martedì, Ottobre 27

Corea del Nord: prossima settimana nuove sanzioni ONU Vertice BRICS di Xiamen: regge l'asse sino-russo

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Dopo l’ennesimo test nucleare da parte della Corea del Nord (il sesto nella sua storia, nonché il più potente), gli occhi del mondo intero sono puntati su Pyongyang.

Mentre si avvicina la riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, una reazione di condanna è arrivata dalla Cina, storicamente il più importante alleato del regime nord-coreano: dal Pechino è arrivata una ‘forte protesta formale’ all’ambasciatore della Corea del Nord. Il Governo cinese ha fatto sapere che, nonostante sia impegnato per trovare una soluzione pacifica alla crisi, non esclude l’ipotesi, circolata dopo la notizia del nuovo test nucleare, di applicare un embargo totale al commercio del petrolio con la Corea del Nord: nonostante ciò, per Pechino, questa decisione dovrà essere presa dal Consiglio di Sicurezza ONU. Una posizione affine a quella cinese è stata espressa da tutti i Capi di Stato e di Governi riuniti nella città di Xiamen per il vertice dei Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica): grande preoccupazione e disappunto per l’ostinazione nord-coreana ma volontà di trovare una soluzione pacifica alla crisi, oltre che rispetto del mandato ONU.

Diverse, invece, le posizioni dei Paesi che sono maggiormente minacciati dall’atteggiamento aggressivo di Pyongyang, primi tra tutti gli Stati Uniti. Il Presidente USA, Donald Trump, ha incontrato i vertici delle Forze Armate e non ha escluso nessuna possibilità, compresa quella dell’attacco preventivo, aggiungendo che il dialogo con la Corea del Nord è del tutto inutile. Inoltre, tramite l’Ambasciatrice USA all’ONU, Nikki Haley, gli Washington ha espresso l’auspicio che il Consiglio di Sicurezza riesca finalmente ad adottare delle risoluzioni nette, forti ed unitarie contro Pyongyang.

Dal Giappone, il Primo Ministro, Shinzo Abe, ha ribadito la forte intesa con gli USA nella lotta contro Pyongyang: una posizione abbastanza ovvia per un Paese che si trova sulla linea del fuoco della Corea del Nord e che, ancora poco tempo fa, era stato definito da fonti nord-coreane come ‘il campo di battaglia’ in caso di guerra con gli USA.

Dalla Corea del Sud, nel frattempo, arriva la notizia che Pyongyang starebbe già preparando un nuovo lancio di missile balistico. Oggi, le Forze Armate di Seul hanno compiuto un’esercitazione simulando un attacco ad una base nucleare nord-coreana; inoltre, il Governo sud-coreano non ha escluso di accettare maggiori forniture di armi nucleari statunitensi da installare sul proprio territorio, come deterrente. Sebbene nel 1991 si fosse giunti ad un accordo tra Seul e Pyongyang che prevedeva che la penisola coreana fosse totalmente denuclearizzata, la nuova minaccia nord-coreana rende, di fatto, superate le condizioni che diedero vita al quel patto.

Condanna unanime anche da tutti i Paesi del G7 e dell’Unione Europea: nella dichiarazione congiunta dei Paesi G7 si legge che la Corea del Nord, unico Paese ad aver effettuato esperimenti nucleari nel XXI secolo, deve dare prova di abbandonare il suo programma nucleare e missilistico in maniera totale, verificabile e definitiva, prima di arrivare a conseguenze drammatiche. Dal canto suo, la Svizzera si è proposta come mediatore per eventuali colloqui tra i contendenti.

Durante il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sono nuovamente venute a galla le differenze di atteggiamento tra quei Paesi, facenti capo agli USA, che chiedono una soluzione forte e drastica e quelli che, capitanati da Russia e Cina, condannano l’operato nord-coreano ma rifiutano fortemente soluzioni che vadano al di là della diplomazia. Una nuova risoluzione, che preveda altre e più decise sanzioni contro la Corea del Nord, verrà presentata dagli USA perché sia votata lunedì prossimo (11 settembre).

Nonostante la nuova provocazione nord-coreana, la Cina deve anche pensare al Vertice BRICS di Xiamen. Il Presidente cinese, Xi Jinping, ha condannato il protezionismo ed auspicato che i Paesi BRICS collaborino per un’economia «aperta, inclusiva ed equilibrata».

Oltre che di economia, però, al Vertice di Xiamen i è parlato molto anche di politica internazionale: dal gruppo BRICS, infatti, sono arrivate dichiarazioni sul processo di pace in Siria e su quello tra israeliani e palestinesi: sulla Siria, i BRICS hanno prodotto una nota congiunta che sostiene la necessità di giungere ad una soluzione diplomatica che salvaguardi l’unità politica e l’indipendenza del Paese; per quanto riguarda la pace tra israeliani e palestinesi, si è ribadito come solo un accordo che rispetti i diritti di tutte le parti in campo potrà stabilizzare l’intera area mediorientale. Infine, i Paesi delle ‘nuove economie’ hanno espresso una dura condanna contro ogni forma di terrorismo.

