venerdì, Febbraio 21

COP25: Negazionismo climatico, conoscerlo per evitarlo Le argomentazioni e le tattiche di coloro che provano in tutti i modi a far credere che il cambiamento climatico non esiste, e se esiste non è un problema

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Lunedì, a Madrid, si è aperta COP25 – la conferenza Onu sui cambiamenti climatici. Fino al 13 dicembre  responsabili politici ed esperti di 196 Paesi, circa 29 mila persone in tutto -in arrivo a brevissimo anche Greta Thunberg, per portare, dice, «le voci delle prossime generazioni, in particolare quelle delle popolazioni del sud perché siano ascoltate»-, sono riuniti all’Ifema (il complesso fieristico nei pressi dell’aeroporto internazionale) per arrivare alla stesura di un documento finale condiviso

Time for action’ (‘E’ l’ora di agire’) è lo slogan della conferenza madrilena con al centro tematiche che mettono gli Stati firmatari dell’accordo di Parigi di fronte alle loro responsabilità: ridurre ulteriormente le emissioni di gas serra e varare obiettivi più ambiziosi a partire dal 2020

Una conferenza che ha una responsabilità gravissima   -il Segretario Generale ONU, Antonio Guterres, è stato esplicito: «Entro la fine del prossimo decennio saremo su uno dei due percorsi: uno è il percorso della resa, in cui abbiamo camminato nel sonno oltre il punto di non ritorno, mettendo a rischio la salute e la sicurezza di tutti su questo pianeta. Vogliamo davvero essere ricordati come la generazione che seppellì la testa nella sabbia, che armeggiò mentre il pianeta bruciava? L’altra opzione è la via della speranza. Un percorso di risoluzione, di soluzioni sostenibili. Un percorso in cui rimangono più combustibili fossili dove dovrebbero essere -nel terreno- e dove siamo sulla strada della neutralità del carbonio entro il 2050», «oggi e non domani: dobbiamo prendere decisioni importanti ora», ha detto con forza-   e sulla quale grava l’altrettanto gravissimo peso del negazionismo climatico.

Non è vero ma ci credo’, ci ha fatto dire Peppino De Filippo, prima dell’avvento dei social, in riferimento alla superstizione. Con l’ingresso sulla scena dell’umanità dei social, l’imperativo è: ‘Non è vero, ma lo dico’, anzi, ‘lo affermo solennemente, faccio di tutto per farlo credere al maggior numero di persone possibile’. Quella dei negazionisti climatici non è propriamente una  superstizione, ma ci assomiglia molto quanto intendono instillare nella mente di coloro che li ascoltano: il cambiamento climatico non esiste, o meglio, esisterà pure, ma non è determinato dall’uomo e dalle sue attività.

E’ il negazionismo il pericolo più grave sulla ‘via della speranza’, e per combattere questo virus mortale, che infetta le menti di parte dell’opinione pubblica, il virus deve essere conosciuto, senza la conoscenza non lo si può combattere, come qualsiasi altro virus.  «Dobbiamo ascoltare la scienza», sta ripetendo da mesi Greta.

Mark Maslin, docente di Scienze del sistema terrestre all’University College di Londra, grande esperto di cambiamenti climatici, ha messo in fila le argomentazioni che adducono i negazionisti climatici, lui li definisce ‘miti’ -ovvero: «nella migliore dei casi notizie false e nelle peggiori bugie diritte».
Intanto c’è subito da precisare la ‘caratura di questo virus: 200 milioni di dollari all’anno per fare pressioni, per controllare, ritardare o bloccare una politica climatica che inverta il percorso dirigendosi spedita verso la neutralità del carbonio, mettendo in circuito le tossine della menzogna, delle falsità che poi convincono l’opinione pubblica che l’emergenza clima non esiste, e mettono in condizione i politici di condurre politiche che sono l’opposto di quelle che a Madrid si stanno cercando. I rapporti e le analisi non mancano. Fondi investiti dall’industria dei combustibili fossili in varie forme su media e lobbisti.

C’è appena da sottolineare il sentiment globale nel contesto del quale i negazionisti operano.
Negli USA   -maggiori produttori di inquinamento e maggiori negazionisti, guidati da un Presidente ultra-negazionista che ha ritirato il Paese dall’accordo di Parigi e a Madrid non è presente-   i negazionisti sarebbero (condizionale d’obbligo considerando quanto i sondaggi sappiamo essere poco affidabili e sempre più influenzabili e influenzati dai committenti) divenuti minoranza, infatti il 70% ritiene che le attività dell’uomo influiscano sui cambiamenti climatici.
In Europa, secondo l’Eurobarometro, lotta ai cambiamenti climatici e preservare il nostro ambiente, gli oceani e la biodiversità, dovrebbe essere la principale priorità del Parlamento europeo secondo la maggioranza dei cittadini UE (32%) -una tendenza, per altro, già ben evidenziata in una ricerca condotta lo scorso anno dalla BEI (Banca Europea per gli Investimenti) e ancor dopo, nell’aprile 2019, alla vigilia delle elezioni europee, quando l’84% degli intervistati -da  IPSOS MORI- chiedeva ai partiti di affrontare il problema del riscaldamento globale e che facessero dell’Unione Europea un leader mondiale nella lotta contro i cambiamenti climatici. 

