domenica, Dicembre 8

Consiglio europeo, tra divisioni e speranze Quali i temi in agenda? Ne parliamo con Matteo Villa

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Domani, 28 giugno, inizia il Consiglio europeo che si concluderà venerdì 29. Un Consiglio che potrebbe rivelarsi – come ha auspicato, oggi, il premier italiano Giuseppe Conte parlando al Parlamento – «uno spartiacque» per un’ Europa «più forte, più giusta e più equa». E questo perché è l’ organo che definisce le direttrici generali dell’ Unione Europea, delineandone l’indirizzo politico e le priorità nel processo di integrazione. Nel suo consesso, siedono i capi di Stato e di governo: tale aspetto ne fa l’ espressione più alta della cooperazione tra i Paesi membri.

Tante le questioni sul tavolo tra cui l’ immigrazione, il bilancio europeo 2021-2027, la riforma della governance dell’ Eurozona, la difesa comune, la questione ‘dazi’, le sanzioni alla Russia, l’ accordo sul nucleare iraniano.  Insomma tanta carne al fuoco, ma cosa si otterrà da questo vertice? Perché? Ha risposto a queste domande Matteo Villa, ricercatore ISPI ed esperto di Europa e governance globale, geoeconomia e migrazioni.

 

L’immigrazione sarà, con tutta probabilità, il tema principale. Tenendo conto le recenti tensioni intraeuropee, come verrà affrontato? Quali geometrie di alleanze si svilupperanno?

Io non mi aspetto nulla. Le posizioni sono quelle di sempre, nonostante il cambio di governo. Le posizioni di questo governo, il governo Conte, sono molto più simili rispetto a quello passato e si sta riallineando man mano che passano i giorni: la proposta del governo, non necessariamente della Lega che preferirebbe non arrivassero, ritenendo sufficiente creare centri di accoglienza in Paesi terzi. Per quanto riguarda la riforma di Dublino, lo stesso Salvini, come il governo, hanno sostenuto di volere maggiore solidarietà da parte dell’ Europa. In secondo luogo, sui migranti, c’è sempre un muro: anzi, Merkel, assediata da Seehofer, si ritrova a dover chiedere maggior attenzioni sull’ immigrazione. La Germania di Angela Merkel, in questo momento, è un pochino meno dalla nostra parte e un po’ più verso la parte che vorrebbe chiudere. Questo è il quadro. Mentre al vertice ci sono pressioni sul governo italiano che vuole portare a casa qualcosa, ma anche su quello tedesco che ne vuole portare a casa un’ altra. Partiamo dal presupposto che questa è una crisi politica, non di flussi: i flussi verso l’ Italia si sono ridotti del 78 per cento, prima del governo Conte così come adesso; i flussi transfrontalieri Austria-Germania, quelli che secondo Seehofer vanno contrastati, sono in altrettanto calo nel senso che erano 160mila nel 2016 e sono diventati 15mila nel 2017, quindi il 90% in meno e, l’ anno scorso, più della metà delle persone colte a passare irregolarmente dall’ Austria alla Germania, sono già state rimandate in Austria, alla frontiera, perché non serve chiudersi visto che esistono delle regole, le regole di Shengen, che sanciscono che chi non ha sussistenza o altro può essere rimandato indietro. E questo succede quotidianamente, rendendo inutile imporre nuovi controlli. Perciò, le richieste di nuovi controlli sia sui flussi italiani che su quelli austro-tedeschi sono di natura del tutto politica. Questo spiega anche perché non è detto che dal vertice, in cui le posizioni saranno cristallizzate, esca altro se non un accordo su tutto ciò che prevede l’ esternalizzazione, cioè che gli altri si facciano carico di questi problemi. Sull’ interno non ci saranno progressi: quindi no alla riforma di Dublino, ma neanche un irrigidimento ulteriore di Shengen. Con questo non vuol dire che cadrà Merkel perché non avrà fatto nulla in Europa perché adesso la Cancelliera potrà dire di averci provato in tutti i modi, ma di non esserci riuscita per colpa degli altri. Siccome Seehofer non è sprovveduto, ha già detto diverse volte che non vuole far cadere Merkel. Quindi il possibile argomento che utilizzerà è: “l’ Europa è cattiva con noi, ma dobbiamo salvare il governo”. Quello che accadrà, secondo me, è: un nulla di fatto a livello intra-europeo, una maggiore spinta diplomatica per chiedere ai Paesi terzi di farsi carico dei nuovi flussi migratori, quindi diminuendo ulteriormente le partenze dalla Libia e chiedendo, quando si fanno i salvataggi, di riportarli in Paesi terzi non all’ interno dell’ Unione Europea, facendo questa sorta di hotspot, ovvero centri chiusi. Proposta, quest’ ultima, ventilata per anni, persino nel 2005 da Tony Blair. Non si è mai realizzata perché i Paesi terzi ritengono essere un problema nostro che, qualora ospitassero questi centri sul proprio territorio, diventerebbe loro. Diciamo che ci ritroveremo un impasse europea che spingerà l’ acceleratore sull’ accordo con Paesi terzi che, però, si concluderà comunque in un niente di fatto perché anche quei Paesi terzi, ad esempio Libia, Tunisia e Niger, ci diranno, come hanno già fatto, di no. Macron, dal canto suo, è in una posizione di terzo incomodo visto che non è per niente a favore di una maggiore solidarietà europea a livello di quello che chiede l’ Italia. Chiede solidarietà soltanto su quelli che vengono definiti ‘richiedenti asilo’ cioè quelli che, come dice Salvini, costituiscono il 6 o il 15 per cento di quelli che fanno richiesta d’ asilo in Italia: come dire, voi in Italia vi fate carico dell’ 85 per cento mentre i restanti sono fatti vostri. Il fronte di cui oggi fa parte anche l’ Italia è un fronte abbastanza isolato: l’ Italia dovrebbe far fronte con Francia e Spagna, ma quest’ ultima, viste le crisi diplomatiche delle ultime settimane, rischia di distanziarsi. E, dall’ altra, tutti gli altri, anche Merkel che di solito è più sulle posizioni italiane del ‘bisogna fare di più per i Paesi di primo approdo’ e che oggi è, invece, su posizioni molto diverse, nella speranza di portare a casa qualcosa che, in realtà, non porterà.

