giovedì, Luglio 18

Consiglio europeo: zero risultati e Italia all’angolo "Al momento l’Italia è isolata e dovrà accontentarsi di quello che gli altri paesi saranno disposti a concedere"

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Ad un mese dalle elezioni europee del 26 Maggio, domani, a Bruxelles, a Palazzo Justus Lipsius, si ritroveranno i Capi di Stato e di Governo dei 28 Paesi membri dell’UE per prendere parte al Consiglio europeo che si concluderà Venerdì 21 Giugno. Nel corso del vertice, stando a quanto comunicato ufficialmente dal Consiglio, i leader saranno chiamati a «prendere le decisioni pertinenti sulle nomine per il prossimo ciclo istituzionale e adottare l’Agenda strategica per il periodo 2019-2024». Uno spazio di discussione potrebbe essere riservato anche al quadro finanziario pluriennale 2021-2027, ai «cambiamenti climatici in vista del vertice sull’azione per il clima convocato dal Segretario generale delle Nazioni Unite per il 23 settembre 2019», alle «raccomandazioni specifiche per Paese», compresa l’ eventuale procedura d’infrazione per debito eccessivo contro l’Italia.

Le elezioni hanno sancito un indebolimento delle forze europee tradizionali, socialisti e popolari, che hanno perso la maggioranza assoluta al Parlamento UE (solo il 44% dei seggi). Tale esito non ha comportato una grande crescita del fronte sovranista (solo il 23% dei seggi), ma impone comunque un allargamento della maggioranza ai liberali (14% dei seggi – hanno modificato il nome ALDE in ‘Renew Europe’) e, meno probabilmente, ai Verdi. I primi riflessi di questo mutamento del panorama politico europeo si cominceranno a vedere già sulle trattative per le nomine  dei vertici delle istituzioni comunitarie, ovvero il Presidente della Commissione (in scadenza il prossimo 31 Ottobre), il Presidente del Parlamento (in scadenza il prossimo 2 Luglio), il Presidente del Consiglio (in scadenza il prossimo 30 Novembre), il Presidente della Banca Centrale Europea (in scadenza il prossimo 31 Ottobre) e l’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza.

Nelle procedure di nomina, il Consiglio europeo decide a maggioranza qualificatarafforzata‘ (almeno il 72% dei membri del Consiglio europeo in rappresentanza di almeno il 65% della popolazione europea) tutte le nomine tra quella del Presidente del Parlamento europeo. Quest’ultimo, il cui mandato dura due anni e mezzo, infatti, viene eletto a scrutinio segreto, a maggioranza assoluta dei voti espressi nei primi tre scrutini. Dal quarto scrutinio in poi, avviene il ballottaggio tra i due deputati che, al terzo scrutinio, hanno ottenuto il maggior numero di voti. Qualora i due candidati raggiungano la parità dei voti, viene eletto il candidato più anziano.
Per quanto concerne il Presidente della Commissione europea, secondo l’articolo 17 paragrafo  7 del TUE, egli è eletto dal Parlamento europeo a maggioranza dei membri che vi siedono, sulla base della proposta approvata dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata ‘rafforzata’, tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo e dopo aver effettuato le necessarie consultazioni. Una volta che il Consiglio europeo ha presentato la sua proposta (può essere utilizzato il metodo dello ‘Spitzenkandidaten’ adottato per la prima volta nel 2014), il Presidente del Parlamento europeo invita il candidato a fare una dichiarazione e a presentare i suoi orientamenti politici all’Assemblea. Alla dichiarazione segue una discussione e una votazione nel corso della quale il candidato deve ricevere la maggioranza. In caso contrario, il Consiglio europeo, a maggioranza qualificata, può proporre entro un mese un altro candidato. Il Presidente eletto della Commissione è chiamato poi a presentare il Collegio dei commissari (uno per ogni Stato membro) e il suo programma in una seduta plenaria del Parlamento. Su questa base i parlamentari voteranno la Commissione che dovrà ottenere la maggioranza dei voti espressi.

