sabato, Settembre 21

Conte, l’auriga prudente Salvini come un film dei fratelli Marx, il bluff di Di Maio, il ‘vedo’ di Zingaretti; alla fine tra i tanti rospi che comunque si devono ingoiare, quello di un governo Conte due appare il meno indigesto

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Una vecchia, non scritta legge della politica (di ogni politica, in ogni luogo e tempo), dice che spesso occorre complicare le cose, per renderle più semplici. Nel caso italiano, e per quel che riguarda la situazione di questi giorni, le cose sono destinate dunque a diventare semplicissime, visto che definirle complicate è un eufemismo. Chissà se il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte sa di aver citato il generale-Presidente degli Stati Uniti Ulisse Grant, quando ai suoi collaboratori ha confidato: «Cammino piano, ma non torno mai indietro».

Piano, e con prudenza, forse la più importante delle quattro virtù cardinali. Quella che per Platone equivale alla saggezza, ed è propria dell’anima razionale; quella capacità di analisi accorta e circostanziata del mondo reale che ci circonda, ed esorta la ragione a individuare i mezzi adeguati per far fronte e ‘governare’ gli eventi. Per Aristotele una sorta di ‘pratica saggezza’; per Tommaso d’Aquino ‘retta norma dell’azione’, da non confondere con timidezza o timore; tantomeno con doppiezza e dissimulazione. La prudenza come auriga virtutum, ‘cocchiere delle virtù’.

Troppo credito, nei confronti di Conte? E’ quello che passa il convento. E’ quello che può dire, come ha detto: «Se mi spazientisco posso sempre tornare a casa e fare l’avvocato e il professore». E tutti gli altri, ammutoliti: perché bene o male, tutti gli altri ‘attori’ dell’attuale commedia-farsa che si recita non possono dire altrettanto: da Luigi Di Maio a Nicola Zingaretti, da Matteo Salvini a Matteo Renzi e Giorgia Meloni, tutti hanno sempre e solo vissuto di politica; se vanno a casa per nessuno di loro c’è un piano B; di politica devono continuare a vivere, per vivere. Nel senso letterale.
E comunque la depressione che ha colto tanti ‘ex’ ben testimonia che una volta assaggiato il frutto delpalazzo’, raramente e difficilmente si sa rinunciare alle successive porzioni. L’unico che da questo punto di vista si distingue è Silvio Berlusconi: che tuttavia deve anche lui misurarsi la palla, perché le sue proprietà sono comunque sempre sotto tiro di una qualche legge sul conflitto di interessi.

Finora si è parlato delle ‘poltrone’ dei singoli, che poco o nulla hanno a che fare con i destini e le necessità del Paese, ma comunque incidono e influenzano i comportamenti e atteggiamenti dei vari ‘attori politici’.

Ci sono poi altri fattori e motivazioni che contribuiscono a spiegare quello che accade. Il comportamento del leader della Lega ed ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini, per esempio: secondo i sondaggi e i rilevamenti demoscopici, in questi giorni è sceso di qualche punto percentuale di consenso. Tuttavia, per quanto smalto e appeal abbia perso, in caso di elezioni anticipate (e grazie anche alla sciaguratissima legge elettorale voluta a suo tempo da Matteo Renzi), in coalizione con Giorgia Meloni, e anche senza le ormai sfiatate truppe di Silvio Berlusconi, fa ilpieno’. Questo spiega perché divisi su tutto, gli avversari di Salvini in comune hanno l’obiettivo di impedire che possa fare strike. Come si è già argomentato, in ballo ci sonopoltroneindividuali, maanchele principalipoltronedelle istituzioni e del potere reale del Paese. Quando si dice che si pensa al programma e non alle ‘poltrone’ si dice insieme una menzogna e si fa atto di ipocrisia.

Sono proprio lepoltroneil terreno della contesa, ed è giusto che sia così. In caso di elezioni anticipate il serio rischio è quello di consegnare alla coalizione di destra-destra con qualche appendice ininfluente di centro (il neo partitino che vuole costituire Giovanni Toti), praticamente tutto: la maggioranza in Parlamento, il Governo, il Consiglio Superiore della Magistratura, la Corte Costituzionale, 500 vertici di enti, tra cui ENI, ENAV, ENEL, Leonardo, lo stesso Quirinale
Si capisce bene, dunque, che tipo di interessi sono in gioco.

