giovedì, Aprile 25

Contro il terrorismo e la radicalizzazione: prevenzione, tecnologia e collaborazione Festival della Diplomazia: gli strumenti per affrontare l’emergenza secondo Giovanni Soccodato di Leonardo

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Radicalizzazione e terrorismo all’evento di questa mattina del Festival della Diplomazia 2017; un dibattito proposto per evidenziare l’importanza di considerare l’emergenza terrore come una ‘sfida comune’. Tra i numerosi interventi, quello di Beatrice Covassi, Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, di Andrea Manciulli, Presidente della Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO, di Arturo Varvelli, ricercatore presso l’ISPI e del Direttore Strategie e M&A di Leonardo, Giovanni Soccodato.

Quello che ci troviamo ad affrontare è un fenomeno complesso e, per questo, occorre fronteggiarlo considerando tutte le sue componenti. Allo stesso modo, bisogna fare attenzione quando si parla di controterrorismo: «quando parliamo di contro-radicalizzazione dobbiamo per forza parlare di radicalizzazione e del quadro internazionale perché le due cose sono legate», ha evidenziato Varvelli. «Questi fenomeni avvengono all’interno di un contesto internazionale che muta continuamente e che ha prodotto, ad esempio, lo Stato Islamico». Parlare di contro-terrorismo, quindi, vuol dire parlare di due fatti correlati: «contrastare il fenomeno (l’ISIS adesso ma anche Al Qaeda), e allo stesso tempo, contrastare le cause profonde che portano a questa radicalizzazione ed al revival dell’ideologia jihadista che ha caratterizzato gli ultimi 3 o 4 anni del contesto internazionale», ha continuato Varvelli.

Quando si considera la minaccia ISIS, oggi, si parla soprattutto della sua perdita di territorio, specie dopo la recente presa della storica roccaforte Raqqa. Le fonti sono diverse, ma come riportato, le percentuali parlano di una perdita che oscilla dal 78 fino al 90%. Questo ci pone sicuramente diversi interrogativi, primo tra i tanti, quello proprio sulla fine del Califfato territoriale; cosa succederà? «A cambiare dovrà essere la narrativa del Califfato», ha spiegato Varvelli. Un cambiamento probabile che riguarderà proprio quella narrativa su cui l’IS ha basato la propria forza, con la quale ha raccontato il proprio Stato «come una sorta di terra promessa», attirando a sé numerosi combattenti affascinati e convinti. «E così i simpatizzanti si sono trasformati in militanti. Ecco, la narrazione potrà essere quella del Califfato che fu ripercorrendo i momenti difficili del mondo islamico nella storia». L’ISIS è una strumentalizzazione ed, in quanto tale, non potrebbe continuare ad incentrarsi sulla questione territorio. L’altra domanda che ci si pone è quella relativa ciò che diventerà fisicamente lo Stato Islamico; «è molto probabile che questo possa portare ad un fenomeno di dispersione dei combattenti e che, quindi, si trasformerà in qualcosa di più simile al terrorismo urbano, alla guerriglia, cosa che tra l’altro il Califfato conosce bene. C’è anche l’altra opzione della dislocazione dei combattenti, ma la vedo poco probabile».

Ma focalizzare l’attenzione soltanto sull’elemento territoriale, potrebbe essere un errore. La complessità del fenomeno e la concatenazione dei suoi elementi, ci costringe ad aprire gli occhi anche su tutte le sue ramificazioni. Certamente, è più facile parlare di quello che accade nei nostri confini occidentali; peccato, però, che questo è un fenomeno che ha diversi scenari e radici profonde che bisogna sforzarsi di comprendere. Ad esempio, si dovrebbe partire da ciò che c’è sotto la nascita del jihadismo. «Una delle cause sono stati sicuramente i regimi autocratici che non permettevano nessuna forma di opposizione, se non una forma di opposizione clandestina e, quindi, l’organizzazione terroristica», ha continuato Varvelli. Ma se parliamo di cause, dobbiamo anche parlare di Occidente e di marginalizzazione. Sono tutti fattori che si sommano e che hanno portato a quello che oggi temiamo.

L’altra questione con cui dobbiamo fare i conti è quella dei ‘Foreign Fighters’. I dati ci parlano di tante unità; pochi sarebbero quelli legati all’Italia (probabilmente un centinaio), comunque, in numero nettamente inferiore rispetto a quello di altri Paesi come Francia o Regno Unito. In tal proposito, gli interrogativi che aleggiano nelle nostre menti sono sempre gli stesso: torneranno in Europa o nei loro Paesi? Faranno attentati? Certo è che hanno già dimostrato questa capacità. Secondo gli ultimi dati dell’Aprile di quest’anno, i ritorni in patria sarebbero stati del 30%. «Se ci chiediamo quanti di essi sono realmente pericolosi, dobbiamo allora riferirci ad una statistica che raccolse dati dal 1990 al 2010: circa il 10% fece attentati», ha riportato Varvelli. Percentuale che sembra bassa, sì, ma è pur vero che ne bastano pochi, a volte uno solo, per fare una strage.

