martedì, Ottobre 27

Corea del Nord: Consiglio di Sicurezza ONU diviso? Dopo l' ennesimo test, la Corea del Nord potrebbe essere destinataria di nuove sanzioni? All' interno del Consiglio di Sicurezza Onu emergono le divisioni

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Dopo l’ ennesimo test, questa volta della bomba H, la Corea del Nord è stata oggetto di una riunione del Consiglio di sicurezza Onu. Ad annunciare nuove sanzioni è stata l’ambasciatrice Usa Nikki Haley, che, nel corso della riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha fatto sapere che gli Stati Uniti vorrebbero il  voto sulle nuove misure per lunedì prossimo. «Enough is enough», «Quando è troppo e troppo» sono state le parole dell’ ambasciatrice Usa.

Non dello stesso parere si sono espressi Cina e Russia. «Non consentiremo mai il caos e la guerra nella penisola coreana», ha dichiarato l’ambasciatore cinese all’Onu, Liu Jieyi. «C’è urgente bisogno di mantenere il sangue freddo e astenersi da azioni che possono provocare ulteriori escalation della tensione» ha detto Vassily Nebenzia, il quale ha aggiunto che non si «deve cedere alle emozioni e agire in modo calmo ed equilibrato».

La spaccatura c’è perché, ha sostenuto Nikki Haley, «la Corea del Nord abbia di fatto dato uno schiaffo in faccia alla comunità internazionale che le ha chiesto di fermarsi». Per capirne di più, abbiamo chiesto a Francesca Frassineti, esperta della regione asiatica, dell’ Università di Bologna.

Oggi si tiene una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ ONU in merito alla crisi coreana. Quali nuove misure possono essere passate al vaglio?

Dal mio punto di vista e, comunque, come la storia ci sta insegnando, nel caso della Corea del Nord e di altri regimi di questo tipo, le sanzioni non si stanno dimostrando strumenti efficaci. In particolare, in questo caso, gli Stati Uniti e i suoi alleati nella regione, quindi Corea del Sud e Giappone, considerano le sanzioni come strumento per indurre la Corea del Nord ad una denuclearizzazione volontaria. Ritengo, però, che la denuclearizzazione unilaterale da parte della Corea del Nord non sia più un’ opzione disponibile. Pyongyang ha effettuato avanzamenti tecnologici incredibili, impensabili fino a pochissimi anni fa e l’ arma nucleare come l’ arsenale non convenzionale è l’ unica carta che il regime ha per garantirsi la salvezza. Sicuramente, a questo punto, ma già da molti anni, non è più disposto a rinunciarvi. Quindi, secondo me, porre come condizione per il ritorno al tavolo negoziale la denuclearizzazione, non potrà portare a nessun risultato positivo. C’è da chiedersi cosa si potrà fare in più perché ormai siamo arrivati ad un punto della storia del regime sanzionatorio in cui le Nazioni Unite hanno approvato sanzioni durissime. Si sta parlando di un eventuale embargo sulla fornitura di greggio alla Corea del Nord. Le sanzioni precedenti avevano vietato la fornitura per scopi militari e si era lasciata una piccola finestra per gli scopi civili. Di certo, questo produrrebbe effetti molto negativi sull’ economia nordcoreana anche se, secondo delle stime uscite in questi giorni, ovviamente non avendo dati sicuri perché quelli della Corea Nord sono totalmente avvolti nel mistero, il regime sembra abbia incamerato una quantità di greggio tale da poter sopravvivere per vari mesi nel caso di uno stop totale. La Cina e la Russia si oppongono a questo embargo totale perché ciò provocherebbe danni molto peggiori.

Sicuramente vediamo che la comunità internazionale ha adottato sanzioni multilaterali, ma anche unilaterali: si pensi, a questo proposito, all’ Unione Europea, agli Stati Uniti, alla Corea del Sud, al Giappone che hanno adottato delle sanzioni individuali. Ma abbiamo anche visto, in particolare Washington, sostenere delle sanzioni indirette ovvero colpire tutti gli attori, che siano banche o imprese straniere che operano per permettere al regime nordcoreano di incamerare valuta straniera. Di sicuro, i principali attori, destinatari di queste misure, sono le banche cinesi e gli imprenditori cinesi, soprattutto lungo il confine. Sono, ovviamente, misure invise da Pechino. Dal punto di vista militare, gli alleati degli Stati Uniti nella regione stanno potenziando le difese missilistiche, in particolare Seoul: è notizia di queste ore che la Casa Blu, ossia la presidenza sudcoreana, ha autorizzato l’ attivazione di quattro ulteriori batterie del famoso THAAD, questo scudo anti-missile installato in Corea del Sud. Gli alleati, nella regione, stanno dunque rafforzando le loro capacità per rispondere ad ulteriori provocazioni missilistiche e sul tavolo dell’ Amministrazione Trump permangono tutte le opzioni, compreso un intervento militare preventivo, cosa non auspicabile.

All’ interno del Consiglio di Sicurezza, rimane dunque una spaccatura circa la linea da attuare nei confronti di Pyongyang?