Altro tema centrale è il ‘Bilancio UE 2021 – 2027’. Perché è importante e come potrebbero impostarsi, a partire da questo vertice, le trattative a riguardo?

E’ importante perché si decide quello che farà nel lungo termine l’ Europa perché senza soldi non ci sono le politiche. Se il Bilancio europeo 2021-2017 vincolerà l’ Europa a fare delle cose, quelle più importanti sono: cosa fare nel periodo post BREXIT con un po’ meno risorse visto che l’ uscita della Gran Bretagna toglie 12 miliardi all’ anno, cercando, al contempo, di far vedere che l’ Europa è ancora forte e quindi tentando di investire più risorse nelle politiche GPC che più interessano agli Stati membri. Le politiche, soprattutto quelle agricole comuni e fondi di coesione, sono le partite su cui si vuole giocare maggiormente. Si perdono 12 miliardi, gli Stati membri non vogliono mettere più risorse, ma chiedono più politiche. In questo senso, alcuni dicono ‘vogliamo più politiche, ma non vogliamo rinunciare ad alcuni nostri privilegi’: un esempio è la Francia nella politica agricola comune. D’ altro canto, i fondi di coesione piacciono molto ai Paesi dell’ Est Europa che se ne sono avvantaggiati a partire dall’ allargamento nel 2004. La proposta fatta dalla Commissione cerca di coprire i buchi della ‘coperta corta’: quindi, considerando che il bilancio comunitario equivale all’ 1% del PIL dell’ intera UE, il 2% delle spese pubbliche nazionali. Su quello si deve lavorare: la proposta accontenta un po’ tutti, ma non l’ Italia. La prima parte del gioco, però, si svolgerà sulle grandi direttrici che sono: ‘fondi di coesione’ che, secondo la proposta della Commissione, saranno tagliati del 10%, ma per l’ Italia saranno aumentati del 6 per cento. Quindi c’è sia un taglio netto di tutti i fondi di coesione sia una redistribuzione interna dei fondi, a seconda dei Paesi. Ma siccome sono cambiati i criteri e poiché i Paesi dell’ Est sono molto cresciuti negli ultimi quindici anni, la redistribuzione penalizza diversi Paesi – per esempio, la Polonia, l’ Ungheria perdono il 50% dei loro fondi – ma avvantaggia l’ Italia che prenderebbe 3 miliardi di euro in più. Quindi su questo tema, noi dovremmo essere sollevati che, nonostante Brexit e il taglio netto, arrivino più soldi all’ Italia. D’ altra parte, l’ Italia è altrettanto felice per il fatto che la Commissione sostiene di aver approvato dei soldi da mettere sulle frontiere comuni: quello che una volta erano circa 10 miliardi di euro che spendevamo per le frontiere comuni (Frontex piuttosto che le guardie di frontiera nazionali aiutate), adesso, su proposta della Commissione, diventeranno 35 miliardi. Anche su questo ci sarà un dibattito. E se aumentano di 3,5 volte i soldi per la gestione delle frontiere, non aumentano, invece, le risorse destinate all’ integrazione dei migranti. Questa, però, c’è da dire che non è una battaglia che si gioca in sede di Consiglio, ma fuori: adesso tutti gli Stati membri sono d’ accordo, ma non sono d’ accordo gli operatori, come per esempio le ONG, o i settori più informati delle opinioni pubbliche. Si spendevano già solo 3 miliardi per l’ integrazione in Europa (a livello di fondi UE) rispetto ai 10 miliardi per le frontiere. Perciò, è molto probabile che questi soldi restino uguali (sempre circa 3 miliardi) per 7 anni rispetto a quell’ aumento di risorse per le frontiere. Il Consiglio europeo, dunque, converge, altrimenti la Commissione non l’ avrebbe fatta, ma su questo terreno si gioca il futuro dell’ Europa in quanto se i soldi verranno spesi per qualcosa che è spesa corrente come gestire le frontiere, si rischia di non investire nel futuro, ossia nell’ integrazione delle persone, nella massimizzazione delle probabilità che diventino contribuenti netti degli Stati.

