domenica, Settembre 27

Conte ‘ambasciatore’ di Vucic, il Presidente Putin-esque La visita di oggi del premier Conte a Belgrado ha schierato l’Italia a fianco del contestato Presidente serbo

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Oggi il premier italiano Giuseppe Conte si è recato per una visita lampo in Serbia, la prima di un capo del Governo italiano dal 2012. A Belgrado ha incontrato la premier Ana Brnabić e il Presidente serbo Aleksandar Vucic.
Una visita che cade non solo nel 140mo anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche e nel decimo dell’avvio del partenariato strategico tra Italia e Serbia, ma, soprattutto, in un momento delicato per il Paese:le proteste interne contro Vucic e il riacutizzarsi dello scontro diplomatico con il  Kosovo.

Dal mese di novembre scorso, il Presidente Vucic deve fronteggiare la protesta della piazza, che ogni sabato riunisce decine di migliaia di dimostranti a Belgrado,  Novi Sad e Nis, Kragujevac e Kursumlija. L’obiettivo è denunciare pressioni sui media, chiedere tutele per giornalisti indipendenti e politici di opposizione, ottenere maggiore spazio sui media pubblici, insistere che venga fatta luce su presunti omicidi politici e chiedere riforme elettorali.
Slogan e hashtag dei dimostranti è ‘1 su cinque milioni’ (‘1 od 5 miliona’) un riferimento a quanto dichiarato dallo stesso Vucic a dicembre di fronte alle proteste, quando giurò che non avrebbe ceduto neanche se cinque milioni di persone -la Serbia conta circa 7,22 milioni di abitanti- fossero scese in strada a marciare.

I manifestanti e l’opposizione denunciano «un soffocante controllo sui media che ormai trabocca nella censura, un sistema partitocratico che erode lo stato di diritto e limita l’indipendenza del sistema giudiziario, una povertà crescente e una crescente disuguaglianza sociale, un potere che non si cura dell’opinione dei cittadini» e, soprattutto, «un diffuso clima di intimidazione verso il dissenso»
A scatenare la protesta, l’agguato e il pestaggio a Borko Stefanovic, leader del movimento di opposizione Sinistra Serba aggredito da uomini dal volto coperto ad un comizio dell’opposizione nella città di Krusevac il 23 novembre. Ad incoraggiarla ed allargarla, il timore diffuso di vedere Vucic e il suo Partito progressista serbo (SNS) erodere diritti politici e libertà civili attraverso pressioni su media indipendenti, sistema giudiziario e opposizione o soffocare i gruppi della società civile. A guidare il movimento di contestazione denunciando il Governo in carica come corrotto è l’Alleanza per la Serbia, che raggruppa 30 partiti di opposizione e organizzazioni.

Un partner importante l’’Italia per la Serbia, uno dei maggiori investitori nel Paese con una presenza di circa 600 aziende.
Nel 2018 l’Italia è stata il secondo partner commerciale della Serbia (dopo la Germania) essendo il secondo fornitore (preceduta dalla Germania e seguita dalla Cina) e il primo acquirente (seguita da Germania e Bosnia-Erzegovina). Nel 2018 l’interscambio è stato di 4 miliardi di euro e le esportazioni italiane hanno registrato un +4,7%.
Negli ultimi anni, sottolineano le fonti governative, la collaborazione bilaterale ha coinvolto ambiti di cooperazione nuovi, come la lotta alla corruzione e il contrasto alla criminalità organizzata. L’Italia è stata sempre in prima fila nel sostenere il percorso di integrazione della Serbia nell’Ue e oggi Conte ha confermato l’appoggio: «sostegno dell’Italia al percorso europeo della Serbia», ha detto il premier italiano, assicurando: «L’Italia sarà ambasciatore delle istanze serbe nel processo d’integrazione della Serbia», aggiungendo  «forte sostegno al processo riformatore avviato, che contribuirà ad accelerare il negoziato in corso con l’Unione Europea».

Ma l’incontro è servito anche perché l’Italia assumesse una posizione a favore di Belgrado nello scontro diplomatico e ora anche economico con  il Kosovo.
Il Kosovo era una provincia della Serbia nel 1999 quando la NATO lanciò attacchi aerei per fermare la repressione contro gli albanesi da parte delle forze serbe, e nel 2008 si dichiarò indipendente, Belgrado continua a non riconoscerne l’indipendenza. Segnali di possibile riavvicinamento tra Belgrado e Pristina si erano avuti nei mesi scorsi -anche causa le pressioni internazionali per raggiungere un accordo indispensabile per progredire sulla strada dell’adesione all’Unione europea- , poi il nuovo blocco delle relazioni con, anzi, l’acutizzarsi della crisi quando a novembre 2018 Pristina ha imposto una tariffa del 100% sui beni serbi in risposta a quanto sostengono i funzionari kosovari relativamente ai tentativi di Belgrado di minare la posizione del Kosovo all’interno di alcune organizzazioni internazionali.
Vucic ha ribadito che Belgrado non continuerà il dialogo con Pristina fino a quando le autorità del Kosovo non aboliranno le loro tasse del 100% sulle merci importate dalla Serbia e dalla Bosnia-Erzegovina. Secondo alcune fonti, nel corso di un’intervista con ‘ANSA’, si sarebbe anche fatto scappare che Belgrado «non può riconoscere il Kosovo» come uno Stato indipendente a meno che la Serbia non ottenga qualcosa in cambio da Pristina come parte di un accordo più ampio. Qualcosa che si suppone non sia solo l’abolizione dei dazi.

