venerdì, Settembre 18

Corea del Nord tra USA, Russia e Cina

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La sedicente Repubblica democratica popolare di Corea, ossia la metà settentrionale della penisola estremo-orientale divisasi al termine della seconda guerra mondiale, è (soprattutto oggi) uno dei Paesi più poveri del mondo. Fino ad un paio di anni fa era letteralmente alla fame, scongiurata solo grazie ad aiuti stranieri di emergenza. Non lo era almeno fino alla metà degli anni ’90, quando il suo Pil pro capite superava ancora quello della Cina, la cui popolazione vanta invece, oggi, un reddito medio otto volte maggiore. Per non parlare, poi, di confronti con Paesi da tempo più avanzati.

Il divario trova ovviamente una prima spiegazione nello straordinario boom dell’ex “celeste impero”, avviato secondo ogni previsione a diventare la prima economia mondiale salvo incidenti di percorso. Ma la Corea del nord ci ha messo anche del suo, rifiutandosi di seguire l’esempio del riformismo cinese e rimanendo legata all’originario modello sovietico, capace di funzionare in qualche modo solo finchè lo Stato comunista fondato e capeggiato per 49 anni da Kim Il-Sung potè contare sull’appoggio dell’URSS, sua levatrice, e sull’inserimento nel più ampio “campo socialista”.

Crollato il perno centrale di quest’ultimo, il regime di Pyongyang ha continuato a intrattenere rapporti quasi esclusivi con la Cina, soprattutto, e la Russia postcomunista, ricevendone all’occorrenza anche qualche aiuto. Come secondo partner commerciale, per dire, dopo Pechino col suo 90% degli scambi, ha avuto nel 2016 il Congo ex belga. Nessun rapporto o quasi, invece, con l’Occidente né col vicino Giappone, già dominatore dell’intero “Paese del freddo mattino”, e neppure con l’altra sua metà: la Corea del sud, saldamente integrata nel campo occidentale e protagonista, in stridente contrasto col nord, di un’altra mirabolante ascesa economica, anteriore a quella cinese.

I due Kim succeduti al capostipite, loro rispettivo padre e nonno, sono riusciti a peggiorare sempre più le cose. Umiliati dalla relativa prosperità del consanguineo meridionale quanto timorosi di subirne il contagio capitalista e democratico, hanno accentuato l’atteggiamento ostile e spesso pesantemente provocatorio nei suoi confronti, restituendo alla vecchia linea armistiziale del 38° parallelo la sua funzione di residua e scottante “cortina di ferro” dopo qualche vano tentativo diplomatico di trasformarla in una frontiera almeno di pace se non proprio di fratellanza.

Non paghi poi di un isolamento internazionale con pochi uguali nell’era della globalizzazione, non si sono limitati a conferirgli un carattere deliberatamente aggressivo verso il mondo esterno in generale dotandosi (in aggiunta a poderose forze armate convenzionali) di un arsenale missilistico-nucleare eccezionale per un Paese non minacciato da nessuna parte e per di più indigente. Hanno altresì cominciato a minacciare loro in modo sempre più plateale, mediante test di simili armi, Paesi vicini e lontani, vecchi nemici e, indirettamente o implicitamente, anche amici, messi a rischio di coinvolgimento in conflitti di portata incalcolabile o fin troppo facilmente calcolabile.

Il perché lo facciano può essere oggetto solo di ipotesi e supposizioni. La più naturale sarebbe il timore, effettivamente manifestato da Pyongyang, di aggressioni altrui, ossia da parte, innanzitutto, dell’altra Corea, ovviamente spalleggiata o istigata da Washington, essendo Seul pressocchè disarmata in confronto alla controparte. E’ però evidente che a temere un’aggressione dovrebbe essere semmai la metà meridionale della penisola, anche perché ne aveva già subita una nel 1950, faticosamente respinta a conclusione di un aspro conflitto subito allargatosi con l’intervento degli USA, alla testa di un’ampia coalizione benedetta dalle Nazioni Unite, e poi della Cina divenuta comunista solo pochi mesi prima.  

Data la natura del regime del nord, del resto apparentemente confortato da un consenso popolare sia pure non facile da spiegare, è difficile credere che a Pyongyang si possa temere una destabilizzazione interna fomentata dagli USA con tecniche più o meno dimostrabilmente sperimentate altrove. Più plausibile, invece, il ricorso ad una politica estera bellicosa mirante a preservare e rafforzare il suddetto consenso e/o a scoraggiare tentazioni deviazionistiche ad alti livelli del regime stesso. Qualche sospetto del genere è stato sollevato ad esempio dalla recente e misteriosa uccisione all’estero di un fratellastro dell’attuale leader supremo, Kim Jong-Un.

Il trattato di mutua assistenza che lega ormai da molti decenni Seul e Washington ha finalità chiaramente difensive, e così pure la connessa presenza nel Sud di forze terrestri e aeronavali americane, per quanto comprensibilmente sgradita a Pyongyang come a Pechino e a Mosca. Tanto più sgradita è però diventata, soprattutto per Pechino, all’incirca da un anno a questa parte, ossia da quando la Cina è entrata in rotta di collisione con tutti i Paesi rivieraschi del Mare cinese meridionale rivendicando attivamente il controllo esclusivo delle relative isole.