E veniamo alle argomentazioni dei negazionisti.

Primo appiglio (‘mito’) dei negazionisti: la negazione, appunto della scienza, fino arrivare a sostenere una sorta di ‘cospirazione’ mondiale degli scienziati che starebbero alterando i dati per ‘fabbricare’ la loro verità. Obiettivo dell’azione: minare la scienza del cambiamento climatico, che conta oltre 150 anni di vita.
La scienza del cambiamento climatico non sarebbe incontrovertibile, non vi sarebbero ‘prove’. Secondo i negazionisti  il cambiamento climatico sarebbe naturale’, ‘normale’, ovvero solo una componente del ciclo naturale. I modelli climatici sarebbero inaffidabili -perchè troppo sensibili all’anidride carbonica o altro. Alcuni suggeriscono che la CO₂ è una parte così piccola dell’atmosfera che non può avere un grande effetto di riscaldamento. Altri che i cambiamenti climatici sarebbero dovuti a macchie solari / raggi cosmici galattici.
Un cavallo di battaglia che oramai appare molto stantio e a tratti superato -questo dell’attacco alla scienza e della cospirazione degli scienziati- smontato dai fatti che ogni giorno vengono dalla cronaca, ma anche dal fatto che, da oltre un quinquennio,  i dati appaiono consolidati; secondo Maslin, la scienza del cambiamento climatico è l’area della scienza moderna più collaudata. Restano i risultati di questo ‘mito’ dei negazionisti: il grande contributo dato alla mancanza di progressi nella riduzione delle emissioni globali di gas serra, al punto che oggi stiamo affrontando l’emergenza climatica globale, anche se non dichiarata dalla gran parte dei governi.

Secondo argomento negazionista: la negazione economica. Visto che gli attacchi alla scienza non stanno più funzionando, alcuni negazionisti del cambiamento climatico stanno passando a nuove tattiche, spiega Maslin. La negazione economica è il tentativo di instillare l’idea che il cambiamento climatico sia troppo costoso da risolvere.
Per esempio, uno dei principali negazionisti britannici, Nigel Lawson, ex cancelliere britannico, fondatore di una delle realtà degli scettici climatici, la Global Warming Policy Foundation, ora concorda sul fatto che gli esseri umani stanno causando i cambiamenti climatici, ma si dice «profondamente preoccupato per i costi e le altre implicazioni di molte delle politiche attualmente sostenute».

Risponde all’obiezione Maslin: gli economisti, suggeriscono che ora potremmo riparare i cambiamenti climatici spendendo l’1% del PIL mondiale -nel 2018 il Pil mondiale è arrivato a 86.000.000.000.000 di dollari USA, e ogni anno questo PIL mondiale cresce del 3,5%. L’1% sarebbe ben poca cosa, e forse alla fine inciderebbe anche meno dell’1% se si tiene conto dei risparmi sui costi derivanti dal miglioramento della salute umana e dall’espansione dell’economia verde globale. Non bastasse: l’industria di combustibili fossili ha ricevuto, nel 2015, sovvenzioni per 4,7 trilioni di dollari USA (6,3 percento del PIL globale), 5,2 trilioni (6,5 percento del PIL) nel 2017, secondo i dati dell’FMI (Fondo Monetario Internazionale). Se non agiamo ora, cioè se la conferenza di Madrid di questi giorni dovesse fare un buco nell’acqua, entro il 2050 potrebbe costare oltre il 20% del PIL mondiale. Sempre secondo l’FMI, un’efficace tariffazione dei combustibili fossili ridurrebbe le emissioni globali di carbonio del 28%, i decessi per inquinamento atmosferico da combustibili fossili del 46% e aumenterebbe le entrate dei governi del 3,8% del PIL-Paese.