L’articolo 18, paragrafo 1, del TUE, stabilisce, invece, che l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Vicepresidente della Commissione, è nominato dal Consiglio europeo, a maggioranza qualificata ‘rafforzata’ con l’accordo del Presidente della Commissione. Maggioranza qualificata ‘rafforzata’ del Consiglio europeo è prevista anche dall’articolo 15, paragrafo 5, del TUE per la nomina del suo Presidente.

Più delicata è la nomina del Presidente della BCE, il cui mandato non è rinnovabile e dura otto anni: ai sensi dell’articolo 283 del TFUE, egli viene nominato dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata rafforzata, su raccomandazione del Consiglio e previa consultazione del Consiglio direttivo della Banca centrale europea e del Parlamento europeo. L’ articolo 122 del regolamento del Parlamento europeo stabilisce che una volta fatta una dichiarazione dinanzi alla commissione competente e risposto alle domande da questa poste, la commissione presenta una raccomandazione per il via libera o meno della candidatura. Raccomandazione sulla quale è chiamato a pronunciarsi il Parlamento europeo con un voto a scrutinio segreto.

Ben tre cariche (Presidente del Parlamento, Presidente della BCE e l’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza) sono state affidate, nell’ultima legislatura, a personalità italiane. Congiuntura che è molto difficile si ripeta anche perché le forze al Governo del Belpaese, ossia la Lega, nonostante l’exploit (oltre il 34% dei voti) che la rende uno dei partiti più votati nel Vecchio Continente, e il Movimento Cinque Stelle si trovano all’opposizione in Parlamento europeo. Questo, come vedremo, taglia fuori l’Italia, membro fondatore dell’UE, dai tavoli europei che contano, proprio mentre deve scongiurare la procedura d’infrazione per debito eccessivo che – ha dichiarato Conte in Parlamento – «siamo tutti determinati ad evitare», prima di rassicurare, nel corso del pranzo al Quirinale, anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. A nulla, peraltro, servirà, dati i difficili rapporti tra Bruxelles e Washington, la svolta trumpiana di Matteo Salvini, ritornato da poche ore da un breve viaggio negli Stati Uniti, dove ha incontrato il Vicepresidente americano, Mike Pence, e il Segretario di Stato, Mike Pompeo.
Ciò detto, cosa aspettarsi dal Consiglio Europeo che si riunisce domani? E in quale direzione andranno le trattative per le nomine dei vertici europei? Lo abbiamo chiesto a Matteo Villa, ricercatore ISPI ed esperto di Europa e governance globale, geoeconomia e migrazioni.

 

Poche settimane fa si è votato per il nuovo Parlamento europeo. Qual’è la nuova maggioranza che si sta venendo a creare nell’Assemblea UE? 

