lunedì, Gennaio 21

Continua il confronto tra Casa Bianca e Federal Reserve Il presidente sempre più irritato dalla politica condotta dalla Banca Centrale

0

La scorsa settimana, Jerome Powell si è recato per la prima volta al prestigioso simposio economico di Jackson Hole, Wyoming, in qualità di presidente della Federal Reserve. Dopo esser stato ricevuto calorosamente da alcuni tra i più autorevoli economisti al mondo recatisi in loco per intervenire alle discussioni previste dal programma della conferenza, Powell ha ribadito la propria intenzione di procedere a una graduale ‘normalizzazione’ della politica monetaria a suon di progressivi rialzi del tasso di interesse concepiti per permettere all’economia statunitense di continuare la ripresa senza pericolosi surriscaldamenti. Gli operatori finanziari hanno accolto con grande favore il suo discorso, inanellando acquisti in quantità tale da permettere all’indice Standard & Poor’s 500 di registrare un nuovo record annuale – il primo dallo scorso gennaio.

Nello specifico, il presidente della Federal Reserve ha osservato che la sua politica si propone come sempre di centrare gli obiettivi di crescita, occupazione e mantenimento dell’inflazione a un livello del 2%. A suo dire, l’economia statunitense ha conseguito una crescita ormai consolidata ma la Banca Centrale si trova ad affrontare il delicatissimo compito di scongiurare due errori commessi in passato da alcuni suoi predecessori. Paul Volcker, presidente dal 1979 al 1987, decretò una serie di rialzi vertiginosi che richiamarono centinaia di miliardi di dollari da tutto il mondo necessari a finanziare il programma di riarmo varato da Ronald Reagan e incentrare la crescita economica statunitense sul settore finanziario, ma che finirono per strangolare l’economia reale innescando quel processo di delocalizzazione degli impianti produttivi nei Paesi a basso salario che Donald Trump indica oggi come uno dei principali mali subiti dagli Stati Uniti nei passati quarant’anni. Allo stesso tempo, l’afflusso di denaro sonante verso gli Stati Uniti dissanguò le economie emergenti – sudamericane e africane in primis – costringendole ad elevare a propria volta i tassi di interesse per mitigare la fuga di capitali in atto e condannandole così a una crisi del debito i cui effetti si avvertono ancora oggi. Alan Greenspan, successore di Volcker, mantenne invece un’ostinata politica monetaria incentrata su bassi tassi di interesse resasi corresponsabile dapprima dell’aumento vertiginoso dell’indice Nasdaq (l’inflazione, negli Usa, tende quasi sempre a realizzarsi sui listini azionari) e successivamente del rigonfiamento della gigantesca bolla immobiliare. In entrambi i casi, l’economia si surriscaldò prima che la correzione intervenisse nel primo caso sotto forma di caduta dei listini; nel secondo, di crollo del castello di carte di derivati edificato sulla montagna di cartolarizzazioni di mutui subprime erogati con grande disinvoltura dagli istituti statunitensi grazie alla politica accomodante portata avanti dalla Fed.

È alla luce di tali precedenti che Powell ha dichiarato di ritenere doveroso procedere a due rialzi tra settembre e dicembre, riservandosi la possibilità di correggere il tiro in corsa nel caso in cui dovessero materializzarsi inaspettati segnali negativi dall’economia. I richiami al pragmatismo da parte di Powell sono quindi piaciuti agli ospiti di Jackson Hole, così come la sua implicita rivendicazione del ruolo di guida dell’economia statunitense gelosa della propria indipendenza dall’autorità politica. Un aspetto, quest’ultimo, che è stato messo in seria discussione da Donald Trump, a detta del quale il rialzo del tassi da parte della Federal Reserve rappresenta un ostacolo alla crescita economica statunitense, sia perché prematuro sia perché incompatibile con il raggiungimento degli obiettivi politici fissati dalla Casa Bianca. Prendendo pubblicamente posizione contro l’autonomia della Banca Centrale, Trump ha spezzato un vero e proprio tabù della politica Usa, nell’ambito di una graduale esasperazione dei toni del confronti con Powell finalizzata in tutta evidenza ad esaltare i meriti dell’attuale amministrazione rispetto all’andamento dell’economia statunitense in vista delle elezioni di medio termine, in calendario il prossimo novembre.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore