giovedì, Luglio 9

Corea del Sud, sconfiggere COVID-19 andando a caccia del coronavirus Rispettando la libertà dei cittadini e la democrazia, la strategia vincente è stata l’intercettazione a livello nazionale delle persone positive. No quarantena obbligatoria per tutta la popolazione, non chiusure

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La Corea del Sud è la seconda Nazione asiatica maggiormente colpita dall’epidemia del coronavirus COVID-19 dopo la Cina.
Il
paziente zero è stato individuato il 20 gennaio, ma la diffusione di massa del virus è stata provocata da una fedele della setta religiosa segreta, la Shincheonji, Chiesa di Gesù del Tempio del Tabernacolo e della Testimonianza (SCJ).
La tragedia nazionale inizia il
18 febbraio, quando una donna di 61 anni aderente a questa setta, denominataPaziente 31, si reca presso l’ospedale generale di Daegu (città di 2,5 milioni di abitanti) mostrando sintomi associabili al COVID-19.
Il Paziente 31 riceve assistenza sanitaria, ma
rifiuta categoricamente di sottoporsi al test diagnostico. Nel pieno rispetto dei principi democratici che contraddistinguono il governo sudcoreano, le autorità sanitarie sono costrette a rilasciare il paziente non potendolo trattenere contro la sua volontà. Un errore fatale, in quanto il Paziente 31 contagerà altri membri della setta, propagando il virus su tutto il territorio nazionale. È proprio nella città di Daegu che la setta ha un forte seguito: circa 15.000 adepti.

La Shincheonji, Chiesa di Gesù del Tempio del Tabernacolo e della Testimonianza (SCJ la sua abbreviazione), è una una chiesa top secret fondata nel marzo 1984 da Lee Man-hee, un fanatico religioso dotato di grande carisma, che si considera il solo essere umano in grado di interpretare il Libro delle Rivelazioni e la Bibbia. La setta, che in Corea del Sud conta 230.000 adepti, è presente anche in Gran Bretagna, India, Singapore e in Cina, più precisamente a Wuhan (dove si presume abbia avuto origine la pandemia mondiale nel dicembre 2019).

Il Paziente 31 ha rifiutato di sottoporsi ai test diagnostici per paura che le autorità sanitarie in un qualche modo riuscissero a scoprire l’identità di altri membri della setta. Ogni adepto deve difendere la segretezza della Chiesa di SCJ, anche a costo della sua vita.
Dopo una settimana il Paziente 31 è stato costretto a ritornare all’ospedale a causa delle peggiorate condizioni di salute. Risulta positiva da COVID-19 e viene sottoposta alle cure intensive. Durante la settimana il Paziente 31 aveva, appunto, infettato altri adepti.

Le autorità sanitarie hanno calcolato che il 60% dei casi di contagio registrati tra il 20 febbraio e il 29 febbraio si sono verificati in persone appartenenti a questa setta segreta. La città di Daegu diventa così epicentro regionale della diffusione della malattia, capace di diffondere il virus in tutto il Paese grazie alle cerimonie segrete celebrate in altre città, compresa Seul, dove hanno partecipato adepti di Daegu già contaminati dal Paziente 31.

Il 20 febbraio il Ministero della Sanità registra a Daegu 53 nuovi casi di contagio, tutti appartenenti alla setta. Il 23 febbraio la città conta già 300 casi. Tra il 24 e il 29 febbraio il contagio si espande su tutto il territorio nazionale, arrivando a 4.000 casi di cui la metà sono adepti della setta segreta.

Le autorità sudcoreane, dietro richiesta di Sindaco di Seoul, accusano la setta di aver contribuito coscientemente alla diffusione del virus, ponendo milioni di cittadini a rischio sanitario. Accusa fondata, in quanto i dirigenti della SCJ il 24 febbraio avevano rifiutato a Daegu di collaborare con le autorità sanitarie fornendo la lista degli adepti per sottoporli tutti ai test diagnostici. La lista degli adepti è stata ottenuta grazie a una serie raid della Polizia (autorizzati dalla Magistratura) negli uffici della SCJ a Daegu, Seoul e altre città. Le autorità hanno costretto tutte le persone della lista a sottoporsi ai test, scoprendo 2000 casi di contagio. Ora i dirigenti della setta sono indiziati, accusati di contagio volontario del virus e mancata collaborazione con le autorità sanitarie.

