domenica, Marzo 24

Conte a Washington e le relazioni fra Italia e Stati Uniti L' annuncio dell' incontro offre l’occasione per riflettere sullo stato e sulle prospettive dei rapporti tra i due Paesi

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L’annuncio dell’incontro, il 30 luglio, fra il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e Donald Trump offre l’occasione per riflettere sullo stato e sulle prospettive dei rapporti fra Italia e Stati Uniti in una fase come l’attuale, in cui, fra guerre commerciali latenti e crescenti divergenze politiche, la distanza fra le due sponde dell’Atlantico sembra essere aumentata. Nei mesi scorsi, a fronte degli incontri che Trump ha avuto con i principali leader europei, l’Italia ha brillato per la sua assenza. L’appuntamento di luglio ‘ripiana’, quindi, in qualche modo le cose. Il fatto che Conte rappresenti un governo apertamente di rottura rispetto alla tradizione di quelli italiani aggiunge all’appuntamento altri punti di interesse. Nel suo primo discorso alle Camere, il Presidente del Consiglio ha ribadito la fedeltà atlantica dell’Italia e la sua intenzione di continuare a guardare agli Stati Uniti come a un alleato privilegiato. Tuttavia, né in quella né in altre occasioni sono mancati i distinguo, quasi a sottolineare la volontà di Roma di non essere un interlocutore acritico o schierato in modo automatico sulla linea dell’amministrazione. Le aperture a Mosca e la necessità più volte affermata di rivedere il sistema delle sanzioni oggi in vigore sono l’esempio più eclatante – ma non certo l’unico – di questo modo di porsi.

Sinora, Washington non sembra avere rivolto troppa attenzione al tema dei rapporti con Roma. Né le elezioni del 4 marzo né la successiva nascita dell’esecutivo ‘giallo-verde’ hanno provocato particolari reazioni e anche in occasione del recente G7 di Charlevoix – in cui, pure, le tensioni non sono mancate – il primo faccia a faccia fra Trump e Conte si è svolto all’insegna di una sostanziale cordialità. Il comunicato della Casa Bianca che annuncia l’incontro di luglio si muove lungo le stesse linee, ribadendo l’importanza del ruolo dell’Italia nella NATO, sottolineando il suo contributo in Afghanistan e in Iraq ed evidenziando il ‘ruolo cruciale che essa può svolgere ‘per portare stabilità nella regione del Mediterraneo’. Si tratta di una posizione nota, che ricalca, in buona sostanza, quella che ha accompagnato tutti gli incontri ad alto livello fra i rappresentanti dei due Paesi. Anche l’obiettivo generale dell’incontro (che secondo il comunicato è quello di cercare di ‘rafforzare la cooperazione [fra Italia e Stati Uniti]nell’affrontare i conflitti globali e nel promuovere la prosperità su entrambe le sponde dell’Atlantico’) non è molto diverso da quello dei vertici che lo hanno preceduto ed esprime la tradizionale convergenza di posizioni che (almeno nella forma) ispira i rapporti fra Roma e Washington.

Da questo punto di vista, è difficile che il vertice possa raccontare qualcosa di realmente nuovo. Nonostante le ambizioni dell’esecutivo (meglio: della sua base parlamentare) di rompere i ‘vecchi schemi’, i rapporti fra Stati Uniti e Italia sono il prodotto – in ultima analisi – su un differenziale di peso politico che non lascia spazio a troppe velleità. La volontà di proporre una linea di governo ‘sovranista’ e lontana dalla tradizionale enfasi italiana per la dimensione multilaterale avvicina inoltre la posizioni di Roma a quelle di un’amministrazione che di questo genere di approccio si è proposta sin dall’inizio come il campione. I difficili rapporti dell’Italia con i partner dell’UE sono un altro aspetto che potrebbe spingere in questa direzione. Ancora una volta, gli Stati Uniti finirebbero, così, per diventare l’‘alleato lontano’ chiamato da Roma per bilanciare quelle che sono viste come le eccessive ingerenze dei suoi ‘alleati vicini’. Una certa fascinazione per lo ‘stile Trump’ (se non nel Presidente del Consiglio in alcune figure-chiave del suo governo) e il comune riferimento alla centralità dell’interesse nazionale (da ribadire, se necessario, attraverso gesti eclatanti e dalla forte valenza simbolica) concorre a delineare un quadro nel quale i tratti di convergenza superano ampiamente quelli di divergenza.

La posizione dell’attuale amministrazione statunitense rende, però, difficile, per Roma, contare davvero sulla ‘sponda’ di Washington, specie in tema di rapporti con l’Europa. In ciò, la situazione che Conte si troverà ad affrontare è molto diversa da quella che si sono trovati ad affrontare i suoi predecessori. Per gli Stati Uniti di Trump, l’Italia è un interlocutore meno interessante di quanto non lo fosse anche solo per quelli di George W. Bush, nella prima metà degli anni Duemila. Per questi ultimi, un buon rapporto con l’Italia era utile per compensare in qualche modo la freddezza dei rapporti con Berlino e con Parigi e – specie dopo la guerra con l’Iraq nel 2003 – per ‘conservare un amico’ in una ‘Vecchia Europa’ cui gli Stati Uniti continuavano a guardare come a un riferimento importante. I difficili rapporti che Roma e Washington intrattengono oggi con Francia e Germania non sembrano, invece, offrire incentivi abbastanza consistenti da spingere la Casa Bianca a superare il disinteresse da tempo espresso per gli affari dell’‘altra sponda dell’Atlantico’. Uno stato di cose, questo, che – al di là delle dichiarazioni di rito e delle apparenti affinità di vedute – toglie al Presidente del Consiglio quella che è stata sempre la più efficace moneta di scambio nei rapporti fra Roma e Washington.

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