giovedì, Dicembre 12

Contenzioso legale tra Uganda e Vaticano field_506ffb1d3dbe2

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Cyprian Kizito Lwanga uganda

La notizia è stata rigorosamente tenuta confidenziale da entrambi le parti contendenti fino a quando le prove non sono miracolosamente finite sulla scrivania del giornalista Kalundi Serumaga. Da oltre quattro mesi il governo ugandese e la Chiesa Cattolica sono impegnati in un contenzioso legale relativo ad un terreno nella capitale che ospita la sede centrale della polizia. Trattasi di una proprietà di 60 acri collocata sulla collina Nsambya dove sorge l’Ambasciata Americana. La collina Nsambya, di cui prende nome il quartiere, confina con i famosi quartieri turistici di Kabalagala e Kasanga. Secondo la cronologia degli avvenimenti la Chiesa Cattolica Ugandese, dopo aver preventivamente ed esaurientemente informato la Santa Sede ricevendo presunta autorizzazione, ha portato in tribunale il governo ugandese accusato di non aver onorato l’affitto del terreno dove sorge il quartiere generale della polizia.

Secondo quanto reclamato dalle alte autorità ecclesiastiche, i vari governi ugandesi non avrebbero pagato l’affitto del terreno per 43 anni recando al Vaticano una perdita finanziaria di 57,3 milioni euro, costringendo a chiedere al tribunale di Kampala lo sfratto forzato del quartiere generale della polizia. Il governo ha duramente reagito in sede di tribunale ponendo dubbi sulla proprietà del Vaticano del terreno oggetto del contenzioso in base ad una legge del 1967 che stabilisce la proprietà pubblica dei terreni appartenenti ai regni Buganda, Karamoja, Tororo e associazioni religiose. La legge, firmata dal presidente Milton Obote non è stata applicata per decenni, ritornando in vigore solo nel 2006 quando il governo aveva la evidente necessità di evitare esosi pagamenti di compensazione per l’esproprio di terreni ricchi di giacimenti petroliferi e minerari. Secondo il parere del collega Serumaga difficilmente la Chiesa Cattolica riuscirà a vincere la causa e il governo potrebbe decidere di attuare un esproprio senza indennizzo proprio in base alla legge del 1967.

Una eventualità non da escludere che sarebbe coerente con l’attuale indirizzo dell’Uganda di progressiva indipendenza morale e politica dalle istituzioni e potenze occidentali troppo spesso associate a schiavismo, colonialismo, neo colonialismo e genocidi. Lontani anni luce sembrano le buone relazioni tra chiesa e stato che portarono l’arcivescovo di Kampala Cyprian Kizito Lwanga a perorare il 21 settembre 2013 presso il Vaticano la richiesta del Presidente Yoweri Museveni di una visita ufficiale del Santo Padre, prevista nel giugno 2014 in occasione della celebrazione del Cinquantenario dei Martiri Cattolici Ugandesi. La disputa sul terreno di Kampala ha provocato una guerra fredda tra Kampala e Vaticano. La Chiesa Cattolica, sotto la regia dell’Arcivescovo Lwanga, ha iniziato progressivamente ad accusare durante le omelie domenicali e sulla stampa cattolica locale, il governo ugandese di non rispettare la democrazia e di violare i diritti umani. L’ultima accusa suona alquanto ironica visto il coinvolgimento militante ed attivo dell’Arcivescovo Lwanga per costringere il Presidente Museveni a firmare nel febbraio scorso, la controversa legge contro l’omosessualità.

Come risposta il governo accusa la Chiesa Cattolica di aver adottato un pericoloso orientamento etnico. Un’accusa assai grave, visto la scelta etnica adottata dal Vaticano dal 1957 al 1994 che portò la chiesa al pieno ed incondizionato appoggio delle teorie naziste di supremazia razziale Hutu Power in Rwanda terminate con l’Olocausto. Il governo rimprovera la Chiesa Cattolica di aver perso l’identità nazionale per trasformarsi in una chiesa al servizio del regno Buganda. Un rimprovero che contiene alcune basi di verità storiche e contemporanee. La penetrazione della Chiesa Cattolica dell’Uganda del Diciannovesimo secolo iniziò nel regno Buganda collocato nella regione centrale dove sorgono le due capitali, quella antica: Entebbe e quella attuale: Kampala. Una conquista non facile e costellata da gravi incidenti, dovuti anche alla scarsa protezione del clero cattolico offerta da Sua Maestà la Regina di Inghilterra piú propensa a supportare la Chiesa Anglicana.