L’essenza del terrorismo nella veste in cui lo conosciamo, però, ci mette di fronte anche alla questione dei simpatizzanti. «E’ un problema nuovo; sono giovani, tra i 15 ed i 20 anni», ha sottolineato Andrea Manciulli. «I simpatizzanti si sono trasformati in combattenti lasciando tracce invisibili. Il fenomeno dei simpatizzanti rende inefficace lo strumento repressivo se non c’è anche uno strumento preventivo. Abbiamo deciso, così, di cercare di produrre una legge che facesse nascere un embrione di prevenzione».

Ma, quindi, come agire?

I due pilastri fondamentali se parliamo di antiterrorismo sono la tecnologia e la policy. In questa direzione, l’intervento di Giovanni Soccodato, Direttore Strategie e M&A di Leonardo. «L’Italia oggi è al centro di due criticità: l’emergenza terrorismo e l’aumento dei flussi migratori; entrambi creano instabilità». Ecco che allora subentra la necessità di una gestione adeguata del problema. Come? Ad esempio, con il controllo delle frontiere in uscita e in entrata. «Possiamo usufruire di diverse soluzioni tecnologiche; la cosa importante è la capacità di identificare le situazioni che si vanno a tracciare. Per questo abbiamo sistemi di osservazione che vanno dall’osservazione molto da lontano, da satelliti, con tutti i sistemi ottici, radar che consentono di identificare passaggi poco frequenti e raccogliere informazioni su persone che poi si possono andare a controllare, e poi velivoli ed elicotteri. Non dimentichiamo che, spesso, abbiamo a che fare con territori disagiati, aree desertiche dove non è possibile mettere del personale. Si possono, però, mettere elementi di sorveglianza radar che identificano le persone da controllare e possono poi indirizzare un intervento mirato».

«Stessa cosa per quanto riguarda i sistemi marittimi, ci sono sistemi di sorveglianza che consentono di controllare lo spazio marittimo e che consentono di capire quando c’è una minaccia». «In Italia, in proposito, abbiamo una rete di sorveglianza delle aree costiere che integra tutti i sistemi in dotazione della Marina Militare, della Guarda Costiera e della Guardia di Finanza; vengono raccolte tutte le informazioni in un centro di raccolta tramite il quale si riesce a sapere in tempo reale tutto ciò che accade nelle acque limitrofe a quelle italiane. Questa è la capacità di raccogliere informazioni, raccogliere e capire come agire, ad esempio, si possono mandare degli elicotteri che così non devono fare sorveglianza in un’area troppo grande ma in un’area mirata. Stessa cosa per il sistema satellitare che abbiamo, un sistema altamente sofisticato che ci consente, guardando le differenze tra un’immagine a l’altra, di andare ad identificare e tracciare i movimenti», ha spiegato Soccodato. «Altre soluzioni possono essere, invece, quelle utilizzate per il flusso dei migranti, una sorta di controllo di frontiera che li identifica in maniera certa in modo da poterli tracciare. Alcune di queste soluzioni le abbiamo già messe in piedi e sono già state utilizzate dalla stessa Unione Europea».

La tecnologia, insomma, è ciò di cui abbiamo bisogno; è lo strumento che ci consente di intervenire in maniera più precisa e più rapida attraverso il monitoraggio e l’intervento mirato. «Bisognerebbe riuscire a monitorare anche le attività sul web, essenziale per l’organizzazione degli stessi gruppi terroristici», ha evidenziato Soccodato focalizzandosi sulla cyber intelligence. «La frontiera della cyber-sicurezza è l’ultima frontiera di cui, finora, siamo stati poco consapevoli», ha precisato Beatrice Covassi, Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. «Dobbiamo fare rete su questo, abbiamo bisogno di un’Agenzia di cyber security ancora più forte».

Ma è necessario che si intervenga anche sul piano politico per armonizzare la regolamentazione e l’uso di questi preziosi strumenti. L’imperativo? Creare una nuova logica che consenta di avere una visione a 360 gradi del problema. Una logica di intervento diversa che sia condivisa da tutti i Paesi e che prevenga e non solo reprima il fenomeno terroristico; che si imponga di coglierne le sfumature e si preoccupi di debellarne le cause profonde e non solo quelle superficiali. Una logica che sia capace di pensare ai giusti strumenti a breve, ma anche a lungo termine. Solo così possiamo pensare di sconfiggere il grande mostro.

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