La cosa interessante è che le elezioni di maggio hanno obbligato la maggioranza tradizionale formata da popolari e socialdemocratici ad allargare ai liberali che adesso Macron ha chiamato ‘Renew Europe’. Questo rende più complesso il negoziato perché fa entrare in gioco un altro attore che è molto importante visto che all’interno del ‘Renew Europe’ ha una posizione di dominanza. Non significa che necessariamente i giochi saranno molto più difficili proprio per il fatto che è vero che il Parlamento è molto frammentato, ma è anche vero che le opposizioni hanno molta poca capacità di influire nel processo. Sembrava quasi che Macron fosse il cardine intorno al quale ruoti il processo negoziale che invece prima passava più per una Francia socialista ed una Germania popolare. Invece lo stesso Macron ha ricevuto un paio di ‘batoste’: per esempio, il suo portavoce Loiseau ha dovuto dimettersi dalla possibilità  di diventare presidente del nuovo gruppo per una serie di scandali. Questo vuol dire che al Parlamento ci sarà una convergenza con i liberali. Più difficile pare quella con i Verdi che comunque stanno negoziando. Quindi formalmente si tratta di quattro forze che negoziano tra loro, ma per i Verdi è più complicato visto che hanno un programma molto ambizioso e, in parte, molto poco realistico sul clima che è sicuramente un’emergenza per tutti, ma c’è bisogno di guardare alle cose più fattibili. Inoltre i Popolari tendono ad essere più distanti su alcune proposte, in parte sul clima, in parte sui diritti civili. Occorrerà dunque vedere quanto i Verdi riusciranno a spingere per avere un ruolo nella maggioranza, ricordandoci che comunque le maggioranze in Parlamento non è detto che siano stabili perché non sorreggono un governo. Quindi anche se non ci dovesse un accordo tra quattro forze, ma solo tra tre, ci potrebbero  essere comunque utili convergenze negli anni successivi. Se, invece, ci fosse un accordo a quattro, non è detto che i Verdi agiscano in modo diverso sulle politiche.
Al centro del Consiglio europeo che inizia domani, c’è la spinosa questione delle nomine dei vertici dell’UE. Per quanto riguarda la Presidenza della Commissione, il primo partito in Parlamento europeo, cioè i Popolari, aveva già espresso un proprio ‘Spitzenkandidat’ prima delle elezioni, il tedesco Manfred Weber. A poche ore dalla chiusura delle urne, il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk aveva reso noto che gli Stati membri avevano respinto qualsiasi «automaticità» nell’elezione del Presidente della Commissione. A rifiutare il meccanismo dello ‘Spitzenkandidat’ gli stessi liberali e, in maggior misura, Macron, richiamando l’articolo l’articolo 17.7 del Trattato sull’Unione europea. Contrari al candidato Weber anche i Paesi del Gruppo di Visegrad che hanno già annunciato il voto contrario mentre, di contro, l’Italia ha mostrato aperture. Come si concluderà la partita sulla Presidenza della Commissione? Il compromesso potrebbe essere il popolare Michelle Barnier, capo negoziatore di Brexit per la Commissione europea, o la candidata liberale Margareth Vestager?
Sui candidati non mi sbilancio. La mia idea è che non si deciderà domani, ma ci vorrà un altro vertice straordinario tra un paio di settimane. Il punto qual è? Weber è ormai fuori dai giochi, ma è una questione politica.  Non ci sono candidati forti o facili.
A pesare, dunque, è l’indebolimento, seppur in un contesto di vittoria, dei Popolari che, insieme ai socialisti, non hanno più la maggioranza. 
Già nel 2014, c’erano già stati grandi negoziati per far passare lo ‘Spitzenkandidat’ che alla fine nemmeno Merkel voleva e che alla fine avevano premiato Juncker, quindi un candidato dell’area popolare, che però a Merkel all’inizio non piaceva inizialmente, ma che poi aveva accettato. In questo momento, siamo nello scenario opposto in cui la Germania è favorevole, anche se piuttosto tiepida, a Weber che non è mai stato il candidato di Merkel, ma ormai protetto dalla CDU, a sua volta alle prese con un processo di transizione interno. La questione Weber era legata al processo dello ‘Spitzenkandidat’, ma se, come sembra essere, una minoranza sufficiente dei Paesi europei non lo volesse, si dovrebbe cercare un’altra figura di compromesso che si potrebbe anche fare, magari con un francese. Tuttavia, invece di fare un discorso sui nomi, vorrei richiamare l’attenzione sui numeri, di cui non molti parlano, ma che è fondamentale