Il provvedimento giudiziario ha scatenato la reazione della USCIRF (Commissione degli Stati Uniti per la Libertà Religiosa Internazionale), dove la setta di Shincheonji detiene una forte influenza. La USCIRF ha accusato il Governo di Seoul di aver violato la libertà di religione e di aver perseguitato la setta segreta. «USCIRF ha ricevuto da vari individui della SCJ di nazionalità sudcoreana denunce di persecuzione da parte della Polizia. Si è inoltre notato che i media sudcoreani hanno creato un clima discriminatorio verso la chiesa SCJ, dipingendola come la setta degli untori, pubblicando i nomi degli aderenti. Questo ha creato forti discriminazioni a molti adepti e alle loro famiglie nei posti di lavoro e presso le comunità in cui vivono» recita un c,omunicato della USCIRF. Alla denuncia della Commissione Americana si è aggiunta la ONG belga Diritti Umani Senza Frontiere, che accusa il Governo di Seoul di discriminazione verso una fetta della sua popolazione, creando un clima ostile nei confronti dei adepti della setta religiosa. Le autorità sudcoreane hanno semplicemente ignorato queste accuse.

Grazie alle liste degli adepti della setta, le autorità sanitarie e la Polizia sono state in grado di intercettare gli untori (ovviamente inconsapevoli), decidendo di attuare un piano di emergenza nazionale per proteggere i 51,47 milioni di abitanti.
In un primo momento alcuni membri del Parlamento avevano proposto di adottare la strategia cinese, consistente in misure autoritarie che ledono seriamente la libertà individuale, i diritti civili e lo stesso concetto di ‘Democrazia’. La proposta è stata bocciata dalla maggioranza del Parlamento, dopo consultazioni con gli esperti epidemiologi.
«La Corea del Sud è una Repubblica Democratica, quindi non possiamo adottare misure autoritarie come in Cina. Non è una scelta ragionevole. Esistono metodi altrettanti efficaci che possiamo adottare nel rispetto dei diritti umani e della Democrazia», ha dichiarato Kim Woo-Joo,specialista di malattie infettive presso la Korea University.

La strategia adottata si è basata sull’intercettazionea livello nazionale delle persone positive al COVID-19. Nessun auto-confinamento e quarantena obbligatorie per tutta la popolazione. Solo per i casi positivi.
Grazie all’intercettazione dei telefonini, allalocalizzazione GPS su base volontaria e applicata ai soli casi positivi, le autorità sanitarie sudcoreane sono state in grado di gestire la crisi sanitaria, curando e assistendo i pazienti presso i loro domicili e autorizzando il ricovero solo dei casi più gravi e conclamati. Le attività commerciali e produttive non sono state interrotte. I soli provvedimenti proibitivi hanno riguardato discoteche, luoghi di divertimento, manifestazioni di qualsiasi natura.

La Corea del Sud è stata la Nazione che ha effettuato il maggior numero di test diagnostici, sottoponendo 270.000 persone al test COVID-19, equivalente a 5.200 test per un milione di abitanti. In questo modo il Ministero della Sanità sudcoreano è stato in grado di avere una visione completa e realistica della diffusione del virus, dei casi minori, di quelli gravi e dei decessi, riuscendo ad avere dati realistici sulle percentuali di contagio e di mortalità del virus che si basa non sui test effettuati alle sole persone che presentano sintomi da COVID-19, ma su una rappresentativa fetta della popolazione. Questo spiega perché la Corea del Sud presenta un tasso di mortalità inferiore al 1%.

La percentuale di individuazione virale più vicina alla Corea del Sud si registra nel Baharain (4.910 test su 1 milione). Hong Kong viene in terza posizione, con 2.134 test. A grande sorpresa la tanto criticata Italia al momento riesce a testare 1.005 persone su 1 milione. Francia, e Gran Bretagna rispettivamente 384 e 182. Gli Stati Uniti detengono il record di più bassa individuazionedel contagio nei Paesi occidentali con solo 74 persone testate su 1 milione di abitanti.

Il Governo di Seoul sta puntando sulla diagnostica per sconfiggere il COVID-19. Ingenti finanziamenti statali sono stati messi a disposizione del KCDK (Korea Centers for Disease Control) per sviluppare dei test rapidi per individuare il COVID-19. Test disponibili 14 giorni dopo il primo caso di contagio e approvati dal Ministero della Sanità il 7 febbraio 2020. La produzione e distribuzione a tutti i centri sanitari dei test rapidi è stata avviata l’8 febbraio. Attualmente la produzione di test rapidi permette alle strutture sanitarie di avere una capacità giornaliera di 15.000 test.

L’ordine diramato dal Governo è di sottoporre ai test rapidi il più alto numero della popolazione.«La Corea del Sud sta dimostrando che la strategia diagnostica su larga scala è la chiave di controllo della epidemia da COVID-19», afferma Raina MacIntrye, ricercatrice di malattie infettive della University of New South Wales, Sydney, Australia. La MacIntrye ha osservato che i nuovi casi di contagio in Corea del Sud stanno sensibilmente diminuendo proprio grazie al depistaggio a larga scala. Una analisi condivisa anche dallo specialista di malattie infettive Oh Myoung-Don della Seoul National University.

