale, con la sua schiacciante superiorità demografica ed economica accompagnate da un’approssimativa parità militare. L’amicizia obbliga Mosca a spalleggiare Pechino nella crisi coreana, ma non a dimenticare che la Corea del nord era nata come satellite dell’URSS, oggi rimpianta in Russia sotto molti aspetti, e tanto meno che esistono interessi russi di vario genere non necessariamente coincidenti con quelli cinesi.

Di qui, per cominciare, la maggiore fermezza non solo verbale di Mosca nell’osteggiare l’inasprimento delle sanzioni contro Pyongyang. Accusata in Occidente di continuare come se niente fosse a venderle petrolio, non lo nega e si limita a replicare, per bocca dello stesso Putin, che si tratta di quantità modeste, quasi come faceva Leonid Brezhnev dopo l’invasione dell’Afghanistan sostenendo che l’URSS vi aveva mandato solo un “limitato contingente” di truppe. Sarebbero per la precisione 40 mila tonnellate, in aumento come il totale degli scambi commerciali con la Corea del nord, che dopo essersi ridotti di oltre un terzo negli ultimi quattro anni si sono raddoppiati (secondo cifre ufficiali russe) nel primo trimestre del 2017, pur rimanendo ben lontani dal volume di quelli che Pyongyang intrattiene con Pechino, pari ad oltre il 90% del totale nordcoreano.

Mosca, a differenza di Pechino, ha cercato di minimizzare anche la più recente e più clamorosa bravata di Pyongyang, quella del 3 settembre, sostenendo che era stato lanciato solo un missile a raggio intermedio e non intercontinentale, capace cioè di colpire gli Stati Uniti. Ma ancor maggiore rilievo meritano le iniziative diplomatiche russe, e in particolare un dialogo apparentemente non sterile con la Corea del sud. Il nuovo presidente di Seoul, Moon Jae-in, incontratosi con Putin a Vladivostok tre giorni più tardi, ha accolto favorevolmente l’invito russo a cercare un contatto diretto con Pyongyang e si è dichiarato decisamente contrario ad un ricorso preventivo alla forza da parte americana.

Si profila inoltre un’intensificazione dei rapporti economici tra Russia e Corea del sud, i cui scambi commerciali sono complessivamente aumentati di circa il 50% quest’anno, e alla cui collaborazione nel campo degli investimenti per lo sviluppo si vorrebbe conferire un carattere trilaterale proponendone l’estensione alla Corea del nord nonostante le attuali tensioni. Ma non basta. A quanto risulta, Mosca ha tentato, di promuovere colloqui diretti persino tra Pyongyang e Washington, benchè sinora senza esito tangibile.

A tutto ciò si devono aggiungere i progressi che continuano invece a registrarsi nelle relazioni sia economiche che politiche tra Russia e Giappone, un altro Paese seriamente minacciato come la Corea del sud dall’escalation di Kim Jong Un e in rapporti sempre per nulla cordiali con la Cina. Si completa così un quadro d’insieme che suggerisce, più che il sospetto di un gioco delle parti tra Mosca e Pechino, pur sempre possibile, l’impressione più che mai confermata di un costante sforzo russo di svolgere un ruolo sì fortemente assertivo, ma quando necessario anche distensivo e di mediazione sulla scena internazionale, in modo da favorire convergenze e collaborazioni piuttosto che irrigidimenti ed esasperazioni dalle conseguenze incalcolabili o fin troppo facilmente prevedibili nella loro disastrosità.

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