Nel 1886 il Re dei Buganda Kabaga Mwanga decise di bloccare la Chiesa Cattolica, trucidando 22 preti tra cui il bisnonno dell’Arcivescovo Lwanga, Charles Lwanga, proclamati successivamente dal Vaticano come martiri. Il Re volle offrire un esempio storico giustiziando i preti che non riconoscevano la sua autorità presso la località di Namugongo divenuta ora meta di pellegrinaggio. I 22 preti furono uccisi tramite rito tradizionale. I loro corpi furono dati alle fiamme come segno di profondo disprezzo. Il massacro di Namugongo fu l’episodio piú drammatico della resistenza del regno Buganda all’imposizione della nuova religione tollerata dal potere coloniale in quanto il messaggio evangelico minava direttamente la religione animista che autorizzata Mwanga a regnare sui sudditi. Preso atto della determinazione del Re Buganda e della scarsa protezione offerta dalle truppe inglesi, la Chiesa Cattolica adottò una tattica conciliatoria con l’obiettivo di “conquistare con l’amore i cuori dei selvaggi”, come si usava dire all’epoca.

Una tattica evidentemente coronata da successo. In meno di cinque anni il Vaticano riuscì a stringere importanti accordi con i Buganda e una progressiva conversione di massa. Il terreno oggetto della moderna disputa fu regalato dallo stesso Kabaka Mwanga in segno di riconciliazione. L’alleanza ottenuta ha profondamente segnato le vicende politiche e la composizione del clero cattolico fino ai giorni nostri. Il Vaticano individuò l’etnia bantu Buganda come una popolazione “amica” rispetto agli Acholi (nord Uganda) totalmente animisti, i Tororo e i Banyangole (etnia tutsi del presidente) orientati verso il Protestantesimo. Dopo l’indipendenza il Vaticano supportò i Buganda contro il primo presidente Milton Obote e successivamente contro Idi Amin Dada. Gli emissari “speciali” inviati dal Vaticano e i vescovi autoctoni contribuirono negli anni Ottanta alla creazione dell’alleanza militare politica tra il movimento guerrigliero National Revolutionary Army del giovane Museveni e il regno Buganda. Alleanza che permise di vincere l’odiato regime di Obote.

Nonostante la restaurazione dei antichi Regni attuata a livello costituzionale dal presidente Museveni dopo la presa del potere, tra i Buganda e il governo ugandese è sempre esistito un rapporto di amore e odio che ha portato a veri e propri scontri come la rivolta dei Buganda a Kampala nel 2007 duramente repressa dall’esercito o al suo estremo: il 32% del serbatoio elettorale sempre garantito a Museveni dal Re Buganda. Dalle ultime elezioni presidenziali del 2011 la Chiesa Cattolica ha timidamente iniziato a supportare i motti indipendentistici nutriti da una consistente parte dei Buganda. Un chiaro disegno eversivo non coscientemente portato avanti dal Vaticano ma dal suo clero ugandese di cui la maggioranza è di origine Buganda. Queste interferenze da parte cattolica hanno costretto Museveni a continue concessioni al Regno Buganda che aprono inevitabilmente la porta a simili richieste da parte degli altri regni ugandesi.

