martedì, Luglio 14

Contro il jihadismo che brucia in Africa, che fare? Il jihadismo ha dimostrato la sua capacità di infettare l’intera Africa, a partire dal Burkina Faso; c’è chi non crede alle operazioni militari su larga scala; la Francia e l’Europa si chiedono se e come intervenire in Sahel

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Una settimana di fuoco quella appena trascorsa. Mentre l’Europa era distratta dalle luci del Natale, in Africa succedeva esattamente quanto previsto:il jihadismo ha dimostrato la sua capacità di infettare l’intera Africa, a partire dal Burkina  Faso, vittima dell’instabilità che affligge la regione africana del Sahel.
Le condizioni che fanno del Burkina Faso untrampolino di lancio per operazioni che possono infettare l’intera Africa Occidentale e non solo,con attacchi che potrebbero minacciare la stabilità di interi Stati, tesi sostenuta in un report dell’autorevole Crisis Group, lo abbiamo spiegato proprio all’inizio della settimana terribile per il Continente.

Il 23 dicembre in Mali, un uomo ha perso la vita e altri quattro sono stati feriti nel villaggio di Diangassabou, nell’area di Bandiagara della regione Mopti. Secondo il sito d’informazione ‘Maliactu‘, gli autori dell’agguato sarebbero stati ‘terroristi’ non meglio identificati.
Il
25 dicembre, in Burkina Faso, 35 civili, la maggior parte donne, e 7 soldati sono morti in un attacco contro un campo militare. Attacco rivendicato dallo Stato islamico nell’Africa occidentale (Iswap).
In
Niger tra Natale e Santo Stefano 14 militari sono stati uccisi da‘terroristi pesantemente armati’ in un’imboscata al loro convoglio nella regione occidentale di Tillaberi.
Il 28 dicembre è stata la volta della Somalia, con 100 morti e decine di feriti in un attentato messo a segno a Mogadiscio, con un’autobomba. Attentato non rivendicato ma che pare porti la firma di Al Shabaab, organizzazione terroristica legata ad Al Qaeda potentissima nel Paese, soprattutto nella zona di Mogadiscio. Oggi si è diffusa la notizia che l’attentato sarebbe stato pianificato da un Paese straniero. A sostenerlo è l’Agenzia di sicurezza e intelligence somala (Nisa) in un tweet, nel quale ha reso noto di aver «presentato alle autorità una relazione preliminare che indica che il massacro del popolo somalo a Mogadiscio il 28 dicembre scorso è stato pianificato da un paese straniero». La Nisa fa sapere poi che le indagini continuano e ci sarà una collaborazione con alcune agenzie di intelligence straniere.

Oggi, insomma, secondo gli analisti, la jihad più pericolosa è in Africa e ha le potenzialità per incendiare il continente.


Attacchi jihadisti hanno regolarmente colpito la scorsa estate e nell’autunno i Paesi del Sahel, in particolare Mali e Burkina Faso, i due Paesi tra i quali si è andato affermando il gruppo vicino all’Isis, Ansarul Islam. Nella zona operano anche altri gruppi di. ribelli jihadisti, per altro alcuni gruppi sono attivi anche in Mozambico, soprattutto nella provincia di Cabo Delgado, dove questigruppi si finanziano in buona parte con il contrabbando di avorio, rubini e legno pregiato. Negli ultimi due anni gruppi vicini all’Isis, come Ahlu Sunnah Wa-Jama (al-Sunnah), hanno ucciso sia civili che contractor russi inviati da Mosca in seguito alla richiesta di aiuto del governo di Maputo.

Il Pentagono sta valutando il ritiro delle truppe Usa dall’Africa occidentale. Il piano rientrerebbenella revisione del dispiegamento di tutti i militari americani all’estero, circa 200.000 uomini. Per quanto riguarda il comando in Africa, gli Usa dovrebbero ritirarsi dalla base dei droni in Niger, rinunciare al supporto ai militari francesi che combattono in Mali, Niger e Burkina Faso. Gli Usa hanno attualmente tra 6.000 e 7.000 militari in Africa, soprattutto nella regione sub-sahariana e nel Corno d’Africa.

In questo scenario, alla domanda sul che fare, c’è una responsabilità che travalica il Burkina, secondo Crisis Group. La Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), sta facendo pressioni per operazioni militari su larga scala in risposta. E ciò mentre il Pentagono,appunto, sta valutando il ritiro delle truppe Usa dall’Africa occidentale.

Secondo Crisis Group, le operazioni che ECOWAS sta meditando potrebbero essere la risposta sbagliata, che tra l’altro potrebbero aggravare le tensioni tra i gruppi etnici nelle aree vulnerabili. Gli Stati costieri dovrebbero, invece, adottare misure meno costose e probabilmente più efficaci: migliore raccolta e condivisione di informazioni, migliori controlli alle frontiere, arresti mirati e miglioramento nei rapporti con le popolazioni nelle aree settentrionali trascurate. L’ECOWAS dovrebbe, inoltre, adottare misure per ridurre al minimo i rischi derivanti dalle elezioni in diversi Stati costieri, crisi che potrebbero distrarre dagli sforzi per frenare i jihadisti.

