mercoledì, Febbraio 20

Conte l’africano: ecco gli interessi italiani in ballo in Ciad e Niger Dopo la visita in Etiopia ed Eritrea, il premier vola in Sahel per gestire e tutelare gli affari italiani nella regione, ne parliamo con il giornalista Giacomo Zandonini

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Oggi è iniziata la missione diplomatica in Niger e Ciad del Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il programma stilato dal Governo – disponibile nel sito ufficiale – prevede 24 ore intense e ricche di impegni per il premier, che oggi verso le 12.40 italiane ha incontrato il  Primo Ministro nigerino, Brigi Rafini, e alle 13.15, presso la Sede della Repubblica del Niger, il Presidente Issoufou Mahamadou, il quale visitò Palazzo Chigi il 19 giugno scorso e poi tornò nuovamente in Italia per partecipare alla conferenza sulla Libia tenutasi a Palermo a metà novembre. Durante il pomeriggio Conte ha incontrato, presso la sede dell’Ambasciata italiana a Niamey, i militari italiani che prendono parte alla Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (MISIN) e ha poi visitato il Centro di transito dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), Aigle, e una delle 20 case di transito gestite dall’UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). Infine, ha concluso gli incontri ufficiali nigerini con una visita al Centro per la Lotta al Terrorismo e alla Criminalità Organizzata Transnazionale del Niger. Domani, invece, sarà la volta del Ciad – per il quale i rapporti diplomatici sono curati dalla rappresentanza italiana in Camerun poiché non è presente nel territorio ciadiano un’Ambasciata italiana – dove il Primo Ministro incontrerà, alle 9.00, gli esponenti della comunità italiana del Paese africano e, successivamente, nella capitale N’Djamena, il Presidente della Repubblica, Idriss Déby.

Con questi vertici – che seguono quelli in Etiopia ed Eritrea dell’ottobre scorsoConte diventa così il primo capo di Governo italiano a visitare i due Stati africani, le cui vicende sono importanti per gli equilibri della regione.

Per capire meglio il perché di questo viaggio di Conte e quali sono gli interessi italiani in ballo, abbiamo contattato Giacomo Zandonini, giornalista e videoreporter freelance, esperto di migrazioni, politica estera e geopolitica del Sahel e del Nord Africa.

È interessante che questa sia la prima volta che un Presidente del Consiglio italiano si reca in Niger”, dice Zandonini, che poi spiega come, in questi ultimi anni, si siano evoluti ed intensificati i rapporti tra Italia e Niger, “un anno fa ha visitato il Niger Angelino Alfano come Ministro degli Esteri e prima di lui, sempre come capo della Farnesina, Paolo Gentiloni. Questo è segno dei continui contatti, però, in una situazione un po’ diversa, nel senso che questa è la prima visita nel Paese del nuovo Governo, che così cerca di riagganciare una serie di relazioni di politica internazionale che già lo scorso Esecutivo aveva rafforzato. Un’intensificazione dei rapporti che passa anche attraverso l’inaugurazione della nuova sede dell’Ambasciata italiana in Niger, nella capitale Niamey. La sede ufficiale dell’ambasciata italiana in Niger è stata inaugurata da Alfano un anno fa, nel gennaio 2018, pur esistendo dal febbraio 2017”, spiega il giornalista, che fa notare come, dopo questo atto formale, ci sia stata “una crescita esponenziale dei rapporti diplomatici e della cooperazione politica, diventata poi anche, in modo rocambolesco, una cooperazione in campo militare. Ciò fa capire quanto il Niger sia diventato “su alcune questioni, un partner importante”.

Il tour del premier, però, non si ferma solo ai vertici istituzionali, ma comprende anche la visita a due agenzie delle Nazioni Unite che si occupano di migrazione, IOM e UNHCR. “Questo perché l’Italia contribuisce, a livello finanziario, a dei progetti e attività delle due agenzie in Niger”, dice Zandonini, che prosegue, sin da quando l’IOM si è impiantato in Niger, nel 2006, l’Italia è stata tra i primi Stati ad identificare il Paese come un partner importante sulla questione migratoria ed un territorio in cui intervenire”.

Il Niger, dunque, nel corso di questi ultimi anni, è diventato un attore imprescindibile nella gestione delle crisi regionali, pur stazionando all’ultimo posto (189°) della classifica dell’indice di sviluppo umano stilato dalle Nazioni Unite. Il Paese deve fare i conti con una situazione sociale estremamente complessa che “è peggiorata, specialmente nell’ultimo anno”, afferma Zandonini, “l’anno scorso il Niger ha vissuto quella che può essere considerata la più grande protesta dal 2005 ad oggi. Una serie di manifestazioni hanno portato una decina di migliaia di persone in strada e già quest’anno, anche se è ancora presto per dirlo, ci sono state delle avvisaglie. È sicuro che nel Paese c’è dello scontento, perciò, si gioca su degli equilibri molto delicati”. Alle proteste del 2005 partecipava anche Issoufou Mahamadou, diventato Presidente del Niger nel 2011 a seguito di un colpo di Stato e rieletto per un secondo mandato nel 2016. “Formalmente, soprattutto Issoufou, forte dell’interesse internazionale che c’è verso il Niger, ha cercato di farne un’opportunità economica e sia di riconoscimento politico. Si presenta come un leader interessato con una serie di proposte per la regione”, spiega il giornalista.

