martedì, Ottobre 27

Corea del Nord: taglio del petrolio cinese? c’è il carbone Gli USA tornano chiedere alla Cina di chiudere i rubinetti del greggio, se anche la Cina decidesse di farlo sarebbe inutile, Kim risponderebbe con il carbone

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Il «Presidente Donald Trump ha chiamato il Presidente Xi Jinping per dirgli che siamo arrivati al punto che la Cina deve tagliare il petrolio alla Corea del Nord», aveva affermato Nikki Haley, rappresentante degli Stati Uniti all’Onu, durante la riunione del Consiglio di Sicurezza convocata l’altro ieri, dopo il lancio del nuovo missile intercontinentale balistico nordcoreano. Ieri sera, poi, il Segretario di Stato Rex Tillerson ha corretto il tiro: pur credendo che la Cina stia «facendo molto» nel mettere sotto pressione la Corea del Nord, di cui è il principale partner commerciale, l’Amministrazione Trump «crede che la Cina possa fare di più» riducendo i suoi rifornimenti di petrolio a Pyongyang. Tillerson ha detto che gli Usa «stanno chiedendo» alla Cina «di frenare l’invio di greggio, non tagliarlo completamente».

Per quasi tutti gli ultimi sei mesi il taglio delle forniture di petrolio al regime di Kim Jong-un è stata tra le richieste invano avanzate dagli USA e molto dibattute dagli analisti politici e militari. Ipotesi d’effetto -chiudere i rubinetti del greggio, lasciare a secco il Paese, e vedere collassare il regime-, ma molto improbabile, secondo la maggioranza degli osservatori di cose asiatiche, e, quel che più conta, mossa che potrebbe risultare inutile: la Corea, infatti, avrebbe già la risposta pronta, l’autarchia, affidandosi a una sua grande ricchezza, il carbone.

La Corea del Nord non ha petrolio o altri combustibili liquidi. Durante gli anni ’70 e ’80, quando il settore industriale si stava strutturando, importava petrolio dalla Cina e dall’Unione Sovietica a prezzi inferiori a quelli di mercato. In quegli anni ha preso forma il sistema industriale del Paese.  Dopo la guerra fredda, gli accordi per l’importazione a prezzi stracciati di greggio sono saltati, e il consumo di petrolio della Corea del Nord è sceso da 76.000 barili al giorno nel 1991 a circa 15.000 barili al giorno nel 2016 -secondo alcuni analisti il consumo effettivo del 2016 potrebbe essere più alto. La Cina fornisce la maggior parte delle importazioni di petrolio greggio della Corea del Nord, forniture che però, dal 2013, non vengono registrate, formalmente è come se la Cina non fornisse affatto petrolio alla Nord Corea. L’US Energy Information Administration stima che il Paese consumi circa 15.000 barili al giorno di greggio, che probabilmente proviene quasi tutto dalla Cina. Secondo i dati doganali delle Nazioni Unite, la Cina ha inviato 6.000 barili al giorno nel 2016.
Il greggio scorre lungo il fiume Yalu dalla città cinese di Dandong al deposito petrolifero di Sinuiju attraverso l’oleodotto dell’Amicizia petrolifera Sino-DPRK Friendship Oil’, lungo 30 chilometri. Il gasdotto entrò in funzione nel 1975 con una capacità di tre milioni di tonnellate all’anno, la China National Petroleum Corporation nel 2015 sostenne che la capacità annuale era di 520.000 tonnellate. Il greggio viene inviato all’unica raffineria operativa del Paese, lo stabilimento Ponghwa Chemical, situato al confine con la Cina. Inoltre, il Paese importa prodotti petroliferi, benzina e gasolio in primis, vitali per l’agricoltura, per i trasporti e per gli apparati militari,  per circa 6.000 barili al giorno.  Un quantitativo seppure ridotto di prodotti petroliferi arriva anche dalla Russia.
La maggior parte di questo petrolio, se non del tutto, viene utilizzato dai militari e dal programma nucleare e missilistico di Pyongyang, alla popolazione rimane ben poco.
La Cina si è sempre rifiutata di bloccare questa fornitura, e continua tutt’oggi. Gran parte degli analisti ritengono che la Cina non fermerà il flusso energetico perché non vuole mettere in ginocchio il regime, nè provocare una risposta di Pyongyang, capace di innescare reazioni a catena e imprevedibili. Pur critico con Kim Jong-un, il Governo di Pechino teme che il crollo del suo regime scateni un’ondata di rifugiati attraverso i suoi confini. La fine del regime, inoltre, eliminerebbe la zona-cuscinetto strategica che separa il gigante asiatico dai 25mila soldati americani di stanza in Corea del Sud. Peraltro, le sanzioni imposte a settembre che riducono il quantitativo di greggio alla Corea del Nord al momento non c’è convinzione che abbiano effettivamente inciso.

Al rifiuto cinese si aggiunge un fattore poco tenuto in considerazione. Se anche la Cina bloccasse totalmente il rifornimento di greggio, molti analisti sono convinti che ciò non porterebbe al collasso del regime. Quello nordcoreano è un regime che ha dimostrato una grande resilenza, è stato in grado di superare indenne la fine della guerra fredda, che ha significato il taglio drastico delle importazioni petrolifere, e molte altre crisi, a partire dalla endemica crisi elettrica (si stima un consumo rimasto fermo ai livelli degli anni ‘90 malgrado la popolazione da allora sia cresciuta ci circa 5milioni di unità). Il fattore carbone potrebbe essere l’elemento determinate della tenuta della Nord Corea ad un eventuale chiusura dei rubinetti cinesi di greggio. Negli anni il Paese ha lavorato all’implementazione dell’idroelettrico, ma soprattutto nella capacità di adattare il carbone e il legname a ogni esigenza. Il carbone, che è la grande ricchezza della Corea del Nord, potrebbe essere trasformato in petrolio attraverso il processo di Fischer-Tropsch.  Non ci sono dati certi sul fatto che il Paese si sia già dotato di impianti funzionali a tale processo di trasformazione, di quanto tempo avrebbe bisogno il regime per renderli eventualmente funzionati, di quanto potrebbe essere costosa l’operazione, ma ci sono indizi che impianti del genere esistono e oramai da qualche anno. Nel complesso chimico più importante del Paese, il Namhung Youth Chemical Complex, sarebbe stato realizzato un impianto di gassificazione del carbone.
Per altro, fonti governative, nella scorsa primavera, avevano detto chiaramente di essere determinati ad aumentare la gassificazione del carbone, non ultimo per far fronte alla scarsa disponibilità di energia elettrica.
Il regime continua importare petrolio dalla Cina perché il costo del greggio importato è decisamente più conveniente rispetto a quello del petrolio derivato dalla lavorazione del carbone, ma in caso di necessità, se le importazioni di petrolio non fossero disponibili, Pyongyang  potrebbe passare all’autarchia con buone possibilità di tenuta.
Questo quasi asso nella manica sconsiglia ancora di più i cinesi a procedere al blocco petrolifero, sarebbe una mossa inutile e che farebbe solo alzare ulteriormente la tensione e perdere il controllo di un vicino strategico quanto terribilmente scomodo e imprevedibile.

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