Al tema del bilancio Ue, si collega quello della riforma della governance dell’ Eurozona: in particolare, il Meccanismo Europeo di Stabilità, che consentirebbe di evitare le crisi delle finanze pubbliche e bancarie attraverso, anche, una ristrutturazione del debito nazionale, e l’ Unione Bancaria, ovvero un sistema europeo di assicurazione dei depositi. Cosa pensa si potrà ottenere su questo fronte?

In generale, penso che sulla riforma dell’ Eurozona le spaccature siano molto profonde e non credo si faranno passi avanti su quello che manca di più importante in tema di governance, ormai diventata un puzzle, e cioè il completamento dell’ unione bancaria. Quindi la garanzia comune sui depositi che manca per rendere veramente l’ unione bancaria un’ unione comune, in cui lo scudo, in caso di fallimenti, provenga dall’ Europa. Su questo la Germania è contraria così come lo sono i Paesi Bassi e i ‘frugal four’, i quattro frugali del Nord. Proprio perché su quel fronte si rischia di fare poco, ci sono delle proposte che se non entrano nel bilancio pluriennale non ci saranno comunque. Dato che senza soldi non si fanno politiche, il vincolo di sette anni, questo un vero problema dell’ UE, lega le mani per un periodo veramente molto ampio. Questo è fondamentale perché una delle proposte su cui spinge l’ Italia, ma anche la Francia è quella di creare un bilancio dell’ Eurozona che permetta di fare due cose: sostenere gli investimenti e le riforme; combattere gli shock asimmetrici cioè quando c’è recessione in un Paese, ma un altro sta andando bene. In queste circostanze, ovviamente la politica monetaria non può fare nulla perché la BCE dovrebbe abbassare i tassi di interesse del Paese che va male e alzare quelli del Paese che va bene, fintanto che non riesce a trovare una via di mezzo, generando, però, polemiche. Quello che si dovrebbe fare in caso di shock asimmetrico consiste in trasferimenti fiscali per i Paesi che stanno perdendo. Nella discussione del bilancio pluriennale ci sono 30 miliardi per il programma di sostegno alle riforme e altrettanti per far fronte agli shock asimmetrici. Sembrano tantissimi, ma sono una cosa piccolissima: quindi fare dei nuovi fondi è interessante e già abbiamo escluso il fatto che saranno realizzati in un bilancio separato perché in questo caso la proposta è nel bilancio dell’ UE. In più sono poche decine di anni se si considera il tempo. Su questa proposta, probabilmente, anche la Germani convergerà proprio per il fatto che i miliardi sono pochi. Detto questo, sul bilancio pluriennale non si fanno passi in avanti oggi: è una cosa che si concluderà probabilmente ad inizio 2020 quando ci sarà una nuova commissione e avremo votato per il Parlamento europeo. Siamo all’ inizio delle trattative e, tutto sommato, non verranno fuori cose eclatanti perché le trattative molto spesso sono segrete. Diciamo che vedremo solo quello che i leader vorranno dire e, visto che le migrazioni monopolizzeranno il vertice, sarà anche un momento per far finta che il bilancio europeo non sia all’ ordine del giorno.