anche per il ruolo dell’Italia. Con questa nuova  maggioranza trasversale al Parlamento europeo, in pochi hanno guardato al fatto che i governi europei afferiscono ad una serie di partiti politici europei che hanno, all’interno del Consiglio europeo, delle rappresentanze molto precise. Per esempio, nell’attuale Consiglio europeo a 28, abbiamo 9 Paesi con Governi che hanno sostenuto partiti che sono dentro l’area dei Popolari, 7 Paesi che hanno Governi che hanno sostenuto partiti nell’area dei socialdemocratici e 7 quelli che hanno appoggiato forze dentro l’area dei liberali. Quindi 23 su 28 perché se i governi si allineano sulla base delle affiliazioni politiche, ci sono poi altri elementi che entrano in gioco come la posizione geografica, il peso demografico, tutti temi che i trattati europei prevedono. In quest’ottica, però, c’è la maggioranza delle tre famiglie politiche per decidere da sole perché le regole europee stabiliscono che per eleggere il Presidente della Commissione servono il 72% dei voti favorevoli, cioè 21 Paesi su 28. Se si sommano le tre famiglie politiche si arriva a 23. E’ vero che tra questi c’è anche l’Ungheria, formalmente all’interno dei Popolari, ma che potrebbe votare all’opposto. Al massimo, quindi, si può scendere a 22 e, in più, fuori dai 23, c’è la Grecia che ha un governo di sinistra, di opposizione, ma che il 7 luglio andrà alle elezioni e il governo che si dovrebbe formare dovrebbe essere di area popolare. Da soli, a questo punto, i 22-23-24 Stati possono decidere e questo fa sì che l’Italia, che non fa parte di questa maggioranza, diventi molto poco rilevante anche in Consiglio europeo. C’è poi da considerare che la maggioranza che occorre per eleggere il Presidente della Commissione deve anche rappresentare almeno il 65% della popolazione. Il che vuol dire che la minoranza di blocco consiste nel 35%. Brexit complica leggermente la cosa perché il Regno Unito, come ha già annunciato, probabilmente si asterrà. L’astensione, però, in Consiglio europeo, vale come voto contrario e il Regno Unito è grande, visto che è il 13% della popolazione. L’Italia è poi il 12% quindi insieme fanno un quarto della popolazione europea. Da questo punto di vista, i 23 sanno di poter decidere e l’Italia ha una possibilità, piuttosto remota ma non da escludere, di formare una minoranza di blocco con il Regno Unito. Anche l’Ungheria, però, ad esempio, dovrebbe votare contro. Al momento, poi, ribaltando la questione, non esiste un nome su cui i 23 stiamo trattando.
Se nelle trattative per la Commissione l’Italia rischia l’irrilevanza, perché il Governo giallo-verde – come ha ribadito anche il Premier Giuseppe Conte in Parlamento – «auspica per sé un portafoglio economico di prima linea»?
Credo sarà molto difficile. Al momento l’Italia è isolata e dovrà accontentarsi di quello che gli altri paesi saranno disposti a concedere. Ovviamente la questione della concessione vale sempre per qualsiasi negoziato, ma in questo caso vale ancora di più perché l’Italia è in minoranza. In ultimo, i Paesi della maggioranza centrista potrebbero rinfacciar all’Italia di avere avuto molte posizioni di vertice negli ultimi anni. Quindi a prescindere dalla maggioranza di governo in Italia, sarebbe stato difficile ottenere tanto in un momento in cui uscivamo da diverse posizioni (BCE, Parlamento europeo, politica estera UE). Non potevamo aspettarci altro che un assetto che andasse verso una riduzione. Detto questo, al momento l’Italia e isolata in Consiglio e tutto quello che si dice é per alzare la posta in gioco per poi accontentarsi di quanto si riesce a conquistare durante il negoziato. La richiesta di un commissario economico è spararla molto grossa sperando di avere qualche briciola.
A livello di commissari, quali sono le aspirazioni degli altri Paesi? 
Io non ho visto richieste eclatanti. Sicuramente, la Spagna potrà fare la voce un po’ più grossa perché in questo momento, pur vivendo una forte instabilità interna, Sul piano europeo, è quella che ha più beneficiato dell’aumento di rappresentanza socialista e del ‘passo indietro’ italiano. Più facilmente quindi gli spagnoli potranno aspirare ad un ruolo economico tanto quanto il Nord Europa. Non va dimenticato, infatti, che il ruolo economico negli ultimi anni è stato diviso tra un Paese del Nord pro-austerity e uno meno pro-austerity: nella vecchia Commissione c’era Francia e Lettonia. In questo caso secondo me l’equilibrio verrà rispettato proprio per uscire dall’impasse.