Le autorità coreane hanno tratto la lezione dalla epidemia di MERS (Sindrome respiratoria del Middle East), che colpì il Paese nel 2015, costringendo alla quarantena 17.000 coreani in meno di due mesi. «L’esperienza della epidemia di MERS dimostra che i test diagnostici sono vitali per il controllo e la lotta contro le malattie infettive. L’esperienza dell’emergenza sanitaria provocata dal MERS ha indubbiamente aiutato a migliorare la prevenzione e il controllo di ogni contagio infettivo», ha spiegato Oh Myoung-Don.

Una volta testata la popolazione cosa succede?
Tutte le persone risultate negative possono continuare le loro attività quotidiane attenendosi alle norme igieniche di prevenzione. Indossare sempre mascherine, lavarsi frequentemente le mani con il sapone, evitare assembramenti di persone o luoghi affollati, privilegiare le preghiere personali o le funzioni religiose online, piuttosto che andare fisicamente nei luoghi di culto. Evitare appuntamenti sociali in pub, feste, concerti, eventi sportivi.
Per quanto riguarda il mondo del lavoro,
il Governo ha sensibilizzato le imprese al fine di applicare il telelavoro (o smartjob) per tutte le professioni a cui si può applicare. Le aziende hanno fornito computer e videocamere ai loro dipendenti, pagando la connessione internet in percentuale alle ore lavorative effettuate e al traffico generato per ragioni di lavoro. Nelle aziende dove non è possibile applicare lo smartjob, fabbriche, supermercati, amministrazioni pubbliche, ospedali, vigili del fuoco, Polizia, Esercito, il datore di lavoro (privato o statale) ha garantito la massima protezione investendo forti capitali e assicurato le misure di sicurezza relative alla distanza minima di 1 metro tra i dipendenti.
Tutte le persone che sono risultate negative al test devono sottoporsi ad un nuovo test ogni 4 – 6 giorni al fine di verificare se la loro situazione sanitaria è rimasta immutata. Sono anche invitate a ridurre i contatti con i familiari di età superiore ai 60 anni.
Per gli anziani sono stati attivati servizi di assistenza a distanza come consulenze mediche via web, consegna a domicilio della spesa alimentare o di altri beni, servizi di consigli e assistenza psicologica sempre via internet o tramite telefono.

E per chi è risultato positivo al test? Per tutti i cittadini che risultano positivi al test scatta l’obbligo di una quarantena di 2 settimane. Nei casi di cittadini che vivono con familiari che presentano malattie croniche quali ipertensione, diabete, etc. o oltre i 60 anni, lo Stato mette a disposizione appositi mini appartamenti con tutti i comfort e connessione internet per evitare il contagio su soggetti aventi patologie pregresse e pericolose.
Un team di monitoraggio di quartiere, composto da personale sanitario e psicologi, interloquisce con la persona in quarantena due volte al giorno tramite telefono o video chiamata. L’obiettivo è quello di monitorare il suo stato di salute psicofisica. Se vengono individuati sintomi fisici di peggioramento, il paziente viene immediatamente ricoverato. Se vengono individuati sintomi di stress psicologico persistenti più di 48 ore scatta una assistenza psicologica continuata e quotidiana a distanza. Se questa non risulta efficace, il paziente viene ricoverato per evitare comportamenti antisociali o autolesivi.

I pazienti che presentano complicazioni e il loro stato di salute si aggrava vengono divisi in due categorie. La prima riguarda i pazienti con sintomi moderati. La seconda categoria riguarda i pazienti ad alto rischio con complicazioni sanitarie allarmanti. I primi vengono ricoverati in strutture sanitarie messe a disposizione dall’amministrazione pubblica che non sono gli ospedali o centri di salute. Normalmente scuole, palestre, etc. I secondi vengono ricoverati presso le ICU (Intensive Care Unit) degli ospedali e sottoposti a terapie intensive. Questo triage medico ha permesso di curare tutti i pazienti di COVID19 e allo stesso tempo di non congestionare gli ospedali e evitando lo stress psicofisico al personale sanitario.

L’obbligo di quarantena a domicilio è sancito da una delibera ministeriale inserita nel codice penale e approvata dal Parlamento prima della sua entrata in vigore. La delibera prevede una multa di 3 milioni di won (2.450 Euro) per chiunque infranga la quarantena. Se il paziente è recidivo la multa sale a 10 milioni di won e scatta l’arresto per un periodo di detenzione dai 6 ai 12 mesi. Non esistono permessi o autocertificazioni per uscire dalla propria residenza come in Italia. Il paziente in quarantena ha l’obbligo di rimanere permanentemente confinato presso il suo domicilio e lo Stato assicura tutta l’assistenza e le necessità attraverso servizi online in collaborazione con le aziende private.