Quanta attenzione verrà riservata all’ aspetto della difesa comune europea?

Anche qui, un conto è il bilancio e, cioè, quello che si fa tutti insieme un conto è la cooperazione rafforzata che è quello su cui stanno andando un po’ tutti. Questo perché nel momento in cui ci si è bloccati sul fare progressi sulla difesa comune si è deciso di andare sulla cooperazione rafforzata. E’ vero che adesso sono 23 Paesi su 28 che hanno deciso di accodarsi al programma di difesa europea comune, ma è anche vero non sono tutti. In questo momento, nel bilancio momentaneo la difesa resta una parte marginale delle politiche europee. Non è questo un bilancio che spinge per la creazione vera di una difesa europea. Non è questo poi il punto principale perché sono le cancellerie europee, in primis, una difesa europea e, quindi, si continua a lavorare con 27 eserciti, 18 sistemi d’ arma differenti su molti settori, però si chiede alla Commissione di fare quanto più possibile perché gli eserciti inizino a collaborare. E questo vertice non potrà portare grandi frutti.

Tra i dossier sul tavolo, ci sarà anche la Brexit. Tutti i Paesi membri sono allineati in merito?

I Paesi europei sono allineati e questo è interessante perché il Regno Unito è veramente con le spalle al muro. E’ anche vero che nel Regno Unito non ci sono le idee del tutto chiare su quello che succederà nel senso che le imposizioni di Bruxelles sono state tutte accettate da Theresa May. Di fatto, adesso, ora siamo a quello chiamavamo ‘Hard Brexit’ in quanto vogliono ridurre la libertà circolazione e, di contro, ricevono tutta una serie di imposizioni da parte dell’ UE. Di fronte a ciò, abbiamo una data definitiva, importante che è il Consiglio europeo di ottobre perché se non si approva, a livello di Stati membri, l’ intero accordo su Brexit, poi non c’è tempo perché il Parlamento nazionale britannico e quello europeo ratificano l’ accordo. Noi pensiamo di arrivare al vertice europeo di giugno con un’ idea di quello che sarà Brexit alla fine. Ce l’ abbiamo già, ma non sappiamo ancora quello che succederà nel periodo di transizione. In questo quadro, quindi, con alcune cose ancora da discutere, si pensava che al vertice di giugno, si sarebbe arrivati con le idee molto chiare di Theresa May con l’ ultima parte di negoziato quasi conclusa. In realtà, nelle ultime settimane ci sono stati ampi dibattiti nel Regno Unito, addirittura nell’ ‘Eu withdrawal bill’, ovvero la legge per uscire dall’ UE che in realtà serve a prendere tutte le leggi comunitarie e ribaltarle a livello interno britannico in modo tale da poterle modificare. Si è tutto fermato e quello che pensavamo di fare, ossia di discutere questa volta in Consiglio, molto probabilmente non avverrà. Quello che farà il Consiglio sarà prendere atto che ci vuole ancora tempo e quindi rinviare alla scadenza che sapevamo già essere ottobre. Quindi non è aumentato il rischio di ‘No deal’: già sapevamo che sarebbe andata a finire così visto che le trattative di Brexit sono iniziate in ritardo e, con tutta probabilità, si arriverà all’ ultimo per concluderle. Inoltre, nel frattempo, Theresa May si è indebolita dopo le elezioni e, perciò, all’ accordo si arriverà alle battute finali. Diciamo che, a questo Consiglio, Brexit che poteva essere fino a qualche mese fa la questione principale, è scivolata parecchio nell’ agenda.