Si tratta per lo più di Paesi alleati o amici degli USA, che parteggiano per loro sulla questione e per di più accennano a rivedere, dopo l’arrivo di Donald Trump alla Casa bianca, il sostanziale riconoscimento americano di una sola Cina a spese del vecchio legame con Taiwan. Come ad altri riguardi anche qui le reali intenzioni del successore di Barack Obama restano da chiarire, ma intanto la situazione alquanto allarmante creatasi nello scacchiere estremo-orientale non ha mancato di sollevare un sospetto: quello che sia proprio Pechino ad incoraggiare dietro le quinte, e strumentalizzare, la bellicosità nord-coreana per mettere in guardia tutte le controparti, USA in testa, contro i rischi cui potrebbero andare incontro.

E’ un sospetto, tuttavia, che sembrerebbe smentito dai più recenti sviluppi del problema coreano, e che lascerebbe in primo piano una diversa e probabilmente più plausibile motivazione della pervicace avventatezza di Pyongyang: una forma estrema di pressione, al limite del ricatto, per strappare proprio ai maggiori amici aiuti più generosi, indispensabili per consentire al regime dei Kim di scongiurare la bancarotta e il discredito agli occhi, innanzitutto, del suo popolo, forse alla lunga inevitabile.

Le sue crescenti e sempre più gravi provocazioni possono certo ricollegarsi in qualche misura alla decisione americana di rispondervi controminacciando una dura punizione dopo avere installato nel Sud, lo scorso anno, impianti di missili antimissili. Erano però cominciate ben prima, pur culminando solo adesso (ieri, per la precisione) nel roboante annuncio da parte di Pyongyang dell’avvìo della produzione in massa di missili a media e lunga gittata. A coronamento, dunque, di una progressiva escalation che ha suscitato reazioni negative, a loro volta crescenti, da parte dei due grandi amici e protettori, finora, della Corea del nord.

Sia Pechino sia Mosca, infatti, non hanno nascosto la loro disapprovazione ed irritazione per il suo comportamento, e pur dichiarandosi decisamente contrarie anche al ventilato attacco preventivo americano hanno sostanzialmente collaborato con Washington nel multiforme sforzo di dissuadere il governo nordcoreano dall’insistere nella sua sfida, in pratica, al mondo intero, che non sente il bisogno di un nuovo focolaio di guerra, per di più acceso per motivi così poco trasparenti.

      1. Si è profilata tuttavia una distinzione o meglio una differenza non di poco conto. Pechino più di Mosca ha esercitato pressioni anche economico-commerciali su Pyongyang per indurla a calmarsi, e all’ONU la delegazione cinese era pronta a sottoscrivere la mozione di condanna della Corea del nord proposta da Washington e che è stata invece bloccata, il 19 aprile, dal veto russo. Vi si chiedeva di non effettuare ulteriori test nucleari e di cessare il lancio di missili, mentre da parte russa vi si voleva includere l’auspicio di negoziati per sventare il rischio di un grave conflitto regionale.
      2. La posizione di Mosca è stata meglio precisata in un’intervista televisiva da Nikolaj Patruscev, segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione. Premettendo che l’attivismo militare della Corea del nord preoccupa la Russia come il resto del mondo, Patruscev ha affermato che essa non dovrebbe essere provocata ad inscenarlo perché si sente isolata e intende garantire con mezzi propri la propria sicurezza, un obiettivo da perseguire invece mediante colloqui multilaterali non facili ma indispensabili.

Ci si può domandare, a questo punto, se la maggiore indulgenza e comprensione russa non rischi di indurire anziché moderare la condotta di Pyongyang, benchè molto dipenda evidentemente anche dalla disponibilità di Washington e Seul per un dialogo multilaterale. A Seul, quanto meno, essa potrebbe essere favorita dall’avvento di un nuovo presidente orientato malgrado tutto in senso distensivo verso i connazionali del nord. I quali, comunque, abituati da un’ormai lunga esperienza a destreggiarsi tra i due maggiori vicini, si mostrano decisi, almeno in questa fase, ad appoggiarsi alla Russia senza nascondere per nulla il risentimento nei confronti della Cina.

All’inizio di questo mese, infatti, la loro agenzia di notizie ha replicato duramente al “Quotidiano del popolo”, organo del Partito comunista cinese, che aveva dichiarato l’armamento nucleare nordcoreano incompatibile con gli interessi di sicurezza di Pechino, ammonendo la Cina a non mettere ulteriormente alla prova la pazienza di Pongyang. Resterà insomma da vedere, nel prosieguo della crisi, se saranno davvero finiti i tempi in cui Mao Zedong poteva assicurare che Cina e Corea del nord erano vicine “come le labbra e i denti”, o altrimenti che cosa ciò possa esattamente significare.

Per quanto riguarda la Russia, c’è poco da dubitare che dal punto di vista del Cremlino il piccolo Stato veterocomunista dell’Estremo Oriente costituisca, oltre che una fonte di seria preoccupazione,  una carta da giocare nella partita planetaria in corso con l’Occidente, e probabilmente anche nel latente confronto con la crescente superpotenza cinese.

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