domenica, Agosto 25

Continui spargimenti di sangue

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Giovedì 29 gennaio lo Stato Maggiore delle Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC) ha annunciato un’inaspettata offensiva militare contro il gruppo terroristico ruandese Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda (FDLR). A comunicarlo ai media internazionali è stato il Generale Lèon Kasonga, porta parola dell’esercito. Due divisioni di fanteria e una divisione corazzata hanno iniziato l’offensiva nel distretto di Beni, Nord Kivu. Dal giugno 2014 il distretto di Beni è teatro di violenti attacchi contro la popolazione civile attuati dal gruppo terroristico islamico ugandese Alleanza delle Forze Democratiche (ADF) e da altri gruppi guerriglieri. Il bilancio è pesante. Si parla di oltre 1500 morti tra la popolazione civile e circa 200.000 sfollati. I vari gruppi ribelli si sono infiltrati anche nella città causando morte e devastazione.

Fino ad ora la risposta del governo di Kinshasa è stata debole. Nessuna offensiva di rilievo è stata lanciata in tutti questi mesi generando rabbia e proteste della popolazione che accusa il presidente Joseph Kabila di non difendere i civili. La decisione del governo di Kinshasa di lanciare un’offensiva contro le FDLR potrebbe essere interpretata come un atto di buona volontà e di collaborazione per risolvere un problema di sicurezza regionale che dura dal 1994, quando l’esercito e le milizie genocidarie ruandesi sconfitte dal Fronte Patriottico Ruandese, guidato dell’attuale presidente Paul Kagame, si rifugiarono nel Congo (all’epoca Zaire) dopo aver ucciso un milione di civili ruandesi. L’offensiva militare sembra esaudire le stressanti richieste dell’Unione Africana, Consiglio di Sicurezza ONU, Stati Uniti, Unione Europea. Rappresenterebbe anche la risposta politica all’offerta di pace lanciata dal presidente ruandese una settimana fa quando ufficialmente ha annunciato che il suo paese abbandona in modo definitivo ogni proposito di invadere il Congo per distruggere le FDLR.

L’attacco al gruppo terroristico era stato promesso anche dalla Missione ONU di pace in Congo: MONUSCO a seguito del fallimento del disarmo volontario offerto dal Consiglio di Sicurezza ai genocidari ruandesi.  L’offensiva militare racchiude però seri dubbi di efficacia. Il primo constato è che la Brigata di Intervento Africana (composta dagli eserciti di Malawi, Sud Africa e Tanzania) e i caschi blu ONU non partecipano all’offensiva militare. La conferma è arrivata dal responsabile della MONUSCO: Martin Kobler, accusato a più riprese di attuare una politica accondiscendente e complice verso le FDLR in sintonia con i piani geo-strategici nutriti dalla politica estera francese. Kobler si è limitato ad assicurare un generico sostegno all’esercito congolese in caso di necessità. Il Generale Lèon Kasonga nell’annunciare l’offensiva ha dichiarato che l’obiettivo dell’esercito regolare non è solo l’annientamento  delle FDLR ma anche di altri non ben identificati gruppi armati che infestano il distretto di Beni.

Mentre i governi di Kigali e Kampala si riservano di pronunciarsi in merito, seri dubbi vengono espressi all’interno delle Nazioni Unite. Un alto funzionario ONU ha condiviso col mensile francese Jeune Afrique tutte le sue perplessità verso l’offensiva militare. «L’offensiva non è matura. Per una operazione militare di tale portata occorre una preparazione meticolosa e il sostegno tecnico, logistico e militare della MONUSCO al fine di garantire una possibilità di successo». La stessa Jeune Afrique, autorevole rivista specializzata sull’Africa dichiara che la momento nulla permette di affermare che l’operazione militare lanciata dal governo congolese contro le FDLR possa ottenere seri risultati.