Vucic, oggi, in conferenza stampa con Conte, ha chiesto di non applicare «diversi standard» tra Serbia e Kosovo rispetto al processo di normalizzazione dei rapporti e di integrazione nell’Unione europea. Vucic ha lamentato il mancato riconoscimento dei comuni serbi da parte di Pristina e l’aumento unilaterale dei dazi da parte kosovara. Inoltre, ha segnalato che un doppio standard è stato applicato ai tentativi di riconoscimento internazionale e quello serbo di far revocare questo riconoscimento. «La nostra posizione è molto difficile, è difficile spiegare ai serbi che l’unico impegno dell’accordo di Bruxelles che non hanno rispettato è la creazione dei comuni serbi. Abbiamo diversi standard, non abbiamo le stesse regole per serbi e albanesi», ha lamentato Vucic. Belgrado si trova inoltre in una posizione difficile, ha detto il Presidente serbo, anche perché i suoi partner «nel 90 per centro dei casi hanno riconosciuto il Kosovo», essendo il Kosovo «un loro figlio». «Noi chiediamo un compromesso per avere la pace», ha spiegato.
«Adottare iniziative unilaterali come quelle che sono state adottate dal Kosovo non porta a nulla: i dazi non sono funzionali alla ripresa del dialogo, l’unica prospettiva per assicurare la pace e la prosperità e accelerare il processo di integrazione europea è il dialogo in cui tutte le parti devono dimostrarsi sagge», ha affermato Conte. «E’ stata saggia la posizione della Serbia di non reagire con contromisure ai dazi decisi unilateralmente. Confido che sia quanto prima rimossa in modo da continuare un dialogo facilitatore. Parlerò alla Mogheriuni per avere un aggiornamento e perché il processo continui e l’alto rappresentante dell’Ue sia facilitatore del dialogo che è l’unica strada che vedo».

La posizione italiana espressa da Conte -che chiaramente si è spinto oltre la cortesia diplomatica-  ancora una volta differenzia l’Italia dalla gran parte dei Paesi UE, attestati su di una linea di ‘prudenza’  -cosa che non passerà inosservata a Bruxelles- ma la vicinanza a Vucic dell’attuale Governo italiano è in linea con il DNA che gli appartiene.  Non solo in comune vi è la posizione critica nei confronti di Bruxelles, vi è soprattutto l’amicizia con la Russia  -Vucic è considerato un ‘Putin-esque’- e l’Ungheria di  Viktor Orban, l’attrazione per i capitali cinesi, e il nazionalismo e/o sovranismo.  

Vucic, alla presidenza dal maggio 2017, è stato in precedenza Primo Ministro per due mandati successivi, tra il 2014-16 e 2016-17. Noto per le sue posizioni nazionalistiche negli anni della dissoluzione della Jugoslavia, fu esponente in passato del Partito radicale serbo (SRS) che sosteneva l’idea di una Grande Serbia, prima di entrare a far parte nel 2008 del Partito Progressista Serbo (SNS) del suo mentore, l’ex Presidente Tomislav Nikolić. In occasione della campagna per la presidenza, Vucicgià Ministro delle Comunicazioni sotto Slobodan Milosevic, accusato dal Tribunale Penale Internazionale di crimini di guerra e genocidio- contestò i timori sul suo conto e assicurò di essere cambiato: «E’ normale cambiare opinione», disse allora. Da quando è Presidente ha fatto dell’adesione all’Unione Europea l’obiettivo principale della sua presidenza, pur rimanendo molto vicino alla Cina e alla Russia.

Ieri Vucic ha incontrato l’Ambasciatore cinese che gli ha consegnato una lettera del Presidente Xi Jinping volta a consolidare ulteriormente il rapporto, politico ed economico, tra i due Paesi, rapporto che in questo momento al Presidente serbo fa molto comodo.
Ma è con la Russia il rapporto più forte: Mosca ha un ruolo cruciale nella politica interna ed estera della Serbia, un rapporto molto interessante quanto conflittuale. Per un verso, e quasi per paradosso, la Russia è per la Serbia un link con la UE: la Russia sostiene fermamente la Serbia, la sua integrità territoriale e Aleksandar Vucic, non ultimo perchè vede nella Serbia un alleato nella UE se la Serbia accedesse all’Unione Europea. Mosca ha bisogno di espandere il suo progetto TurkStream, il massiccio programma per fornire gas naturale russo all’Europa meridionale e oltre, e un alleato fedelissimo al tavolo di Bruxelles fa sempre comodo. Per l’altro verso, per la Serbia la Russia è anche un alleato ingombrante:  Belgrado, da parte sua, è combattuta tra il desiderio di stringere legami più stretti con l’Unione Europea e il mantenimento della sua antica amicizia con la Russia; la linea dura russa sul Kosovo ha costretto Belgrado a prendere posizioni inflessibili, mettendo a repentaglio le sue prospettive di adesione all’UE -adesione che come abbiamo detto sarebbe ben utile a Mosca.  Belgrado potrebbe rischiare molto  -soprattutto dal punto di vista economico, la Russia ha investito oltre 4 miliardi di dollari in Serbia, e ulteriori 1,4 miliardi di dollari per la costruzione del gasdotto e le infrastrutture per l’energia del gas naturale-, nel caso in cui  facesse concessioni non gradite dal Cremlino alla UE. Secondo alcuni analisti, come Maxim Samorukov del Carnegie Moscow Center, arrivano a sostenere che “il Presidente Vucic non ha altra scelta che elogiare il suo benefattore russo in pubblico, mentre cerca di convincere il Cremlino a porte chiuse per dare a Belgrado almeno un po ‘di spazio sulla più importante questione di politica estera serba: il riconoscimento del Kosovo”. Cosa che non sarebbe negli interessi del CremlinoL’Italia pare essere entrata in questo grande ‘gioco’ dei Balcani, nei prossimi mesi si vedrà con quale peso e ruolo effettivo.

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