Anche il Ciad è stabile sotto l’aspetto politico, ma la situazione non è delle migliori dal punto di vista del rispetto dei diritti umani e civili. Idriss Déby è salito al potere nel 1990 dopo aver attuato un golpe contro l’allora Presidente Hissène Habré, il quale, nel maggio 2016, è stato condannato all’ergastolo da un tribunale speciale in Senegal per aver commesso crimini di guerra e torture, tra cui stupri e schiavitù sessuale. “Il Ciad deve fare attenzione al confine con la Repubblica Centrafricana e con il Darfur, poi alla zona al confine con la Nigeria e col Camerun. Oggi si è aperto un fronte in crescita al confine nord del Ciad che ha visto già decine di morti”, dice il giornalista, che prosegue, la legittimità del potere di Déby è messa in discussione da una parte della popolazione ciadiana, anche se c’è uno Stato che esercita un controllo molto forte, anche per quanto riguarda la circolazione delle informazioni e sulle libertà civili e di opinione.

Come spiega Zandonini, però, “entrambi i Paesi vivono momenti di tensione al loro interno e ai confini devono fare i conti con situazioni estremamente delicate, con violenze e conflitti che si protraggono ormai da anni. Nonostante ciò, è proprio la stabilità politica, rispetto agli altri attori regionali, che fa sì che questi Paesi siano due interlocutori adatti per i leader europei.

I due Paesi, infatti, sono lo snodo principale da cui passano migliaia di migranti diretti in Europa e sono fortemente destabilizzati dalle minacce che provengono dai loro confini. “Le zone più calde, quelle che gli analisti militari chiamano ‘i teatri di guerra’, sono oggi la frontiera con il Mali, recentemente quella con il Burkina Faso e un tratto di confine con la Nigeria, dove è attivo Boko Haram e vi sono una serie di operazioni internazionali contro il terrorismo”, dice Zandonin.

Quali posso essere, dunque, gli interessi in ballo per l’Italia in regioni così disastrate?

C’è una presenza di cooperazione nella gestione delle migrazioni con ONG o agenzie dell’ONU ”, dice Zandonini, altri settori in cui vige questa cooperazione sono lemergenza umanitaria e lo sviluppo agricolo, questo, in particolare, è storico, avviato negli anni ’70. In ambiti di investimenti diretti l’Italia non è particolarmente presente, anche se c’è l’idea di rafforzare questa presenza: l’inaugurazione dell’ambasciata italiana va proprio in questa direzione. Qualche giorno fa sono stati inaugurati i lavori di un’importante arteria stradale che collega il confine nigeriano con la città di Agadez e la ditta che supervisiona i lavori è italiana. Il turismo è un altro settore storico dove l’Italia è presente, anche se oggi più a livello simbolico dato che è un campo in cui il Niger è morto, anche se ci sono dei tentativi di riportarlo in vita”.

Oltre all’aspetto migratorio, c’è un interesse più ampio geopolitico che oggi vede il Niger al centro di uno scacchiere nel Sahel che si sta ristrutturando in modo molto rapido e in cui la parte securitaria è molto importante”, dice Zandonini, “il Niger riveste una centralità strategica per diversi motivi: ha una classe dirigente molto attenta e più disponibile, rispetto ad altri Paesi della regione, ad una cooperazione di questo tipo; è un Paese identificato come attore chiave anche perché i Paesi circostanti vivono una situazione più difficile, come il Mali, la Libia, il Burkina Faso e la Nigeria. Aver un piede in Niger, in ogni caso, vuol dire anche poter dire qualcosa su altri contesti”. Altri contesti come la Libia, con la quale Niger e Ciad condividono i loro confini settentrionali.  Per l’Italia”, spiega il giornalista, il contesto più importante è rappresentato dalla Libia e, non a caso, il Niger ha un ruolo, anche se non così centrale, ed evidentemente interessi in un processo di riorganizzazione, pacificazione, affermazione dello Stato di diritto in Libia”.

Altra tappa di Conte sarà la visita presso la sede della base italiana della Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger. La MISIN – come riportato dal sito del Ministero della Difesa – prevede, dal primo gennaio 2018, un impiego massimo di 470 militari, 130 mezzi terrestri e 2 mezzi aerei e svolge essenzialmente due compiti: supporto nello sviluppo delle Forze di sicurezza nigerine per l’incremento di capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza (per questo motivo l’Italia finanzia corsi di formazione dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Scuola Sant’Anna di Pisa per la Polizia locale, per i funzionari delle dogane e per i magistrati dei Paesi della regione); attività di sorveglianza delle frontiere e del territorio della Repubblica del Niger. Il tutto rientra nell’ambito di uno sforzo congiunto euro-statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel (Niger, Mali, Mauritania, Ciad e Burkina Faso).

