martedì, Ottobre 27

Corea del Nord: minacce nucleari agli USA e ai loro alleati

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Dopo l’approvazione di nuove sanzioni da parte delle Nazioni Unite, la Corea del Nord passa al contrattacco: un comunicato del Governo di Pyongyang ha lanciato minacce contro gli Stati Uniti e tutti i Paesi che li affiancheranno in quella che viene descritta come una macchinazione per isolare e soffocare un Paese indipendente. Le minacce nord-coreane, nonostante il carattere enfatico, non possono essere prese alla leggera.
La grande novità del momento è la decisione della Repubblica Popolare Cinese di sostene ed applicare le sanzioni contro Pyongyang, suo alleato storico. Nell’affermare che Pechino intende applicare le sanzioni senza fare sconti alla Corea del Nord, la Cina non ha rinunciato a rivolgere un invito a Stati Uniti e Corea del Sud ad abbassare i toni dello scontro diplomatico: nonostante l’immagine di imparzialità che Pechino tenta di proiettare all’esterno, sembra sempre più evidente che le tensioni internazionali provocate dall’atteggiamento della Corea del Nord, favorendo un’instabilità che danneggia il mercato, stia portando il Governo cinese ad abbandonare il suo vecchio e scomodo alleato.
Un invito ad abbassare i toni è arrivato anche dal Ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergeij Lavrov. Nonostante la posizione ufficiale, però, bisogna registrare il fatto che, pur potendo, la Russia non ha posto il veto alla risoluzione ONU sulle sanzioni contro Pyongyang.
Nel frattempo, il Presidente sud-coreano, Moon Jae-In, ed il Primo Ministro del Giappone, Shinzo Abe, hanno avuto un lungo colloquio telefonico nel quale si sono trovati concordi nel tentare di fare pressioni perché la Corea del Nord accetti di sedersi al tavolo delle trattative. La risposta nord-coreana alla proposta di dialogo di Seul è stata sprezzante: non ci saranno trattative con chi sostiene il disegno statunitense e, in ogni caso, Pyongyang non è disposta a trattare sul suo programma nucleare.

In Venezuela, dopo la sollevazione di alcuni militari che hanno tentato di prendere il controllo della base di Paramacay, nella città di Valencia, il Presidente Nicolás Maduro è tornato a parlare al Paese: i rivoltosi sono stati sconfitti sia con il voto del referendum, sia con le pallottole.
Il ‘tentato Colpo di Stato’ arriva dopo che il Governo ha presieduto all’insediamento della nuova Assemblea Costituente, a maggioranza chavista, e da questa ha ottenuto la rimozione del Procuratore Generale, Luisa Ortega Diaz, vicina alle opposizioni ed accusata di complicità con i rivoltosi. Dal canto suo, la Ortega, non riconoscendo la legittimità degli atti dell’Assemblea Costituente, ha dichiarato di considerarsi ancora il Procuratore Generale del Venezuela e ha affermato che, se dovesse accaderle qualche cosa, la colpa sarà da attribuire al Governo di Maduro.
A dimostrazione che esiste anche uno zoccolo duro di sostenitori del Governo, però, oggi, nel centro di Caracas, è prevista una marcia bolivarista in favore della nuova Assemblea Costituente.

Nell’Unione Europea, intanto, resta caldo il tema della Brexit dopo che ieri il Sunday Telegraph aveva parlato di un possibile accordo secondo il qual la Gran Bretagna sarebbe stata disposta a pagare quaranta miliardi di euro all’UE come saldo dei suoi debiti che, in realtà, ammonterebbero a sessanta miliardi. Il Governo di Londra ha smentito fortemente tale ipotesi che sarebbe ritenuta inaccettabile per quella parte del Governo favorevole alla linea dura nei confronti di Bruxelles. Allo stato attuale, quindi, non è ancora chiaro quale linea terranno gli inglesi nei prossimi negoziati.
L’altro fronte caldo, per l’Unione, è quello dell’immigrazione. Dalla Spagna, arriva la notizia che un gruppo di un centinaio di migranti di origine subsahariana sarebbe riuscita a sfondare le recinzioni di confine nell’enclave di Ceuta, in territorio marocchino; da lì, sarebbero entrati in territorio spagnolo.
La questione migranti è anche centrale nel dibattito interno al Governo italiano: dopo l’entrata in vigore del codice di condotta per le Organizzazioni Non Governative, voluto dal Ministro degli Esteri Marco Minniti, ed il rifiuto di molte ONG di accettare i termini del testo, si era posto il problema sulla concessione dell’attracco in Italia per una nave di Médicins Sans Frontières (ONG che, appunto, non ha accettato di firmare il testo del Governo di Roma). Oggi, il Ministro per le Infrastrutture, Graziano Delrio, ha concesso l’attracco alla nave di MSF per ragioni umanitarie aprendo un forte dibattito interno al Governo italiano.
Inoltre, per l’Italia resta aperta la questione della missione in Libia, chiesta dal Governo di Tripoli, controllato dal Presidente Fayez al-Serraj, ed osteggiata da quello di Tobruk, controllato dal Generale Khalifa Haftar, che ha giudicato l’intervento della Marina italiana in acque libiche un atto ostile ed è arrivato a minacciare bombardamenti contro le navi di Roma. Oggi, il Presidente Serraj è tornato a ribadire che è stato il Governo libico (il Governo di Tripoli è l’unico riconosciuto dall’ONU) a richiedere l’intervento italiano per migliorare il controllo delle coste del Paese.
La forte pressione migratoria, però, continua a fomentare fenomeni populisti in tutto il continente europeo. In Ungheria, dove al potere c’è il Governo xenofobo di Viktor Orbán, è stata presentata una proposta per introdurre nelle scuole corsi di educazione “militare e patriottica”: la proposta, che ha fatto subito molto discutere, prevede, oltre alla creazione di poligoni per far esercitare i ragazzi all’utilizzo delle armi da fuoco, anche dei forti interventi sui programmi di storia e l’introduzione di materiale ideologico nel percorso formativo dei giovani ungheresi.
Dal punto di vista della politica estera UE, è da notare la notizia, annunciata dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, secondo cui sono state aperte le procedure per l’apertura di un ufficio dell’Unione a Teheran: la svolta nei rapporti diplomatici tra la Repubblica Islamica e l’UE è arrivata dopo la visita dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera Europea, Federica Mogherini.