Sono scattati i dazi UE sulle Harley Davidson. Trump ha annunciato che potrebbero scattare, tra non molto, i dazi sulle automobili fabbricate in Europa. Sulla questione ‘dazi americani’, c’è unanimità all’ interno del Consiglio Europeo?

Il punto è che dazi e controdazi sono misure che decide, in primis, la Commissione e su cui, successivamente, si pronuncia il Consiglio. Per una volta, sono veramente competenza europea. I controdazi sono già partiti e Trump sta cercando di negoziare ancora una volta. Ha provato a convocare Merkel e Macron i quali gli hanno spiegato che non sono loro a decidere sui dazi perché è una politica veramente comunitaria. Incredibilmente e inaspettatamente, Trump sta un po’ pagando questa decisione perché sa che non può più dividere i Paesi europei e quindi dovrà andare a negoziare con tutti insieme. Inoltre, Trump avrebbe invitato (e sarebbe la prima volta dagli anni ’80 che succede) il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, proprio per parlare di questa questione. Quindi Consiglio europeo o no, che ribadirà la linea contraria alla guerra dei dazi, quell’ incontro tra Juncker e Trump sarà importante. E’ vero che i singoli Stati possono spaccarsi di più perché, ad esempio, la Germania è più esposta, però, per il momento, anche involontariamente dato che la politica commerciale è di competenza comunitaria, gli Stati sono compatti. Diciamo che questo dossier è uno dei pochi esempi, insieme all’ accordo sul clima di Parigi, in cui l’ Unione Europea dà il buon esempio. Il commercio e il clima costituiscono il fiore all’occhiello di un’ Europa spaccata su tutto il resto.

A questi si aggiunge anche il Trattato sul nucleare iraniano, sul quale l’ UE, sebbene Francia e Germania (oltre che Gran Bretagna) non ha arretrato di un millimetro. Sono tutti d’ accordo con la linea di Bruxelles?

Anche se non lo sono, non intendono spaccare l’ Europa su questo. Anche i Paesi che sono più freddi sull’ accordo e parlo di quei Paesi più vicini alla Russia, sono concordi.

E sulle sanzioni alla Russia?

Sono state prorogate le sanzioni che non sono controverse e cioè quelle che riguardano la Crimea mentre tra poche settimane si dovranno prorogare quelle che riguardano Minsk. Su quelle noi conosciamo la posizione iniziale del governo italiano per cui le sanzioni andrebbero tolte. Va detto che ciascun Paese potrebbe tranquillamente porre il veto perché è una di quelle decisioni sulle quali è prevista l’ unanimità. Se l’ Italia mettesse il veto, diverrebbe il guastafeste dell’ Europa perché persino l’ Ungheria ha intenzione di rinnovarle. Quindi, mi sembra di rivedere un ammorbidimento dei toni del governo italiano che, altrimenti, sarebbe isolato e diverrebbe il problema sulla Russia per l’ Europa. Penso che nel breve periodo l’ unanimità terrà. E’ vero che questo Consiglio europeo sarà molto importante a questo riguardo, ma le sanzioni scadranno a luglio e questo dovrebbe essere il momento in cui si decide se rinnovarle.

Quale sarà il ruolo dell’ Italia? Protagonista?

Su molti di quelli che saranno i temi del vertice, penso protagonista. Questo non vuol dire che riusciremo a portare a casa qualcosa. Mi verrebbe da dire: protagonisti, ma a parole.

Lei è pessimista o ottimista per il futuro dell’ UE?

Sono un moderato ottimista.  L’ UE ne ha passate di brutte negli ultimi anni. E’ vero che spesso non è riuscita a risolverle, ma, sinceramente, non vedo un rischio per la tenuta dell’ UE alle porte.

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