martedì, Settembre 29

COP 24 di Katowice: nella tana delle lobby del carbone, che la finanzia I nomi dei principali sponsor privati dell’evento sono quelli delle grandi compagnie pubbliche di estrazione del carbone, protagoniste delle lobby europee impegnate a promuovere la loro ‘contro-agenda’

0

La Conferenza delle Parti promossa dalle Nazioni Unite per contrastare il cambiamento climatico e mettere fine alla dipendenza energetica dalle fonti fossili (COP 24) ha avuto formalmente inizio oggi, a Katowice, in Polonia.
Il summit polacco rappresenta uno snodo decisivo nell’implementazione degli accordi della COP 21 di Parigi, la cui applicazione è prevista a partire dal 2020, con l’impegno dei governi delle maggiori potenze industriali e dei Paesi in via di sviluppo a fissare obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni di CO2 per contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2 gradi centigradi -con un target fissato a 1,5 gradi- rispetto ai livelli preindustriali. La posta in gioco è quella di contenere l’innalzamento delle temperature provocato dai gas serra per prevenirne gli effetti potenzialmente catastrofici per il pianeta e per l’uomo: un conto alla rovescia già iniziato secondo gli scienziati dell’IPCC, il cui recente rapporto fissa a 12 anni il tempo massimo per avviare un’effettiva transizione a un modello di sviluppo alternativo alla dipendenza dai combustibili fossili.
Con queste premesse la conferenza di Katowice ha quindi in programma l’adozione delle regole necessarie per l’entrata a regime dell’accordo parigino del 2015, unitamente alla determinazione degli obiettivi nazionali tarati per i singoli Paesi (le Nationally Determined Contributions) fino alla deadline del 2010 e al sostegno finanziario per sostenere la transizione energetica per i Paesi in ritardo di sviluppo.

La location scelta ha un forte valore simbolico, che esemplifica bene le contraddizioni e i rischi della Conferenza internazionale. La città polacca è al centro di un significativo processo di conversione urbana da un’economia fondata prevalentemente sull’estrazione mineraria a un modello ecologicamente sostenibile. Allo stesso tempo Katowice e la regione dell’Alta Slesia continuano a rappresentare il centro vitale dell’industria carbonifera in un Paese, come la Polonia, la cui produzione elettrica dipende ancora per quasi l’80% dal carbone e che, insieme alla Germania, è responsabile di oltre il 50% di emissioni di CO2 a livello europeo. Lo stesso Ministro dell’Energia Tchórzewski, solo pochi giorni prima dall’apertura dei lavori di COP 24 ha ribadito, tramite un comunicato ufficiale, l’importanza strategica del combustibile fossile per il suo Paese, salvo essere smentito subito dopo dalla presidenza polacca della Conferenza.

Lungi dall’essere smentiti, al contrario, sono i nomi dei principali sponsor privati dell’evento, fra cui si trovano quelli delle tre più grandi compagnie pubbliche di estrazione del carbone, protagoniste delle lobby europee che puntualmente sono impegnate a promuovere la lorocontro-agenda’ sulla riduzione delle emissioni.