Anche se non di diretta nomina del Consiglio, in ballo c’è anche la Presidenza del Parlamento europeo, incarico che dura due anni e mezzo. L’allargamento della maggioranza ai liberali romperà anche l’equilibrio che si era venuto a creare tra socialisti e popolari?
Certamente. È un compromesso che andrà indiscutibilmente rivisto. Non si deciderà niente domani perché sappiamo già che venerdì, al termine del Consiglio europeo, si riunirà un comitato ristretto di sei Primi Ministri, due per ogni forza della maggioranza, che sta negoziando in modo sistematico per gli altri sulle nomine. I Verdi se la stanno giocando più a livello di Parlamento europeo, ma a livello di Consiglio non c’è un Primo Ministro dei Verdi. È evidente che al momento non c’è un consenso largo sul nome del Presidente.
Per la Presidenza del Consiglio europeo, anch’essa della durata di due anni, oggi affidata a Donald Tusk, si è fatto il nome dell’ex Premier danese Helle Thorning-Schmidt, dell’attuale Primo Ministro belga Charles Michel e perfino quello di Angela Merkel. Su questa casella sarà più facile trovare un compromesso? 
È una questione semplice perché in realtà si può tenere scorporato dalle altre. È una nomina che arriva da sempre collegata alle altre ma da sempre il presidente del consiglio europeo è stato un ex Primo Ministro o, come nel caso di Donald Tusk, Primo Ministro in carica. Ecco perché alcuni suggerivano il nome di Angela Merkel che io trovo un’opzione non assurda visto che è un leader al termine della sua carriera politica e sta cercando di capire cosa fare dopo. È vero che con la transizione politica in corso in Germania si è più volte chiesta se ha senso abbandonare la poltrona visto che non  è del tutto convinta di chi dovrebbe succederle. Ha senso quindi pensare ad Angela Merkel anche se negli ultimi anni si è teso a non dare la Presidenza del consiglio europeo ad un Paese grande perché vorrebbe dire avere due persone di un paese grande alla guida dei vertici europei. C’è poi da dire che il presente del Consiglio europeo, come diceva Juncker qualche settimana fa, lavora poco perché di fatto si ritrova a gestire l’agenda dei leader. In questo senso, non è difficile che un tedesco ci vada. Diventa un po’ più difficile per un leader attivo come Merkel: di solito al Consiglio europeo, si nomina un leader iperattivo perché altrimenti non trovi nessuno che ti ascolta. E poi deve avere il consenso della maggioranza: Tusk, infatti, era stato nominato perché il suo partito era ancora al potere e sarebbe uscito dai giochi l’anno successivo.
Per quanto riguarda la Banca Centrale Europea, dopo 8 anni, ad ottobre, scadrà il mandato di Mario Draghi, la cui politica monetaria, negli ultimi anni, è stata fondamentale per la salvaguardia dell’Eurozona e, proprio ieri, ha scatenato, non per la prima volta, le critiche da parte del Presidente americano Donald Trump, feroce oppositore dell’UE e, in particolare, della Germania, per la questione del surplus commerciale. Il successore di Draghi potrebbe essere di rottura, come il tedesco Jens Weidmann, o in continuità, come il francese François Villeroy de Galhau, governatore della Banque du France, ed Erkki Liikanen, ex banchiere centrale finlandese. Di certo, non è una nomina di secondaria importanza, soprattutto in una congiuntura economica difficile per l’Eurozona. Quale sarà l’esito della partita per la guida dell’Eurotower?
Alcuni tedeschi indubbiamente aspirano alla Presidenza della BCE. È altrettanto vero che non stimano la politica espansiva di Mario Draghi. Però non sarebbe lungimirante da parte tedesca. Nella Germania ci sono due anime: quella più rigida e quella più morbida della ‘forza gentile’, di cui Merkel è sempre stata esponente. Se prevale, come penso sia più probabile, la linea Merkel, non ci immaginiamo, alla guida della BCE, una persona come Weidmann, da sempre critico della politica di Draghi e di rottura. Inoltre un Presidente tedesco alla guida della BCE farebbe ancora di più arrabbiare Trump che ce l’ha con l’UE per il surplus commerciale. Anche se, paradossalmente, proprio una politica come quella di Weidman andrebbe a ridurre tale surplus. Ma questo non verrà considerato da Trump. Tutto dipenderà dalle pedine che ci saranno. Ma se i francesi dovranno rinunciare ad un commissario economico perché lo hanno appena avuto, allora il compromesso alla BCE potrebbe essere un francese.