Col Ciad, invece, il 26 luglio 2017, a Palazzo Chigi, è stato firmato un accordo di cooperazione in materia di Difesa dopo un incontro incentrato su relazioni bilaterali, situazione regionale e temi migratori. L’esercito italiano, per ora, ha un ruolo solamente di formazione in Niger. Poi, evidentemente, anche di intelligence, visto che le missioni militari hanno anche questa dimensione”, dice Zandonini, che continua, “la capitale Niamey è un po’ il centro  di questa presenza militare internazionale. Di fianco l’aeroporto civile c’è la base aerea nigerina che, negli ultimi anni, è cresciuta a tal punto da inglobare una serie di basi internazionali, per cui di fronte c’è la nuova base tedesca che serve soprattutto da appoggio per le missioni nel nord del Mali”.

Tra i contingenti occidentali schierati in Niger, “l’Italia è l’ultima arrivata”, dice il reporter. La MISIN, infatti, stava rischiando di diventare un caso imbarazzante a livello politico e diplomatico, poiché è stata sbloccata solamente nel settembre dello scorso anno, quando, invece, sarebbe dovuta partire già a gennaio. Per otto mesi, infatti, 42 militari italiani, guidati dal Generale di Brigata, Antonio Maggi, sono rimasti fermi nella base statunitense all’aeroporto di Niamey in attesa del via libera che, più volte, le autorità nigerine hanno negato ai Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi due anni. I motivi di questo lungo impasse erano duplici: da un lato le critiche della società nigerina per una presenza militare nel Paese ritenuta eccessiva; dall’altra per le frizioni derivanti dalla Francia che avrebbe voluto avere il pieno controllo del contingente italiano, che, invece, una volta sbloccata la missione, ha potuto godere della totale indipendenza sul territorio nigerino. Anche per questi ritardi, la missione è stata ridimensionata e dei 400 militari previsti sono circa un centinaio quelli attualmente presenti in Niger. “Secondo delle informazioni che ho ricevuto, sull’aspetto della formazione c’è una concorrenza tra Francia e Italia, però, i transalpini hanno una presenza militare molto più strutturata nel Paese”, dice Zandonini.

Questo, ovviamente, fa pensare a quali possono essere gli altri motivi convergenti per cui Italia e Francia possono scontrarsi nel Sahel. “Per il momento, per quanto riguarda interessi economici sul Niger, non credo che siano fattori di scontro tra Italia e Francia, la quale tiene fortemente in mano l’industria estrattiva dell’uranio”, spiega Zandonin, che prosegue, bisogna dire che l’attuale Presidente nigerino, Issoufou Mahamadou, è un ex dipendente della società francese che gestisce le miniere d’uranio. C’è poi storicamente un legame forte tra Niger e Francia e una classe dirigente che proviene da questa storia. Anche se oggi questa classe dirigente nigerina sta cercando di aprire a diversi tipi di partnership sfruttando un interesse verso il Niger che c’è a livello geopolitico e, in parte, a livello economico. Ma, se sul fronte economico all’interno della regione africana fra Italia e Francia non c’è partita, è accesa, invece, la disputa tra i due Paesi sulla questione libica.  “Se vogliamo, un possibile conflitto dinteresse tra lItalia e la Francia esiste sul dossier libico”, dice il giornalista,“per esempio, uno di quelli che era stato presentato come un successo dal Governo precedente, in particolare dall’allora Ministro degli Interni, Marco Minniti, erano gli accordi di Roma fra le tribù del sud libico. Chiaramente i legami col Niger sono forti e il Sahara è un territorio in cui i confini sono simbolici e le stesse persone vivono in più lati dei confini sahariani. In Niger, soprattutto i tuareg hanno un peso abbastanza importante”. Gli accordi di Roma, però, non hanno fermato la politica interventista attuata da Parigi, che approfittando di una debolezza del Governo italiano, nella fase interlocutoria dei primi mesi del 2018 dopo le elezioni, ha cercato di remare contro gli accordi, che già in partenza erano abbastanza deboli, dato che prevedevano degli investimenti economici che non sono mai stati avviati, e l’ha fatto utilizzando in parte anche il Niger”. La Francia, dunque, ha avviato unilateralmente delle trattative e organizzato incontri. “Ci sono state, nel corso del 2019, delle riunioni a Niamey di mediazione fra le parti in conflitto nel sud libico, che, come è stato dichiarato, erano complementari agli accordi di Roma e non concorrenti”, continua Zandonini, che spiega, però come, in realtà, ci sia questa concorrenza e che il sud libico è un terreno di scontro e d’influenza tra Francia e Italia: il Niger è molto importante in questo senso perché, di fatto, le stesse popolazioni che vivono nel sud libico risiedono anche all’interno dei territori nigerini. Queste, ovviamente, hanno legami forti e sul piano delle negoziazioni internazionali svolgono un ruolo importante”.

Nonostante gli sforzi e gli interessi in ballo di molti Paesi, però, la “situazione è estremamente complessa e l’intervento militare non sembra garantire, per ora, una soluzione del conflitto in tempi rapidi.

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