La strategia applicata dal Corea del Sud, totalmente opposta alla strategia d’urto del Governo cinese, si è dimostrata una Success Story. Secondo i datirisalenti al 22 marzo 2020, forniti dal Woldmeters(ONG riconosciuta e accreditata dal OMS), i casi di contagio nel Paese sono 8.961. il 22 marzo si sono registrati 64 nuovi casi di contagio. Il numero di pazienti positivi ricoverati è di 3.166 persone di cui 59 in gravissime condizioni. Il numero totale di decessi: 111 con 7 decessi registrati sempre il 22 marzo 2020.

La Corea del Sud è stata ferma nel non violare le libertà personali dei cittadini, nel rispettare i principi democratici della Costituzione, considerati inviolabili. Ogni decreto ministeriale d’urgenza è stato immediatamente approvato dal Parlamento con sedute fisiche oppure online. Il controllo della Polizia per il rispetto del periodo di quarantena è stato attuato fermamente, ma nel pieno rispetto dei diritti del cittadino con rigidissime norme di comportamento date ai poliziotti, che impediscono ogni interpretazione personale o abusi di potere volontari o involontari.

Governo e media nazionali si sono preoccupati di fornire una corretta ed equilibrata informazione, senza mai utilizzare parole ‘terroristiche’ quali: ‘guerra’, ‘nemico invisibile’, ‘untore’, ‘catastrofe’ e senza offrire informazioni contrastanti. Tutti i media ufficiali e i social media parlano di‘Emergenza Sanitaria’. Nessuna autorità locale direttore di provincia (sia quelle normali o a statuto autonomo) o sindaco delle città e metropoli a statuto autonomo, o responsabile di distrettoè stata autorizzata a immettere decreti locali per contenere il contagio. Tutti sono obbligati a seguire e mettere in pratica le direttive del Governo centrale, preventivamente approvate dal Parlamento.

Anche sui social media i sudcoreani hanno evitato di diffondere notizie allarmanti o fake news. I dati sull’andamento dell’epidemia sono resi accessibili in tempo reale e costantemente aggiornati. Le aziende non sono state chiuse e il sistema sanitario non è collassato. A differenza dell’Italia o della Cina, in Sud Corea non è stato registrato nessun caso di contagio tra il personale sanitario.

Questa che è stata definita la ‘via coreana’ potrebbe, pare, essere seguita da altri Paesi, forse anche dall’Italia, in alcune componenti come il tracciamento tramite GPS installato sui smartphone.
L’App di tracciamento introdotta dal Governo di Seoul agisce sul GPS degli smartphone e sull’utilizzo delle carte di credito. È una App volontaria che il cittadino può decidere di installare o no sul suo telefonino o dare il consenso di tracciamento della sua carta di credito. Lo scopoprincipale è quello di fornire dati di concentramento di persone in un determinato luogo fisico che vengono condivisi sui social media al fine di permettere al singolo cittadino di decidere di recarsi o meno in un determinato posto affollato.
Il tracciamento, previo consenso del cittadino, non serve a tracciare i suoi movimenti, ma ad offrirgli uno strumento informativo sugli assembramenti di folle, lasciando intatta la sua scelta personale se recarsi nel luogo nonostante l’informazione ricevuta.
Quello che è importante e obbligatorio è il rispetto delle misure igieniche di prevenzione e la distanza personale di un metro. Rispetto monitorato in modo discreto ma efficace dai poliziotti di strada.
L’
utilizzo dell’app di rintracciamento diventa invece obbligatorio nei casi di cittadini positivi da COVID-19 che si sono messi in quarantena, Ma non serve a verificare se il paziente rispetti o meno il periodo di confinamento. Per questo compito vi sono le telecamere poste nelle strade e i poliziotti.Serve per avere in tempo reale informazioni sulle condizioni di salute psicofisica, sui sintomi e sull’evolversi della malattia (se conclamata), al fine di permettere alle autorità sanitarie di decidere di attivare l’assistenza sanitaria a distanza oppure di ricoverare il paziente.

La corretta, responsabile e democratica gestione della crisi, ha assicurato al Governo la fiducia e lacollaborazione dei cittadini e tra i cittadini,che non sentono minacciati i loro diritti fondamentali e la loro privacy. Questo fa si che il 96% dei 51,47 milioni di coreani segui alla lettera tutte le indicazioni date dal Governo per vincere questa grave Emergenza Sanitaria. 

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