Si capisce bene, per esempio, come mai, a giugno Renzi spara a zero nei confronti di Dario Franceschini, cui brucia aver perso il ‘feudo’ ferrarese a vantaggio della Lega, e la proposta di ‘aprire’ al M5S per non perdere tutta l’Emilia-Romagna. Dimentico delle sue bordate di giugno, Renzi a luglio si fa portavoce della stessa identica proposta, e oggi, in più interviste rivendica il merito di aver ‘convinto’ Zingaretti a perseguire questo difficile ‘dialogo’. E’ l’intero gruppo renziano, senza eccezioni, a sostenere che solo l’opzione di un governo Conte sostenuto da M5S e PD può scongiurare l’aumento dell’IVA, mettere in sicurezza i conti pubblici messi in pericolo dalla recessione e -certo: anche- salvare tanti seggi renziani che andrebbero altrimenti persi. L’intero corpaccione del PD (un Carlo Calenda tutto sommato ‘pesa’ poco), sembra essere, su questo, unito, consapevole che Salvini si è messo al momento in un angolo, e haregalatoloro un’occasione da non sciupare; un’occasione che difficilmente si ripresenterà.

In questi giorni è accaduto qualcosa di inaudito, qualcosa degno di un film dei fratelli Marx: la ‘Duck Soup’ di Salvini supera ogni fantasia. Prima il capo della Lega chiede i pieni poteri, poi provoca una crisi di governo, poi, però, rinuncia a ritirare la delegazione deisuoi’ Ministri, addirittura rinuncia alla mozione parlamentare di sfiducia che ha fatto presentare; preso atto delle resistenze non previste di Conte, annuncia che tutto sommato si può continuare a lavorare; la surreale crisi di agosto viene giustificata dal fatto che i Ministri dei 5 Stelle dicono ‘NO’ a tutto; ma se si va a vedere, hanno detto invece ‘SI’ a tutto…
A questo quadro surreale, vanno aggiunti altri ‘particolari’: Conte per diciotto mesi lascia che Salvini dica e faccia tutto e il suo contrario; di fatto gli lascia pieni poteri su tutto: l’Interno, di cui è Ministro, ma anche di economia, finanza, politica estera. Poi, quando Salvini cerca dilicenziarlo’, si produce in una catilinaria dal contenuto ineccepibile, ma che certo nella sua bocca stona alquanto…
Infine, Di Maio: chiede la messa in stato d’accusa di Sergio Mattarella, adombra di ‘manine’ che gli modificano i decreti legge alle spalle, anche lui dice e fa tutto e il suo contrario, e nei fatti incide nel suo stendardo il famoso motto: ‘O Franza o Spagna, purché…’.

Naturalmente non da prendere alla lettera: non si tratta di ‘mangiare’, quanto di fare alleanze; peccato che il MoVimento abbia predicato fino a ieri che di alleanze non se ne parlava, i pentastellati preferivano andar da soli, piuttosto che essere mal accompagnati… Gianluigi Paragone, senatore grillino che si appresta a scendere dal movimento non condividendo la scelta di apertura al PD, sostiene che si vuole far fuori Di Maio. E’ così: nonostante i formali dinieghi, c’è gran mugugno nei gruppi parlamentari, e lo stesso Beppe Grillo non perde occasione per beccarlo. Del resto è lo stesso Di Maio ad essersi fatto fuori da solo; tutto il suo agitarsi di queste ore si spiega col tentativo disperato di non essere completamente emarginato.
C’è l’incognita del voto telematico ‘Rousseau’. Ma difficilmente un accordo che fa comodo a tutti verrà pregiudicato dal voto di alcune migliaia di votanti su una ‘piattaforma’ privata e che non offre alcun tipo di garanzia reale, ed è, al contrario, parte in causa, interessata. Anche per i Cinque Stelle, anomali quanto si vuole, vale la regola del ‘Primum vivere’.
Di Maio è impegnato in una serie di bluff rischiosi; alla fine Zingaretti lo stringerà con un inevitabilevedo’, e allora la partita sarà veramente chiusa.
Lo stesso Renzi, con tutte le sue Leopolde, e gli innumerevoli bla-bla, non ha nessun interesse a staccare la spina. Coltiverà la sua immagine, e in questo è un maestro; ma si dovrà guardare da Zingaretti, che impiegherà il suo tempo in un costante, lento, inesorabile ‘scavare’, come la talpa. Perché i due, non c’è dubbio, sono ‘separati in casa’.

Ecco messe in fila le ‘tessere’ più importanti del grande puzzle di questi giorni. Il disegno che già si indovina non è certo dei migliori; ma dei tanti rospi che comunque si devono ingoiare, quello di un governo Conte due appare il meno indigesto. Una brutta soluzione; ma le altre sono più brutte ancora.

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