Assolutamente sì. Innanzitutto, per quanto riguarda le sanzioni, l’ Amministrazione Trump, ma soprattutto quella precedente, quella di Obama, pone grande enfasi sulle sanzioni e in questo trova il consenso di Corea del Sud e Giappone come strumento per riportare la Corea del Nord al tavolo dopo aver rinunciato unilateralmente all’ arma nucleare. Invece per Cina e Russia, si tratta di misure per sanzionare la condotta di Pyongyang e quindi ogni volta, come in questo caso, vediamo che Cina e Russia condannano la violazione delle sanzioni da parte della Corea del Nord, ma non ritengono che siano lo strumento per arrivare ad una risoluzione della questione. Quindi pochi mesi fa Cina e Russia avevano proposto un “freeze-for-freeze”, un “doppio congelamento”: ossia, da un lato l’ interruzione di ulteriori test sia missilistici che nucleari da parte della Corea del Nord, dall’ altra la sospensione delle esercitazioni militari congiunte che Stati Uniti e Corea del Sud tengono regolarmente nella zona meridionale della penisola coreana.

Nell’ ottica della crisi coreana, si starebbe rinsaldando l’ asse Pechino-Mosca in funzione anti-Washington?

Sì. Ovviamente, in tutto questo, la Russia è un attore meno rilevante. La Cina, per l’ Amministrazione Trump, dovrebbe essere il player principale, ma dobbiamo ricordarci che, da un lato, l’ interlocutore prescelto dalla Corea del Nord, quando si parla di questione nucleare, sono gli Stati Uniti perché Kim Jong Un vuole che gli Stati Uniti riconoscano la Corea del Nord come “Stato nuclearizzato”; dall’ altro, va considerato che il capitale politico della Cina nei confronti della Corea del Nord, già da molti anni, è diminuito. Certamente, dal punto di vista economico, la Cina ha un ruolo fondamentale, ma non più così tanto dal punto di vista politico, soprattutto con l’ avvento di Xi Jinping.

Pertanto, l’ arma nucleare è utilizzata dal regime di Kim Jong Un sia per accreditarsi a livello internazionale sia per consolidare il proprio potere a livello interno?

Assolutamente sì. Ogni volta che si parla della Corea del Nord, la chiave di lettura deve essere duplice, sia per quanto riguarda la legittimazione della leadership nei confronti della popolazione che a livello internazionale. Negli anni la condotta del regime di Pyongyang si è mantenuta molto coerente, soprattutto con l’ ascesa al poter di Kim Jong Un. Gli obiettivi finali dello sviluppo di queste armi missilistiche e nucleari sono principalmente due: da una parte, l’ acquisizione di un deterrente nucleare credibile nei confronti degli Stati Uniti, dall’ altra un obiettivo più politico e cioè essere riconosciuto come stato nuclearizzato da parte degli Stati Uniti.

Già nel febbraio di quest’ anno, l’ installazione del THAAD aveva infastidito la Cina. Quali reazioni potrebbe scatenare l’ eventuale scelta di Seoul di potenziare l’ uso di armamenti americani per difendersi?

In realtà stiamo già osservando queste reazioni. Nella sfera dell’ alleanza tra Stati Uniti e Corea del Sud, in vari momenti, sono emersi da parte dell’ opinione pubblica sudcoreana sentimenti anti-americani. Ma, dall’ estate dell’ anno scorso, è evidente che la Corea del Sud si trovi schiacciata tra il maggiore partner commerciale, ossia la Cina, e il principale partner quando si parla di sicurezza, ossia gli Stati Uniti. Questi ultimi hanno la funzione di garantire la sicurezza in corrispondenza del 38° parallelo, ma, negli anni, l’ economia sudcoreana è diventata sempre più dipendente dal commercio con la Cina che è, ad oggi, il primo partner commerciale della Corea del Sud. Abbiamo osservato come la Cina, già da un anno, abbia messo in atto una sorta di boicottaggio indiretto nei confronti delle principali esportazioni sudcoreane in Cina. Boicottaggio che le autorità di Pechino hanno sempre negato, ma che, effettivamente, ha avuto luogo mesi fa: sono state colpite le esportazioni di alcuni conglomerati come ad esempio la Lotte o i flussi turistici cinesi in Corea del Sud.

La circostanza per cui non è mai stato firmato un trattato tra le due Coree può essere un fattore di crescita della tensione?

La firma di un trattato di pace è una pre-condizione necessaria per migliorare il clima ed accrescere la fiducia tra le parti. Trattato di pace che dovrebbe includere tutte quelle forze che, sotto il cappello dell’ ONU, avevano partecipato. Quindi anche gli Stati Uniti.

Molti analisti hanno osservato una modifica  della politica estera del Giappone. E’ d’ accordo?