L’Italia, con un grande debito pubblico, esce dagli otto anni di Mario Draghi alla guida dal BCE. Dalla nascita della Banca Centrale Europea nel 1998 a oggi, l’Italia ha sempre espresso un membro del Comitato esecutivo della Banca. C’è il rischio che non sia più così?
Sul comitato esecutivo, si sta ingigantendo una questione che è più tecnica di quello che pensiamo. Il comitato è infatti costituito da sei persone (tra cui il Presidente e il Vicepresidente della BCE) e cinque persone indipendenti che vengono da Paesi diversi e quindi portano lustro a questo o quel Paese. È anche vero che votano insieme a tutte le banche centrali dell’Eurozona: quindi sono 19 Paesi più i sei membri del comitato esecutivo. Le decisioni vengono prese a maggioranza quindi i membri del comitato esecutivo hanno comunque un certo potere. Diciamo che la questione dirimente non è se l’Italia avrà uno o due membri, ma l’importante sarà se il nuovo Governatore sarà o meno in continuità con la politica di Mario Draghi e se riuscirà ad essere indipendente e non troppo legato agli interessi del Paese che lo esprime o, all’opposto, alle politiche conservative tedesche: quindi lasciare un po’ di spazio all’espansione, avvicinandosi al ruolo che ha la Federal Reserve americana, cioè con un’occhio anche all’occupazione e non solo, come dicono i trattati, all’inflazione.
Il ruolo del Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza dell’UE, incarico ricoperto negli ultimi cinque anni da Federica Mogherini, sarà la casella meno desiderata, visto che in molti ne sostengono l’inutilità?
Credo che in questo periodo di riemergere di nazionalismi il commissario per la politica estera sia considerato il meno influente al contrario di quello che volevano fare i trattati. È molto probabile che in questi cinque anni ci sarà uno scarso peso affidato a questa carica e questo potrebbe avere un effetto negativo al contrario per il personaggio che verrà scelto: probabilmente con un curriculum di alto livello, ma tale da non dare fastidio ai singoli governi.
Sulla riforma del Regolamento di Dublino, siccome il leader della Lega, Vicepremier e Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, parla molto di immigrazione, ma sembra non fare niente a riguardo, è possibile che inizi una vera discussione?
A prescindere dal governo in Italia, il Regolamento di Dublino non verrebbe riformato. L’Italia non avrebbe grande peso perché il Regolamento si riforma con maggioranze e nessun Paese non di primo ingresso ha interesse a fare questo.
Sul Documento quadro di Bilancio europeo (2021-2027) inizieranno a discutere visto che è un anno che ce l’hanno sul tavolo? 
Prima di novembre non si inizierà a parlarne.
Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha vinto le elezioni europee in Italia affermando di voler «cambiare l’Europa». Ma su una riforma dell’Eurozona in senso più solidaristico è veramente possibile un passo in avanti?
C’è una forte stasi. I Paesi tirano tutti dalla loro parte e anche quelli che tatticamente pensano in senso europeo, non hanno una strategia europea. Questo vale anche per Macron. Sui grandi temi, credo che la discussione che inizierà a novembre non porterà a nulla prima del 2020.
L’Italia, come affermato oggi dal Premier Conte in Parlamento, è impegnata per evitare la procedura d’infrazione per debito eccessivo. E’ plausibile che il governo stia ponendo sul tavolo delle trattative il dossier delle nomine per ottenere maggiore tempo per la procedura d’infrazione?
Non mi sembra possibile anche le trattative per le nomine vanno avanti da sole. È vero che tutto si collega con tutto, però le nomine sono una peculiarità di questo periodo. Che poi l’Italia riesca a ottenere più tempo è un discorso a parte ed è possibile, ma non dipenderà tanto dalle nomine che metterà sul piatto, bensì dipenderà da quello che gli altri Paesi riterranno più strategico fare per non essere sempre accusati dal governo italiano di essere quelli che impongono qualcosa: potrebbero quindi lasciare che le azioni del governo italiano parlino da sole.
Quindi, dal vertice di domani, possiamo già presagire zero risultati?
Assolutamente sì. L’unica cosa che forse uscirà è l’Agenda Strategica su cui i leader avrebbero dovuto accordarsi già a maggio, ma il documento che ne uscirà sarà un insieme un po’ annacquato di impegni per non scontentare nessuno.

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