sabato, Agosto 8

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KimIlSung-Post

 

Tutti ne parlano, pochi la conoscono. Con l’ennesima escalation di tensione provocata dalla ripresa dei test nucleari e missilistici (particolarmente intensificatisi in seguito all’elezione del giovane Kim Jong-un, l’ultimo Supremo Leader), la Corea del Nord si è nuovamente imposta all’attenzione della cronaca internazionale, suscitando timori e stimolando riflessioni e analisi sui futuri sviluppi geopolitici riguardanti l’area del nord-est asiatico. Ma cosa conosciamo effettivamente, al di là degli aspetti strategici, della questione umanitaria e delle peculiarità della famiglia Kim, di una delle realtà politiche e geografiche più isolate del mondo?

Uno dei rari reporter ad aver avuto accesso alla ‘realtà’ (se così si può dire) della Corea del Nord, Tim Sullivan, un corrispondente per ‘Associated Press‘, commenta così la sua esperienza, dopo essersi imbattuto in monaci buddhisti che elogiavano l’estrema libertà religiosa che vige in Corea del Nord; o in un paio di raduni musicali e festosi apparentemente spontanei (seppur sospettosamente simili tra loro): «Ho speso una gran quantità del mio tempo… nel tentativo di valutare che cosa fosse reale, e cosa fosse falso […] Se qualcosa è falso, in quale misura è falso? Stanno realmente facendo quel lavoro, o stanno semplicemente fingendo per me?».

La grande forza del regime della DPRK (Democratic People’s Republic of Korea) e dei suoi leader si trova proprio in questo indistricabile intreccio di realtà e retorica scenografica, dai caratteri quasi teatrali  -tali da sfiorare talvolta il vero e proprio kitsch-  che permea ogni strato della società nordcoreana, così come le stesse ‘fantasie’ degli osservatori esterni. Gran parte dell’opinione pubblica occidentale, ad esempio, rimane tutt’ora convinta che la Corea del Nord sia una Nazione comunista, ancorata al modello dello stalinismo sovietico, nonostante i riferimenti ideologici alle dottrine marxiste-leniniste siano stati eliminati dalla costituzione del Paese già diversi anni fa.

Brian Myers, professore presso la Dongseo University (Busan, Corea del Sud), specializzato in studi nordcoreani, con particolare attenzione al rapporto tra la propaganda, i media e la cultura ufficiale in Corea del Nord, ci chiarisce alcuni aspetti del sistema di produzione e diffusione della propaganda nel regime nordcoreano.

La prima cosa da tenere a mente è che la Corea del Nord non va considerato come uno Stato di estrema sinistra, come si ritiene generalmente, ma uno Stato ultra-nazionalista, di estrema destra” afferma Myers. “Lo slogan relativo alle ‘questioni militari prima di tutto’, che ora è sancito dalla Costituzione, avrebbe dovuto rendere chiaro tutto ciò agli occhi del mondo già diversi anni fa. Per ragioni di politica estera, uno Stato di estrema destra deve sempre dire al mondo esterno qualcosa di molto diverso da ciò che dice ai propri cittadini. Mussolini, per esempio, utilizzò quella che Dante Germino ha chiamato ‘ideologia da esportazione’, carica di etica, di frasi che esprimono nobiltà di sentimenti. In modo analogo, la Corea del Nord segue tre binari molto diversi nel diffondere la propria propaganda. In primo luogo c’è una propaganda di tipo esoterico, esclusivamente indirizzata al ‘pubblico’ domestico. Si tratta di una propaganda dai caratteri estremamente bellicosi e xenofobi, diffusa all’interno delle scuole, nei luoghi di lavoro e nell’esercito; solitamente per via orale o attraverso manifesti murali, ecc. Ve ne è poi un’altra, di tipo essoterico, accessibile a locali e stranieri. Questa è la propaganda diffusa dal quotidiano di partito ‘Rodong Sinmun’ e dal telegiornale della sera. Essa è spesso formulata con ambiguità intelligente, in modo che un lettore straniero e un lettore nordcoreano possano trarre un messaggio molto diverso dai medesimi articoli e parole chiave. Poi c’è una propaganda indirizzata esclusivamente agli occhi e alle orecchie esterni, come le dichiarazioni che i diplomatici nordcoreani rivolgono ai diplomatici stranieri, e i comunicati in lingua inglese pubblicati online dall’agenzia di stampa centrale KCNA“.