Sì perché la Costituzione giapponese vieta formalmente al Paese, all’ articolo 9, di dotarsi di capacità militari offensive, mentre è permesso avere solo forze di auto-difesa. Soprattutto con l’ avvento del Premier Shinzo Abe, si è avviato un processo di reinterpretazione. Non si è ancora arrivati ad una modifica della Costituzione, ma, certamente, si sta ripensando all’ intero apparato strategico giapponese attraverso un processo di reinterpretazione del testo costituzionale per far sì che, in qualche modo, la condizione del Giappone si normalizzi dal punto di vista militare. Queste provocazioni da parte della Corea del Nord giustificano la campagna di Shinzo Abe a favore di una modifica costituzionale.

La crisi coreana potrebbe, secondo il Presidente russo Vladimir Putin, trasformarsi in un conflitto su vasta scala. E’ un’ analisi condivisibile?

Quello a cui stiamo assistendo è un’ Amministrazione americana che, a differenza di quella Obama, è molto più interventista. Per quel che riguarda la questione nord-coreana, penso di sì. Già da molti anni, assistiamo a questo scambio di dimostrazioni di forza. Però, al momento, alla Casa Bianca vi è un Presidente molto più interventista e meno prevedibile del precedente. Si potrebbero avere delle rappresaglie a livello commerciale che, sicuramente, danneggerebbero molti attori della regione. Sicuramente rimpallare le responsabilità della crisi coreana a Pechino, potrebbe indurre quest’ ultima ad effettuare una rappresaglia commerciale. Ovviamente sono ipotesi.

Ultimamente sono state votate all’ unanimità delle sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ ONU contro la Corea del Cord. La Cina ha votato a favore. Questo evento segna un cambio di passo dell’ atteggiamento cinese nei confronti di Pyongyang oppure continua ad esserci un’ ambivalenza?

Entrambi le cose. Diciamo che questa tradizionale alleanza che si era forgiata nel sangue, durante la Guerra di Corea (1950-1953) non è più così stretta, ma ha cominciato a sfilacciarsi già negli anni ’70, quindi diverso tempo fa. Un evidente scollamento è emerso con l’ avvento di Xi Jinping. Pechino, da quando Xi Jinping è al potere, non ha mai cercato di nascondere la frustrazione, la tensione e le condanne nei confronti della condotta della Corea del Nord. Condotta spregiudicata che è stata condannata da Pechino perché non fa altro che portare attenzione della comunità internazionale e degli Stati Uniti nella regione. Cosa che Pechino non vuole. Se, quindi, da un lato Pechino è sempre più scontento della condotta del suo vecchio alleato, dall ‘altro, però, ha perso quell’ influenza politica che potrebbe portare Pyongyang ad un ripensamento. A livello economico, rimane il primo partner commerciale e la principale fonte di valuta estera della Nordcorea. Quindi vediamo che, all’ interno del Consiglio di Sicurezza, Pechino condanna la Corea del Nord in via ufficiale, ma poi emerge la questione della piena attuazione delle sanzioni stabilite in sede ONU perché, come sappiamo, la Cina preferisce il mantenimento dello status quo piuttosto che il suo collasso che porterebbe a delle conseguenze ben peggiori: si parlerebbe di un flusso di milioni di rifugiati nordcoreani verso il confine settentrionale, ma, anche, chi dovrà gestire l’ arsenale nucleare, se Stati Uniti o Cina. Ciò porterebbe ad un’ unificazione, forse per assorbimento, da parte della Corea del Sud e quindi  l’ avanzata delle truppe statunitensi verso nord.

E’ in corso la riunione annuale dei BRICS. Che posizione assunto la Cina in questo ambito?

La Cina è la seconda, se non la prima economia mondiale. Al momento non sembra convinta di voler esercitare un contraltare degli Stati Uniti, almeno dal punto di vista della sicurezza. Non è ancora arrivata al punto di volersi sostituire agli Stati Uniti nel ruolo di superpotenza mondiale. Dal punto di vista economico, ha fatto eccezionali progressi ed è, dopo gli Stati Uniti,  il principale attore. Questo vantaggio, però, non si sta traducendo in un ruolo al pari degli Stati Uniti in ambito militare e politico. A livello regionale, quello dei BRICS è un ulteriore teatro per esaltare l’ iniziativa cinese ONE BELT ONE ROAD che non è sostenuta dall’ India di Modi che sta cercando di rispondere, appoggiando progetti simili del Giappone.

Dovendo fare un pronostico, è remota la possibilità di un conflitto?

Io mi aspetto ulteriori test e questo è confermato dall’ intelligence sudcoreana. La Corea del Nord è molto vicina al raggiungimento del suo obiettivo finale, ma credo che il principio della deterrenza continui a valere. La Corea del Nord non ha mai attaccato nessun Paese finora e si è sempre limitata a fare dei test e delle provocazioni. E’ ben conscia della superiorità statunitense e sudcoreana dal punto di vista militare ed un attacco provocherebbe una risposta sovradimensionata da parte degli Stati Uniti che la cancellerebbe dalla cartina geografica. Conosceremo nuovi momenti di tensione, ma ritengo improbabile nel breve periodo l’ arrivo di un conflitto.

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