Terza argomentazione, forse la più debole (a tratti ridicola): il cambiamento climatico sarebbe un bene per l’essere umano. E’ la negazione umanitaria, come la definisce Maslin.
Estati più lunghe e più calde nella zona temperata renderebbero l’agricoltura più produttiva, dicono i negazionisti, peccato che corrispondono a estati più asciutte e maggiore frequenza delle ondate di calore in quelle stesse aree.
A ciò si aggiunga che, secondo un recente rapporto, il 40% della popolazione mondiale vive ai tropici  -che ospitano il 55% dei bambini sotto i cinque anni, e le popolazioni dei tropici, in particolare in Africa, stanno crescendo a una velocità molto più rapida rispetto alle popolazioni nelle regioni temperate,  tanto che entro 40 anni, si prevede che oltre la metà della popolazione mondiale sarà ai tropici e un 67% dei suoi bambini piccoli; la regione dovrebbe aggiungere altri 3 miliardi di persone (o il 42% della popolazione mondiale di oggi) entro la fine del secolo-  un aumento delle temperature sarebbe responsabile di un aumento di gravi problemi economici e di salute pubblica, e dell’incremento delle conseguenti migrazioni climatiche.
Entro la metà di questo secolo, gli esperti stimano (l’ultima conferma viene da uno studio di ottobre 2019 della Banca Mondiale) che i cambiamenti climatici potrebbero determinare lo spostamento da minimo 150 e massimo 300 milioni di persone, rifugiati climatici.

Oxfam, nei giorni scorsi, ha diffuso un dossier nel quale si sostiene che  le catastrofi naturali alimentate dall’impatto del cambiamento climatico sono la prima causa al mondo di migrazioni forzate all’interno di Paesi spesso già poverissimi o dilaniati da conflitti. Negli ultimi 10 anni sono aumentate di 5 volte e hanno costretto oltre 20 milioni di persone ogni anno, 1 persona ogni 2 secondi, a lasciare le proprie case per trovare salvezza altrove, con ripercussioni economiche sui Paesi coinvolti equivalenti al 2% del proprio reddito nazionale, percentuale che può arrivare al 20% nei Paesi più colpiti.
La comunità internazionale non riconosce giuridicamente l’esistenza dei migranti climatici, né ha concordato come definirli. Secondo la legge internazionale sui rifugiati, i migranti climatici non sono legalmente considerati rifugiati . Pertanto, non hanno nessuna delle protezioni ufficialmente accordate ai rifugiati, che sono tecnicamente definiti come persone in fuga da persecuzioni.
La comunità degli studiosi è in prima linea nel sostenere la necessità di affrontare il tema dellagiustizia climatica’, ma in una fase storica come l’attuale, dominata, più o meno a qualsiasi latitudine, dai nazionalismi e dagli egoismi sociali, è impensabile che il dossier possa essere velocemente aperto e definito.
Così, mentre non esistono accordi globali per aiutare milioni di persone che vengono sfollate da calamità naturali ogni anno, mentre la migrazione nella fetta di mondo più ricco è vissuta esclusivamente come un ‘problema’  -da rimuovere, gettare sotto il tappeto, e stimolatore delle corde degli odiatori seriali-, secondo i negazionisti climatici, l’aumento del clima ‘farebbe bene’ alla produzione agricola.

Quarta argomentazione: negazione politica, ovvero rimbalzo di responsabilità; per farla semplice, la colpa è sempre dell’altro. I negazionisti del cambiamento climatico sostengono che non è possibile agire per bloccare il problema, perché non tutti i Paesi vogliono agire, se agisce uno ma non agisce l’altro non vale. 
Non tutti i Paesi sono egualmente responsabili del cambiamento climatico. Il 25% della CO₂ immessa dall’uomo nell’atmosfera è generata dagli Stati Uniti, il 22% è prodotto dall’UE, il restante dal resto del mondo, con l’Africa che ne immette meno del 5%.

Abbastanza evidente che, scartando anche per un momento la responsabilità etica dei Paesi sviluppati  -maggiori inquinatori e inquinatori storici- ad aprire la strada alla riduzione delle emissioni, se già UE e USA mettessero in atto la riduzione, il problema si sarebbe di molto ridimensionato, quasi della metà, e, come sostiene la Commissione UE di Commissione Ursula von der Leyen, l’esempio innescherebbe probabilmente un meccanismo virtuoso all’emulazione, se non altro per puro interesse economico, considerato che i vantaggi economici a partire dal dato sulla crescita dei posti di lavoro sarebbero visibili, tangibili, verificabili. A quel punto l’obiettivo del ‘zero emissioni’ entro il 2050 quasi certamente sarebbe raggiunto, e raggiunto in tempo per fermare la distruzione del pianeta.

Se quelle elencate sono le argomentazioni, le tattiche stanno variando in base al variare del sentiment dell’opinione pubblica e in funzione del logoramento delle stesse argomentazioni.
La tattica vincente oggi non sta più nell’attacco alla scienza e agli scienziati, arma svalutata, ora si punta, e apparentemente si vince abbastanza bene, attaccando volgarmente e con la derisione Greta e igretini’. Si tratta di trovare tutti i modi per deridere i giovani che partecipano alle proteste climatiche e per ridicolizzare Greta Thunberg. E’ quello che è stato definito ‘sadismo climatico
Proprio ieri, però, Greta ha avvisato: «La gente sottovaluta la forza dei giovani arrabbiati», «arrabbiati e delusi».

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