domenica, Ottobre 25

Corea del nord, nuova ‘primavera araba’ in preparazione?

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Una nuova operazione di ‘regime change’ è alle porte in Corea del Nord? Dove missili, minacce e sanzioni hanno fallito, una nuova rivoluzione colorata, o una sorta di primavera araba potrebbero riuscire. Sembra essere questa la ‘speranza’ per il centro ‘US Korea Institute of School of Advanced International Studies’, della Johns Hopkins University di Washington, parzialmente finanziato dal Korea Institute for International Economic Policy (KIEP), un think tank sudcoreano.

Il think tank lavora da tempo su una serie di ricerche e report chiamata ‘The North Korea Instability Project’, in cui ipotizza conseguenze, rischi e previsioni per un’operazione di regime change nel turbolento Stato asiatico che possa portare alla caduta dell’attuale regime di Pyongyang e all’instaurazione di un Governo filoatlantista o persino alla riunificazione della penisola coreana sotto la leadership di Seul.

In ‘Assessing the risk of Regime Change in North Korea’, l’autorer Paul B. Stares afferma chiaramente che, dopo i discutibili risultati ottenuti in Afghanistan, Iraq e Libia «imporre un cambio di regime attraverso l’intervento armato difficilmente otterrà qualche sostenitore», seppur «l’idea di un regime change in Corea del Nord ha un innegabile appeal», dato che è il regime di Kim Jong-un il principale ostacolo al processo di riunificazione della penisola coreana.

Vengono ipotizzate tre linee di azione che possono dare inizio al collasso del regime nordcoreano. Un approccio ‘bottom-up’, per esempio: in tale caso, il dissenso popolare sfocerebbe in una vera e propria ribellione contro il Governo, o porterebbe a una volontaria ‘abdicazione’ da parte del Partito – e della famiglia – di Kim. Un secondo esempio può essere invece il caso di un cambiamento ‘dall’alto’ (top-down), con un assassinio, o un colpo di stato da parte di ufficiali di partito, dell’esercite o, in generale, dell’establishment nordcoreano. Entrambi gli scenari possono in ogni caso essere incentivati e innescati dall’esterno, attraverso sanzioni, azioni dell’intelligence e uso della forza militare.

Visto il tipo di regime, che l’analisi classifica come ‘personalistico e dinastico’, la storia testimonia come il colpo di stato fosse, fino a tempi recenti, lo scenario più plausibile con quasi il 50% delle dittature crollate in questo modo tra gli anni ’60 e i ’70. In tempi più recenti, invece, sono state le rivolte popolari la minaccia più pericolosa per i regimi autoritari.

Ad ogni modo, vista l’omogeneità e l’altissima coesione della società civile coreana – consolidata dall’assenza di sindacati, chiese o organizzazioni che potrebbero in qualche modo indirizzare e solidificare il dissenso popolare – una rivolta ‘dal basso’ sembra essere la meno probabile delle opzioni. Anche la censura e la barriera del Governo attorno ai cellulari e alla connessione a internet nordcoreana rappresenta un grande ostacolo all’azione e al dissenso popolare. Al contrario, negli scenari arabi del nordafrica, i social network e la popolarità dei mezzi di comunicazione digitali hanno, almeno inizialmente, dato una spinta fondamentale ai moti di rivolta che hanno poi portato alla caduta dei regimi in Libia e Egitto.

Anche l’approccio top-down sembra particolarmente ostico: il regime ha superato con successo due ‘successioni’ e l’unico complotto ordito contro l’autorità della famiglia regnante è fallito misaremente due decenni fa. Il successo dell’unica via che sembra percorribile, stando all’analisi, dipende tutto da Pechino. Le pressioni da parte della Comunità internazionale, a questo punto di natura necessariamente economica, passano per la volontà dei cinesi di collaborare.

Gli esiti di una possibile rivolta foraggiata e fomentata da una continua azione economica da parte di Stati Uniti e Cina possono essere previsti confrontando gli esempi di tre Nazioni investite dalle cosiddette primavere arabe. Nell’analisiThe Arab Spring and North Korea’, vengono prese in considerazione la Tunisia, la Libia e l’Egitto. Paesi che, nel medesimo periodo, hanno visto sommosse popolari di natura simile ma che hanno portato a risultati profondamente diversi.

Lo scenario ideale, per gli Stati Uniti, sarebbe quello osservato in Tunisia. Il Paese sta, faticosamente ma con successo, procedendo verso la democratizzazione. L’ex-partito islamico di maggioranzaNahda’, nonostante abbia perso le elezioni contro il partito laico ‘Nidaa Tounes’ di Beji Caid Essebsi, ha accettato il risultato elettorale, facilitando la stabilizzazione della Tunisia e il consolidamento di una tradizione democratica su cui basare lo sviluppo futuro del Paese.

In questo caso è stato fondamentale il ruolo della società civile, dai sindacati alle associazioni per i diritti umani. E’ questo ‘sottobosco civico’ che però è, almeno a prima vista, totalmente assente in Corea del Nord. Nonostante la Tunisia rappresenti certamente un esempio positivo di regime change, è improbabile che le stesse dinamiche possano essere osservate a Pyongyang, nel caso una rivolta simile dovesse effettivamente avere inizio.

Al contrario della Tunisia, il caso peggiore sarebbe invece quello di una nuova Libia in Corea del Nord. Neppure l’unità territoriale – a quanto pare garantita solo dal collante dell’ideologia verde di Gheddafi è stata risparmiata dalla Primavera Araba libica: il conflitto è velocemente degenerato in una guerra civile tra le varie tribù e i centri di potere. Al giorno d’oggi il Paese è diviso in aree fedeli al Parlamento di Tobruk, e lealisti che seguono il Generale Haftar, nell’est della Libia. Il caos ha permesso l’afflusso di terroristi e organizzazioni estremiste alla ricerca di un terreno fertile dove ottenere risorse e combattenti. La Libia post-Gheddafi è considerata uno Stato fallito.

L’evoluzione degli eventi in Egitto sembra tracciare un’idea di quello che può essere il destino più plausibile di una Nord Corea ‘post-primavera araba’. E’ l’esercito, in questo caso, a decidere pesantemente della vita politica del Paese. Il ‘deep state’ coreano manterrebbe il potere, vanificando di fatto la caduta del regime e bloccando, o almeno indirizzando a suo piacimento, la strada per la democratizzazione. E’ per questo, spiega il report, che «è importante osservare tutti i movimenti del ‘partito dei militari’ in Corea […] il partito militare della famiglia di Kim, basato sulla politica del ‘military-first’, è la forza che fa da guardia al Regime».

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