Secondo il professore di scienze politiche Dieudonnè Kambale recentemente intervistato da L’Indro, l’offensiva sarebbe un grezzo atto di propaganda attuata dal regime dittatoriale di Kabila. “Innanzitutto si deve comprendere che nel distretto di Beni non vi è stata mai segnalata una presenza significativa delle FDLR. Il territorio è normalmente sotto controllo di alcuni gruppi armati congolesi: Mai Mai e sporadicamente del gruppo terroristico islamico ugandese ADF. Le FLDR sono normalmente stanziate nel Sud Kivu,  nelle zone nord ovest confinanti con il distretto di Lubero, Butembo e nel Parco di Virunga. Questo pone seri dubbi che la FARDC stia veramente ingaggiando combattimenti contro il gruppo terroristico ruandese. Dubbi rafforzati dalla mancata volontà del generale Kasongo di fornire i dettagli dell’offensiva declinando una richiesta ufficiale pervenuta dal mensile Jeune Afrique.

Non si ha  notizia di un attacco al contingente FDLR che si trova nei pressi di Kisangani. Circa 1.500 uomini, trasportati nel capoluogo della Provincia Orientale  dallo stesso governo congolese durante i mesi di settembre ed ottobre del 2014, nonostante le vive proteste della popolazione. Questi 1.500 uomini sono raggruppati in campi militari autonomi e detengono intatto il loro armamento. Nessuna notizia giunge di un simultaneo attacco alle postazioni FDLR tenute nel Sud Kivu, nelle zone del Masisi, nord Kivu e nel parco di Virunga. Difficile comprendere che lo Stato Maggiore abbia deciso di concentrare le sue forze proprio nella zona in cui la presenza delle FDLR è irrilevante, ignorando le note località dove sono concentrate la maggioranza dei terroristi. A questo occorre aggiungere che il più importante contingente delle FDLR (circa 8.000 uomini) si trova al sicuro in Burundi protetto dal governo del presidente Pierre Nkurunziza.

Anche la scelta di utilizzare normali divisioni di fanteria, mal addestrate ed equipaggiate al posto delle truppe speciali del Katanga e della Guardia Repubblicana, lascia molto perplessi. A mio parere l’offensiva militare rappresenta una grezza propaganda voluta da un governo in difficoltà e in bilico per far fronte alle critiche della comunità internazionale e per creare un diversivo che possa allentare le tensioni contro la popolazione e l’attuale fase pre-rivoluzionaria presente nel paese. Questo spiegherebbe il mancato supporto del Sud Africa e dei caschi blu ONU in generale”. Le difficoltà interne al regime dittatoriale congolese accennate dal professore Kambale sono state recentemente confermate dall’agenzia stampa Reuters. Il 28 gennaio scorso la Reuters ha pubblicato la notizia che la maggioranza governativa sta soffrendo gravi defezioni compresa quella del governatore del Katanga (la provincia natale del presidente): Jean Claude Muyambo. Il governatore ha ritirato il supporto  della sua formazione politica:  Partito Popolare per la Ricostruzione e la Democrazia uscendo dalla coalizione di governo. Il suo atto ha provocato gli arresti immediati con l’accusa di alto tradimento.

Secondo il professore di scienze politiche e docente presso l’Università di Kinshasa: Philippe Biyoya, il regime di Kabila soffre di forti divisioni e scontri intestini. All’interno della coalizione governativa si starebbe sviluppando una serie opposizione alla candidatura del presidente Kabila. Opposizione attuata da vari membri della vecchia guardia mobutista che lo mise al potere nel gennaio 2001 e motivata dal timore di affondare assieme al presidente dinnanzi ad una probabile rivolta popolare in caso di vittoria elettorale di Kabila nelle presidenziali del 2016. Data tutta da confermare in quanto rimane ferma la volontà del governo di Kabila di non rispettare il calendario elettorale nonostante le richieste dei partiti di opposizione e della comunità internazionale.

Pascal Kambale, ex direttore del Open Society Initiative for Southern Africa (un autorevole istituto di analisi politiche sulle regioni del Centro e Sud del Continente) afferma alla Reuters che le recenti proteste popolari, che potrebbero sfociare in aperta ed estesa ribellione, non avvantaggerebbero l’opposizione vista dalla maggioranza della popolazione come frammentata e basata su logiche etniche e regionali. “Al momento non credo che vi sia un massiccio supporto popolare rivolto ad un determinato leader dell’opposizione. Sono più disposto a pensare che l’attuale ribellione popolare sia diretta contro il presidente Kabila. Non è da escludere che la maggioranza di governo possa ottenere nuovamente un pieno supporto popolare riuscendo a mantenersi al potere nel caso che deponesse Kabila presentando un altro candidato alle presidenziali”.

 

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