Uno dei motivi della fragilità della regione risiede nell’incapacità degli Stati di lavorare insieme contro minacce comuni. Hanno lottato separatamente per sviluppare una risposta alla minaccia jihadista. La creazione di diverse strutture hanno determinato sovrapposizioni che hanno disperso gli sforzi. L’ECOWAS sta ora tentando di coordinare, imporre un certo ordine e organizzare operazioni militari congiunte tra i suoi Stati membri. Ma l’area manca di leadership e del miliardo di dollari che richiedono operazioni congiunte e che ECOWAS si augura possano essere forniti dagli stessi Stati dell’Africa occidentale, possibilità remota secondo gli analisti, date le difficoltà economiche che tali Stati devono affrontare. C’è un’opzione migliore e meno costosa, secondo Crisis Group. Invece di intensificare le operazioni militari, gli Stati costieri dovrebbero concentrarsi sulla condivisione dell’intelligence e sul rafforzamento dei controlli alle frontiere. Dovrebbero fare uno sforzo supplementare per riconquistare la fiducia delle popolazioni locali per rallentare l’infiltrazione jihadista nelle loro regioni settentrionali. Data la natura della minaccia oggi, le autorità della regione dovrebbero concentrarsi su missioni mirate basate su informazioni affidabili, piuttosto che su operazioni su larga scala che potrebbero mettere a rischio i civili, in particolare tra le popolazioni accusate di essere vicine ai jihadisti. E’ poi necessario che ECOWAS e i suoi partner stranieri, in particolare l’UE e la Francia in primis, intensificano gli sforzi diplomatici per evitare crisi elettorali che potrebbero diventare violente.

Il 2020, fanno notare gli analisti di ‘AFP’, per l’Africa, almeno per una sua parte consistente, sarà un anno particolarmente difficile e decisivo: è in gioco il futuro di alcune aree strategiche. Quella dello Sahel è piombata nel caos -per non parlare delrischio concreto che a sud della Libia nasca un Califfato nero.
La Francia sembra in prima linea. C’è da registrare la mossa a sorpresa della Francia, che ha ribaltato il tavolo in quest’area, con la visita pre-natalizia di Emmanuel Macron in Costa d’Avorio.
L’attenzione è dunque massima in Sahel, soprattutto da parte delle potenze mondiali che seguono quanto sta succedendo. Le operazioni militari, in particolare quelle della Francia, sembrano non avere il successo sperato. Ma nessuna, di fatto, ha successo, e di qui le considerazioni di Crisis Group che mirano su altre linee operative. Si parla di una marcia indietro della Francia, mentre gli Stati Uniti hanno già incominciato il loro disimpegno. L’annuncio è arrivato durante l’ultimo vertice della Nato. È tempo che aleggia nei corridoi dei palazzi del potere: occorre un impegno più fattivo degli altri attori in gioco, cioè i Paesi del G5 Sahel -Mali, Niger, Ciad, Mauritania, Burkina Faso- chenon sembra esserci. Macron, infatti, ha convocato un vertice dei Paesi dell’area ed è stato molto chiaro: «Mi aspetto che chiariscano e formalizzino la loro richiesta alla Francia e alla comunità internazionale. Vogliono che siamo lì? Hanno bisogno di noi? Voglio risposte chiare e decise a queste domande». Macron è consapevole del crescente sentimento anti francese che si registra nella regione. La Francia, tuttavia, sa cosa mettere sul piatto. I paesi dell’area forse no.
Attualmente Parigi ha sul terreno 4500 uomini, 260 veicoli pesanti, 360 veicoli logistici, 210 veicoli blindati leggeri. Dispone di un appoggio aereo di sette Mirage 2000, di una decina di aerei di trasporto tattico e strategico e di tre droni. Questa forza, secondo Macron, è particolarmente gravosa in termini economici, è anche molto rischiosa e mette in pericolo molte vite umane. Parigi guida la missione da cinque anni e ora chiede più impegno alla comunità internazionale e ai Paesi dell’area.
Il capo di stato maggiore francese, il generale Francois Lecointre, ha spiegato che il futuro della regione del Sahel si basa su ciò che accadrà nel prossimo anno. E cioè, se fosse permesso al caos di mettere radici, l’Isis andrebbe a insediarsi nel vuoto che si andrebbe a creare. Un allarme preciso e circostanziato.

«In Sahel ci sono interessi convergenti, anche se a volte vogliono essere presentati come contrastanti, di Italia, Francia e Germania. Una partecipazione attiva, concordata e coordinata con la Francia e la Germania può costituire una prima prova seria di un impegno europeo», ha affermato scorsa settimana Vincenzo Camporini, ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare e della Difesa.Rafforzare l’impegno italiano nel contesto di un rafforzamento dell’impegno UE in Sahel potrebbe essere valutato dall’Italia. «Un impegno targato Europa anche se condotto da Stati membri che però possono agire non come singoli Stati ma come cooperazione permanente seria», ha conclusoCamporini.

Insomma, il 2020 potrebbe essere un anno decisivo per il futuro dell’area, e ancora non è chiaro quali strategie e quali Paesi saranno in campo.

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