Nonostante una certa intesa sulla questione nord-coreana, i rapporti tra USA e Russia, restano piuttosto freddi a causa del cosiddetto Russiagate: la presunta ingerenza russa nell’ambito delle scorse elezioni presidenziali statunitensi. Durante un colloquio svoltosi a Manila, nelle Filippine, il Segretario di Stato di Washington, Rex Tillerson, ha ribadito al Ministro degli Esteri russo, Sergeij Lavrov, che le ombre del Russiagate hanno lasciato una diffidenza di fondo nei rapporti tra i due Paesi: nonostante questo, non è impossibile tornare ad avere un rapporto più disteso. Da parte russa, fonti del Ministero degli Esteri di Mosca si sono dette deluse dalla politica estera statunitense che, con il passaggio della Presidenza da Barak Obama a Donald Trump, non sarebbe cambiata affatto.
Sull’altro punto di frizione tra USA e Russia, ovvero l’attuale situazione in Ucraina, le fonti russe hanno dichiarato che le trattative tra il Rappresentante Speciale che gli USA hanno nominato appositamente per la questione, Kurt Volker, e i rappresentanti del Cremlino. In ogni caso, la fornitura di armi nel sud-est del Paese da parte statunitense non potrà che contribuire all’ulteriore destabilizzazione della situazione.

In Siria, le forze governative continuano ad avanzare nell’est del Paese: oggi è stata riconquistata la città di Sukhna, a lungo tenuta sotto il giogo dell’autoproclamato califfato islamico. La regione, situata in una zona ricca di risorse naturali, è sulla strada per Dayr, l’ultimo centro urbano in mano islamista nella parte orientale della Siria. In ogni caso, gli uomini di Daesh, seppure in grandi difficoltà dal punto di vista militare, hanno ancora accesso a finanziamenti non indifferenti derivati, in larga parte, dal contrabbando di reperti archeologici trafugati dagli importanti siti che sono stati a lungo sotto il loro controllo.

Dopo la decisione di Israele di oscurare al-Jazeera sul suo territorio, i rappresentanti legali dell’emittente hanno annunciato ricorso. Il Governo israeliano ha accusato al-Jazeera di istigare alla violenza nei suoi servizi sugli scontri alla Spianata delle Moschee. Per i rappresentanti dell’emittente, la decisione non rispecchia lo spirito democratico che Israele dichiara di voler incarnare nell’area. Parole di condanna sono arrivate anche da parte dell’organizzazione Amnesty International.
Nel frattempo, il Re di Giordania, Abdullah II, ha incontrato il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, nella città di Ramallah: è la prima volta che i due si incontrano in Cisgiordania. Nell’incontro, è stata formalizzata la creazione di un’unità di crisi per la risoluzione delle crisi riguardanti, tra l’altro, la gestione dei luoghi santi dell’Islam: la Giordania, infatti, gestisce come garante la Spianata delle Moschee.

Domani si vota in Kenya. Gli ultimi sondaggi non danno più in testa il partito del Presidente uscente, Uhuru Kenyatta, ma segnalano una fortissima rimonta del candidato sfidante, Raila Odinga. Il testa a testa tra i due candidati si installa su una situazione molto tesa, tra rischio astensione e minacce di brogli. Inoltre, nonostante i due candidati abbiano programmi politici chiaramente distinti, secondo gli osservatori è molto probabile che, alla fine, la gran parte degli elettori voterà in base alla propria appartenenza etnica. A questo bisogna aggiungere la corruzione ed il clientelismo diffusi endemicamente su tutto il territorio: se le elezioni dovessero essere un fallimento, per l’astensione o per i brogli, il disordine che ne scaturirebbe potrebbe fungere come un innesco e provocare una reazione a catena che rischierebbe di coinvolgere tutta l’area.

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