L’ultimo tentativo dei Buganda è quello di creare una coalizione con gli altri regni al fine di rivendicare i diritti sui giacimenti petroliferi e minerari. Una rivendicazione che equivale ad una dichiarazione di guerra abilmente deragliata dal presidente Museveni tramite una politica tesa ad evitare lo scontro diretto. Questo tentativo è stato supportato dalla Chiesa Cattolica in modo discreto ma determinato. Come nel caso della legge anti gay si nutre il sospetto che le massime autorità del Vaticano non abbiano il controllo sul clero cattolico ugandese, in primis sull’emblematica figura dell’arcivescovo Lwanga una eminenza grigia della politica ugandese. Nel caso della legge anti gay mentre Papa Francesco condannava senza termini l’approvazione da parte del Parlamento, avvenuta nel dicembre 2013, Lwanga appose la sua firma in un documento ufficiale redatto dalle istituzioni religiose ugandesi e destinato a Museveni. Il documento chiedeva la firma presidenziale alla legge. L’arcivescovo Lwanga è inoltre sospettato di facilitaredossiereconomici delicati di imprenditori Buganda e di favorire assunzioni etniche, presso i servizi amministrativi e di opere sociali della Chiesa Cattolica, essendo lui stesso un Buganda.

L’esito della disputa del terreno di Nsambya sembra scontato in considerazione del controllo e della popolarità che ancora detiene Museveni, ma potrebbe essere il preludio ad una pericolosa fase di tensioni etniche con i Buganda che potrebbe portare ad un intervento militare repressivo per mantenere l’unità del paese. Le tensioni etniche in Africa, in special mondo nella regione dei Grandi Laghi, sono una delle prime fonti di instabilitá, basti osservare le periodiche guerre etniche nei distretti di Uvira, Ituri, Rutshuru e Masindi nella Repubblica Democratica del Congo. Domenica scorsa i distretti di Kasese, Bundibugyo e Ntoroko, nella regione ugandese del Rwenzori (confinante con il Congo) sono stati teatri di vilentissimi scontri etnici tra le tribú Bakonzo, Bamba, Basongora e Banyabindi provocando 90 morti, oltre 74 feriti e la distruzione di numerose proprietá immobiliari. Per bloccare questi scontri, giá avviatesi sulla strada di un terribile conflitto etnico nel cuore dell’Uganda, il Governo è stato costretto ad inviare l’Esercito che ha ingaggiato una vera e propria battaglia campale contro gli estremisti delle rispettive tribú in possesso di armi da guerra.

Oltre 53 gli estremisti caduti sul fuoco pesante dell’Esercito ugandese che conta da parte sua 5 vittime. Ora l’intera Provincia è controllata da due compagnie di fanteria e mezza compagnia corazzata. In collaborazione con la Polizia, l’Esercito sta eseguendo delle vere e proprie cacce all’uomo per arrestare sia gli autori fisici dei massacri che i loro mandanti. Già 42 sospetti sono stati arrestati e trasferiti in varie prigioni militari per subire gli interrogatori. La Polizia sta inoltre indagando sulla fonte originaria colpevole della diffusione della falsa notizia della presenza di mercenari congolesi ed Esercito congolese. Notizia categoricamente smentita dalle autoritá ugandesi che sottolineano l’intenzione criminale di qualche giornalista ugandese nel propagare notizie che possono contribuire a peggiorare le giá precarie relazioni con il vicino Congo causate dalla ribellione congolese Banyarwanda M23 all’est del Paese di cui stato maggiore e la maggioranza dei militanti è attualmente protetta in territorio ugandese e in fase di riarmo per riaprire il conflitto in Congo.

Secondo vari esperti regionali, il Vaticano dovrebbe verificare esattamente cosa succede all’interno del suo clero ugandese al fine di comprendere se è fedele ai principi cristiani o nutre ambizioni e agende politiche etniche e personali. Al pericoloso orientamento etnico all’interno della chiesa cattolica ugandese si aggiunge una altrettanta pericolosa faida religiosa tra le comunità cattolica e protestante a Masindi, anch’essa legata su una disputa di terreni che, secondo le testimonianze ricevute, avrebbe già creato gravi violazioni dei diritti umani e potrebbe essere fonte di tensioni etniche. In questo caso la comunità cattolica locale è evidentemente vittima. Non ancora note le reazioni dell’Arcivescovo Lwanga sul delicato problema di Masindi. 

 

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