venerdì, Ottobre 18

Coop, scopi e scoop field_506ffb1d3dbe2

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Francesco Iacovone

Il 28 ottobre 2010 Legacoop e Redattore Sociale presentarono a Roma – in un incontro dedicato alla comunicazione sociale – un dossier sul ruolo della cooperazione in questi anni di crisi (‘Dieci inchieste mai nate’). Nel dossier comparivano alcuni dati, dei quali riportiamo uno stralcio: « le persone svantaggiate stabilmente occupate nelle coop aderenti a Legacoopsociali sono circa 12mila; il 45% è costituito da disabili, il 20% da persone con dipendenze patologiche, il 18% da pazienti psichiatrici, l’8% da detenuti ed ex detenuti, il 3% da disoccupati di lunga durata, il rimanente da altre categorie di svantaggio (donne vittime di tratta e altro). Le cooperative di tipo B aderenti a Legacoopsociali sono 650 e il 30% è nel Meridione».

Una delle funzioni della cooperazione è proprio quella di impiegare persone che altrimenti rappresenterebbero un onere sociale ed economico, aprendo per loro delle opportunità di condurre una vita completa che altrimenti sarebbero impensabili. È questo il ‘sunny side’, il lato migliore della cooperazione, un settore che sostiene il tessuto sociale attraverso indispensabili azioni di sussidiarietà, spesso in forma anche volontaria, migliorando enormemente la società nella quale viviamo.

Le domande emerse nell’apertura dell’incontro del 2010, legate alla funzione delle cooperative e della mutualità, non sono ancora cambiate e riguardano il ruolo del sistema cooperativistico in questi anni di crisi: « Quanto l’esperienza, il lavoro, la competenza di duemila cooperative sociali e decine di migliaia di soci e lavoratori incontra queste tematiche? Quanto può contribuire ad approfondirle? Quanto può essere utile a pensare in positivo alle risposte possibili per il futuro? »

Questa è la parte solatia. Ma c’è anche una parte in ombra, che non riguarda nello specifico le coop sociali, ma le forme di illegalità e sfruttamento che alcune strutture hanno messo in piedi avvalendosi illecitamente delle regole che la nostra Costituzione prevede per le attività di mutuo e generale beneficio. Regole che vengono stravolte a proprio beneficio da speculatori disinvolti, che fanno affari sulla pelle della collettività.

Il lavoratore esposto a queste ingiustizie è così vittima e carnefice: vittima di chi lo sfrutta, carnefice di chi riceve la sua opera professionale non garantita, non inquadrata, non assistita da una corretta formazione e dalle infrastrutture necessarie per fare un buon lavoro. Gli scandali recenti che hanno riguardato il mondo cooperativistico raccontano di un settore in cui gli obiettivi sociali e mutualistici non sempre vengono rispettati. Settore che, profondamente investito dalla riforma del Titolo V della Costituzione con il riconoscimento del ruolo preminente della sussidiarietà -a fine anni Novanta (anche in campo culturale)- ha prodotto da un lato lo ‘spacchettamento’ dei sistemi di garanzia centralizzati assegnando competenze locali e centrali e dall’altro ha riconosciuto la possibilità che l’iniziativa della società civile organizzata potesse integrare l’azione dello stato nel campo dei beni comuni.

Abbiamo assistito, solo negli ultimi mesi, allo scandalo degli appalti a Lampedusa (con la richiesta di Legacoop Sicilia di allontanare i dirigenti di “Lampedusa Accoglienza”): un servizio del Tg2 ha recentemente portato alla revoca dell’appalto per la gestione del centro per migranti in Sicilia e alle dimissioni dell’amministratore unico Roberto Di Maria; a inchieste della Guardia di Finanza come quella che ha colpito il distretto modenese delle carni (qui l’analisi di ‘Nuovo Caporalato’); all’emergere di approfondimenti sulla situazione delle ‘lobby rosse’ evidenziata da un’analisi del ’Fatto Quotidiano’.

Lavoratori senza diritti, cittadini privati di buoni servizi, cooperative di consumo che nascondono investimenti e speculazioni finanziarie: cosa c’entra tutto questo con la cooperazione sociale? Francesco Iacovone, dell’Esecutivo Nazionale USB Lavoro Privato, ha risposto ad alcune domande sull’incontro che si è svolto l’8 gennaio presso la Camera dei Deputati tra USB e la deputata Gessica Rostellato, rappresentante M5S in commissione Lavoro. USB ha una rappresentatività attorno al 15% nel ‘sistema cooperative’ e ha approfondito, nel corso dell’incontro, la condizione dei lavoratori del sistema cooperativistico. Secondo USB il settore è progressivamente degenerato perdendo la sua originaria « funzione di solidarietà e mutualità » e integrandosi invece nella logica del mercato e del profitto. Una logica implacabile, che non concede sconti e che apre spazi a illeciti e ingiustizie nella gestione della forza lavoro. La gestione distorta del sistema cooperativistico colpisce soprattutto «i dipendenti, sottoposti a lavoro in nero, precariato diffuso e assenza di sicurezza, ma anche i cittadini, a cui vengono restituiti servizi di pessima qualità».

 

Iacovone, qual è stato lo spunto per richiedere l’incontro con Rostellato?

Non si può generalizzare troppo, parliamo di un mondo articolato e complesso, ma quella di pensare a un’indagine approfondita sulle condizioni lavorative dei dipendenti / collaboratori delle cooperative ci è sembrata un’ottima idea. 

La forma dell’impresa cooperativa prevede due fattispecie di prestazioni professionali: soci lavoratori e dipendenti. In caso di vertenze o contenzioso, la figura di socio prevale su quella di lavoratore. In parole povere, anche qualora si verifichi lo sfruttamento del socio-lavoratore da parte della cooperativa, la legge prevede la necessità di difendersi attraverso una causa civile, con tempi, costi e possibilità di successo ovviamente molto limitate. Abbiamo affrontato, con la deputata Rostellato, la questione della necessità di conoscere meglio il settore e identificare modalità per verificare la corrispondenza della missione associativa con le azioni effettivamente realizzate, con la qualità di tali azioni in termini di servizi e sussidiarietà, con il rispetto delle regole contrattuali e formali e contributive, con un criterio di controllo pubblico in un ambito che riguarda la sfera del pubblico interesse e oggi è affidato a logiche di lobby e potentati.

Quali sono, nella vostra esperienza, i settori cooperativi maggiormente colpiti da illeciti?

In particolare abbiamo informazioni da chi si occupa di logistica o di sanità, cooperative che -dunque- trattano il trasporto delle merci su gomma e la loro distribuzione o i servizi di assistenza in appalto e la riabilitazione. Questo non significa che il dato sia esaustivo, né completo, ma abbiamo impiegato le informazioni in nostro possesso e le richieste di assistenza sindacale che ci venivano soprattutto da quei settori per guardare al problema nel suo complesso.

Ci può dare maggiori informazioni sul ‘problema’?

Procederò per flash: il socio, per esempio, dovrebbe partecipare alle assemblee sociali e agli utili. Basta una verifica a campione per vedere come ciò non accada quasi mai. Risulta dunque intuibile che forme di impiego con qualifiche di quel tipo possano celare rapporti di dipendenza, in parte o del tutto ‘in nero’. Una recente indagine della Guardia di Finanza a Modena e due articoli del ‘Fatto Quotidiano’ hanno portato alla luce da un lato la condizione di vera e propria schiavitù subita dai lavoratori e dall’altro il fatto che il denaro raccolto con le quote associative viene spesso reinvestito in borsa o in operazioni finanziarie che non hanno nulla a che vedere con l’originale scopo sociale.

Il caso delle cooperative di facchinaggio a Piacenza è emblematico e gravissimo. Tre società pagavano in nero i dipendenti, molti dei quali stranieri, facendo forza sulla loro impossibilità a difendersi e lucrando pesantemente sul loro lavoro.

Una condizione aberrante, ma non è nuova…

Entriamo in un altro ambito, quello delle forme contrattuali presenti: si tratta spesso di contratti nazionali come quello di UNCI, che deroga alla norma nazionale proponendo contratti molto al di sotto dei compensi previsti dai CCNL in vigore (-20% in media) e condizioni di tutela assolutamente inaccettabili, come la possibilità di regolamentare le assunzioni a tariffe più basse, senza la copertura in caso di malattia, con orari di lavoro più lunghi e decurtazioni del salario con la scusa della crisi. Questi modelli contrattuali sono in vigore da decenni (almeno dal 1990).

Cosa avete chiesto alla deputata Rostellato?

Anzitutto che fosse ipotizzato il divieto per legge di andare in deroga ai minimi nazionali di settore. Per esser chiari: se affido a una cooperativa una parte dei servizi infermieristici in un ospedale, i dipendenti della ‘mia’ cooperativa dovranno essere retribuiti quanto quelli pubblici. Questo permette da un lato di misurarsi anche con le grandi coop, i ‘potentati politici’ rossi, bianchi o di qualunque altra colorazione che hanno gestito il settore per decenni. Si tratta di determinare anzitutto un sistema di regole condivise, che evitino la distorsione delle regole della concorrenza e del mercato, dall’altro lato di evitare che servizi molto scadenti e situazioni contrattuali distorte possano nuocere al cittadino destinatario. Altro punto del quale abbiamo parlato (la prossima settimana puntualizzeremo meglio con un altro incontro) è l’autocertificazione dello status della situazione patrimoniale e del DURC. Attualmente le cooperative si ‘autocertificano’, noi chiediamo il controllo statale su queste partite economico-finanziario e sulla correttezza della gestione e la concessione pubblica dello status di cooperativa. Si tratta di aggiungere ai parametri presenti (fiscalità e scopo sociale regolari) anche una certificazione del fatto che non si sfruttano i lavoratori e i servizi sono di qualità. In caso di mancata osservanza di queste regole, lo status di cooperativa e le sue agevolazioni dovrebbero essere revocati e l’organizzazione rientrare in una situazione d’impresa a fiscalità normale.

Ci può fare qualche esempio di vertenze da voi curate in questo settore?

Io mi occupo della GdO ma il collega del settore logistica ha seguito una vertenza che ha visto il compenso mensile di un gruppo di autisti di camion passare da 900 a 1800 euro attraverso un’azione collettiva che ha anche visto il blocco del magazzino. Parliamo sempre di lavoratori privati dei loro diritti, che subiscono profonde ingiustizie. Un altro caso grave? Quello della sanità. Abbiamo ad esempio lavoratori che hanno conseguito il titolo di infermiere e nei fatti svolgono quelle mansioni, ma vengono inquadrati e retribuiti come pulitori.

Il settore è notevolmente ampio, immaginiamo che abbiate in mente una ricognizione della situazione. Anche di questo avete parlato con Rostellato?

La discussione è ancora in atto, la prossima settimana avremo risposte ufficiali da diffondere. Senza dubbio stiamo parlando di un settore –quello della cooperazione- poco studiato e approfondito, nato per sopperire a un’esigenza di giustizia sociale e nel quale è particolarmente ingiusto osservare certe forme di sfruttamento dei lavoratori.

 

Una dichiarazione di Graziano Pasqual, di Legacoop, già nel 2005 indicava questi problemi, segnalando che nel settore ‘cooperative e mutue’ i contratti valevano fino al -35% rispetto alla media nazionale. «Uno strumento di dumping sociale, lesivo dei trattamenti dei lavoratori e potenzialmente non rispettoso dei requisiti stabiliti dall’art. 36 della Costituzione, utilizzato da pseudo-cooperative per esercitare una concorrenza sleale, a scapito dei diritti dei lavoratori e della qualità dei servizi offerti». La situazione è grave «anche per il proliferare di contratti con analoghe caratteristiche che l’Unci sta siglando in altri settori di attività, come la pesca e le pulizie, in quanto determina conseguenze pesanti: situazioni di concorrenza sleale da parte delle cooperative che li utilizzano per remunerare la propria forza lavoro (soci lavoratori e dipendenti), che si accentuano in settori, come quello delle cooperative sociali, dove è frequente la partecipazione a gare di appalto pubbliche spesso caratterizzate dal ricorso al sistema del massimo ribasso; evidenti disparità di trattamento, a parità di mansioni svolte, dei lavoratori assoggettati a questi contratti rispetto ai lavoratori delle imprese che applicano i contratti collettivi ‘regolari’»

Vittime e carnefici: lavoratori che sono vittima di sfruttamento -se non di schiavitù- diventano a loro volta carnefici di destinatari colpiti dalla scarsa qualità dei servizi e dal disordine in un settore, quello della cooperazione sociale, che certamente dovrà vivere alcune innovazioni nei prossimi anni.

 

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