Sono previsti incontri bilaterali tra i vari membri dei BRICS nonché la presenza di rappresentanze da altri Paesi, come Messico ed Egitto. Ciò che è certo, per ora, è che, nonostante la crisi coreana stia mettendo in difficoltà il membro più importante dei BRICS (la Cina), l’asse internazionale tra Pechino e Mosca sembra reggere.

L’Unione Europea è sempre alle prese con la questione dei migranti. Oggi. Il Presidente del Parlamento Europea, Antonio Tajani, si è espresso in favore della modifica del Trattato di Dublino (che sancisce l’obbligo, per i migranti che arrivano in UE, di essere registrati e soggiornare nel Paese di arrivo) affinché Italia e Grecia siano parzialmente sgravate da una pressione migratoria che, ora, comincia a colpire anche la Spagna. Inoltre, Tajani ha chiesto che siano stanziati sei milioni di euro per contrastare il traffico di esseri umani nel Mediterraneo: si tratta della stessa cifra che fu stanziata l’anno scorso, per il corridoio balcanico. Le richieste di Bruxelles sui ricollocamenti, però, trovano la ferma opposizione di Paesi come Polonia ed Ungheria. Oggi da Varsavia è arrivato un nuovo rifiuto alla redistribuzione dei migranti.

Dopo il confronto televisivo tra i due candidati alle elezioni in Germania, la conservatrice Angela Merkel e lo sfidante socialdemocratico Martin Schulz, in cui entrambi si sono espressi per l’interruzione delle trattative per l’adesione della Turchia all’UE, il Governo di Ankara ha espresso irritazione e con le solite accuse di razzismo rivolte agli europei e ai tedeschi. La risposta della Commissione Europea non si è fatta attendere ed è arrivata per bocca del Presidente Jean-Claude Junker che ha affermato come, allo stato attuale, non sussistano più le condizioni per un ingresso della Turchia in Europa poiché Ankara, con la sua politica sempre più autoritaria, si sta allontanando in maniera definitiva dai principi fondamentali dell’Unione.

In Inghilterra, il Primo Ministro, Theresa May, ha minacciato i membri del Governo di un rimpasto: il provvedimento arriva alla vigilia del voto sulla Legge per la Revoca della Normativa Europea e ha lo scopo di riportare all’ordine quei ministri che, nel suo partito, sarebbero favorevoli ad una linea più morbida nei confronti di Bruxelles; tra questi ci sarebbe anche l’attuale Ministro degli Esteri, Boris Johnson. Allo stesso tempo, un portavoce della May ha dichiarato che la Gran Bretagna è pronta ad intensificare i negoziati con l’UE. Il Capo dei Negoziatori europei per la Brexit, Michel Barnier, però, non si è lasciato influenzare dalle parole di apertura del Governo inglese: non è la prima volta che a parole simile non corrisponde un atteggiamento realmente collaborativo da parte di Londra: secondo Barnier, è necessario che si intensifichino le trattative, soprattutto per quanto riguarda i rapporti tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord.

Per chiudere la parentesi europea, andiamo in Italia, dove il Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, commentando il prossimo rientro dell’Ambasciatore in Egitto, ha dichiarato che, nonostante i rapporti tra i due Paesi siano imprescindibili per entrambi, il Governo di Roma non accetterà verità di comodo sul Caso Regeni.

Il prossimo 25 settembre è previsto il referendum per l’indipendenza del Kurdistan. Il Governo di Baghdad non ha ancora accettato ufficialmente il valore della consultazione ma, secondo i rappresentanti della comunità curda in Iraq, con sede a Kirkuk, il timore del Governo centrale per la stabilità dell’area sarebbe del tutto infondato: tutti i popoli, secondo i rappresentanti curdi, hanno diritto a vivere in un proprio Stato. Il Governo iracheno, in ogni caso, si è detto contrario alla piena indipendenza del Kurdistan: allo stato attuale la regione gode di una discreta autonomia.

Contro l’indipendenza del Kurdistan si sono espressi anche la Turchia e l’Iran (Paesi che hanno, al loro interno, forti minoranze curde).

In Colombia è stata firmata una tregua tra il Governo e i guerriglieri dell’Ejército de Liberación Nacional (ELN: Esercito di Liberazione Nazionale): la tregue entrerà in vigore il prossimo 1° ottobre e durerà fino al 12 gennaio ed arriva alcuni mesi dopo l’accordo raggiunto tra Bogotá ed il principale gruppo armato attivo nel Paese, le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia Ejército del Pueblo (FARC o FARC-EP: Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia – Esercito del Popolo).

L’ONU ha chiesta alla Corte Penale Internazionale (CPI) di aprire al più presto un’inchiesta sui crimini contro l’umanità avvenuti in Burundi a partire dal 2015: le violenze, a sfondo etnico, sarebbero state perpetrate da forze governative e da gruppi giovanili legati al Presidente Pierre Nkuruziza.

Roma 04/09/2017

Francesco Snoriguzzi

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