Il mondo in generale presuppone che la propaganda domestica, quella che viaggia sul binario più esoterico, sia la meno importante“, prosegue Myers. “Si tratta in realtà del riflesso più ideologicamente sincero e accurato della mentalità del regime. È anche il frangente in cui tutti i grandi sviluppi ideologici hanno inizio. Ad esempio, tanto il culto della personalità di Kim Jong Il che quello di Kim Jong Un, è iniziato negli anni della propaganda esoterica, prima che il mondo esterno ne avesse cognizione. Anche la proclamazione nel 1974 dei ’10 principi’, secondo cui tutti i nordcoreani sono tenuti a vivere, è stato un evento legato alla propaganda di tipo esoterico. Devo aggiungere che il  cosiddetto Pensiero ‘Juche’ non gioca in realtà alcun ruolo significativo nella propaganda esoterica. Quest’ultimo è stato formulato quasi esclusivamente per scopi di diplomazia-soft. Così come ‘l’ideologia da esportazione’ di Mussolini, esso tenta di rafforzare la reputazione del regime all’estero, facendolo apparire come fosse guidato da principi umanistici e intellettualmente rispettabili, come quello secondo cui «L’uomo è padrone di tutte le cose»“.

L’ideologia ‘Juche‘ (concetto teorizzato da Kim Il-sung negli anni ’50, spesso tradotto come ‘autosufficienza‘), che si riferisce in senso letterale alla corrente tradizionale dell’ideologia ufficiale della DPRK, rimanda all’ideale dell’indipendenza della Nazione dalle potenze esterne, il cui artefice è la ‘massa’ generica e omogenea del popolo, priva di gerarchie e divisioni di classe. Si tratta di uno degli aspetti più conosciuti, nonché più fuorvianti dell’ideologia del regime nordcoreano, considerando che, nella realtà dei fatti, esiste una rigida suddivisione per classi sociali, a seconda del ‘livello di fedeltà’ al regime; oltre che un forte sistema di controllo sociale, basato su un sistema di controllo reciproco tra gli stessi cittadini, una sorta di ‘intelligence popolare’.

Nonostante la politica fortemente censoria del Governo nordcoreano nei confronti della possibilità di libero accesso al web e alla tecnologia digitale (ancora considerata un bene di lusso), il regime non disdegna l’utilizzo dei nuovi media, accanto ai più tradizionali libri e manifesti, per diffondere i propri contenuti ideologici. È il caso della rete intranet nazionale Kwangmyong, contenente solo qualche decina di siti (approvati dal Governo) e il cui accesso è limitato a pochi privilegiati; o dei videogiochi online ‘patriottici’, in cui una gara di corsa motociclistica diventa pretesto per promuovere l’ideale della riunificazione con il vicino-rivale sudcoreano.

È proprio grazie alla tecnologia digitale e ai nuovi media che è diventato possibile acquisire informazioni sempre più dettagliate sul Regno eremita‘ e le sue caratteristiche, non solamente politiche e sociali: dallo scorso anno, a seguito della visita in Corea del Nord di Eric Schmidt, Presidente esecutivo di Google, per la prima volta l’area di Pyongyang e altre zone limitrofe – in cui sarebbero stati individuati i famigerati gulag – sono apparse in dettaglio su Google Maps. Ma non è sufficiente. Troppi sono ancora gli ambiti misconosciuti della società nordcoreana: quanto si conosce del sistema scolastico ed economico, della questione di genere, e in generale della vita quotidiana dei comuni cittadini?

Su un aspetto studiosi e analisti si trovano unanimemente d’accordo: senza un’apertura del Paese alle moderne tecnologie e al libero accesso al World Wide Web, la Corea del Nord «rimarrà indietro», come affermato dallo stesso Schmidt, non solo dal punto di vista del progresso sociale, ma anche e soprattutto economico. Libertà di accesso al web e conseguente apertura al mondo esterno significherebbero però il collasso dell’intera infrastruttura dell’autocrazia autoritaria nordcoreana. Tale possibilità costituisce, tanto per le grandi potenze alleate (la Cina) che per quelle considerate nemiche (Giappone e Stati Uniti), uno spauracchio ben più spaventoso della minaccia nucleare, considerata dalla maggior parte degli analisti una mera strategia per mantenere la stabilità del regime.

Il crollo del regime significherebbe infatti, per Pechino, la perdita del proprio Stato-cuscinetto che la separa dalla presenza delle truppe americane stanziate al di là del 38° parallelo. Significherebbe inoltre gestire un’emergenza umanitaria di proporzioni inimmaginabili, con l’esodo di milioni di nordcoreani in fuga dai propri confini nazionali. La minaccia nucleare giustifica inoltre la presenza americana nella regione. Un’eventuale riunificazione porterebbe a una Corea unita ma nuclearizzata; ciò potrebbe stimolare l’attività di proliferazione in Giappone, con conseguente rischio escalation tra Tokyo e Pechino e il possibile coinvolgimento della stessa Corea.

Una Corea divisa  -e dunque un regime nordcoreano stabile- sembra quindi convenire a tutti. L’unica garanzia di tenuta di questa fragile realtà politica costruita dall’élite di Pyongyang, per molti destinata ad un prossimo collasso, sembra trovarsi proprio nella forza della sua stessa evanescenza; nei suoi proclami altisonanti, nelle sue provocazioni militari, nel controllo capillare della vita e del pensiero dei suoi cittadini, nell’identificazione totale tra essi, lo Stato e l’ideologia. In una parola, nella sua propaganda.

 

 

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