Lo scorso 27 Novembre il Ministro per l’ambiente polacco ha reso noti i partner della COP 24: si tratta delle tre principali aziende energetiche controllate dallo Stato – la JSW, la Tauron e la PGE -, insieme a primo gruppo bancario del Paese (la PKO) e al gigante delle assicurazioni PZU. Come denunciato dal Corporate Europe Observatory, i conflitti di interesse sono del tutto palesi e rivelatori dell’effettivo approccio del Governo polacco, quale principale alleato dell’industria del carbone nazionale ed europea alla Conferenza di Katowice.
La JSW, ad esempio, è la principale produttrice di carbone da coke nell’UE, altamente inquinante, mentre il gruppo PGE è la più grande compagnia energetica polacca, proprietaria della centrale a carbone di Bełchatów, la più grande in Europa, al centro di denunce e inchieste legate all’inquinamento ambientale e alle condizioni sanitarie locali. Sebbene non direttamente coinvolte nell’industria mineraria. Il gruppo bancario PKO e la compagnia assicurativa PZU annoverano fra i loro principali clienti proprio le tre compagnie pubbliche del carbone.
In quanto soggetti finanziatori della Conferenza, il cui costo complessivo si aggira attorno ai 60 milioni di euro, e direttamente collegati all’apparato governativo, i colossi polacchi del carbone potranno verosimilmente beneficiare di ampio spazio di accesso e movimento all’interno di COP 24, difendendo un punto di vista non dissimile da quello di autorevoli esponenti del Governo della Polonia -padrone di casa dell’evento- e di potenti alleati ugualmente restii a legarsi le mani con vincoli stringenti sulle emissioni, primi fra tutti gli Stati Uniti di Trump.
Un allineamento di interessi ben rappresentato dall’avvertimento lanciato dalla stessa presidenza polacca della Conferenza, che per bocca del vice-Ministro per l’ambiente Kurtyka ha messo in guardia dall’avanzare requisiti ‘irragionevoli o troppo ambiziosi’ per l’industria carbonifera.

Le grandi compagnie carbonifere della Polonia saranno così la principale portavoce dell’agenda dell’industria europea dei combustibili fossili, da sempre in prima linea per depotenziare o affossare del tutto ogni azione concreta a favore della riduzione globale di CO2 alle conferenze ONU su cambiamento climatico. Un’industria che, sebbene fortemente ridimensionata a livello europeo, continua ad avere un peso centrale, in particolare in Germania e nei Paesi dell’est Europa. L’associazione europea per il carbone e la lignite (Euracoal), ad esempio, esistente da oltre 60 anni, con un’influenza centrale nella sua storia in particolare fra gli anni ’50 e ’70, adesso è presente a Bruxelles con uno staff di soli 3 lobbisti a tempo pieno e un budget per le spese di rappresentanza dichiarato fra i 200 e 300 mila euro.
Nonostante il suo ridimensionamento, la stessa causa per una difesa dell’attuale modello energetico basato su fonti fossili è perorata da Business Europe, la maggiore voce dell’industria europea (con 30 dipendenti e 4 milioni di euro di spese per attività di lobbying dichiarate nel 2017), insieme alle grandi aziende energetiche e automobilistiche dei Paesi membri.
Legata strettamente a principali settori industriali delle potenze europee, l’industria del carbone continua quindi a godere di influenza e prestigio presso i decisori politici europei, sopperendo all’indebolimento dalla sua capacità di coordinamento tramite organizzazioni sovranazionali dedicate (come Euracoal) con una sostanziale convergenza di interessi che le consente di fatto di muoversi coerentemente nella difesa dei suoi interessi.
Una capacità di azione mostrata ampiamente in passato, a cominciare dall’accordo di Parigi della COP 21 fino all’ultima COP 23, quando le pressioni congiunte delle principali compagnie e associazioni industriali verso i rispettivi governi e la Commissione europea hanno contribuito -in accordo con le uguali spinte dell’industria americana e dei Paesi emergenti- a rinviare e sfumare la definizione di obiettivi e interventi concreti per la riduzione delle emissioni di CO2.

L’industria polacca, europea e internazionale del carbone, alleata di primo piano dei governi a capo dei Paesi maggiormente responsabili dell’inquinamento globale da gas serra, si prospetta essere così  -ancora una volta- tra le voci più influenti all’interno della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima. A fronte di una simile coalizione per il ridimensionamento e flessibilità degli impegni sottoscritti a Parigi, che vede nel Presidente statunitense e nel Governo polacco ospitante i suoi principali esponenti, le prospettive che la COP 24 possa rappresentare un passo in avanti nella transizione a un modello energetico e di sviluppo alternativo si assottigliano. Mentre la ricerca scientifica lancia l’allarme sui rischi sempre più concreti e prossimi del riscaldamento globale, gli interessi a braccetto della grande industria e di una politica miope procedono spediti, sospingendo il pianeta verso un punto di non ritorno.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore