domenica, Novembre 17

Conoscere, conquistare e viceversa Il curioso caso di Benedict Allen ci fa riflettere sull’esplorazione

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La Papua Nuova Guinea è uno Stato dell’Oceania, appartenente al Commonwealth. Con capitale Port Moresby, essa confina a ovest unicamente con l’Indonesia, con cui condivide l’isola della Nuova Guinea, e costituisce, da un punto di vista naturalistico, un paradiso della biodiversità. Molte aree interne dell’isola sono ricoperte da foreste fittissime, difficilmente accessibili, e chissà quante ricchezze zoologiche, botaniche e minerarie celano. La popolazione stessa è un’intricatissima trama di culture, etnie, lingue e religioni diverse: al suo interno più di 850 lingue diverse, con una media di una lingua parlata ogni 7000 abitanti (è il secondo Stato al mondo in questa speciale classifica: il primo è Vanuatu, con una ogni 2000).

La Papua Nuova Guinea è letteralmente disseminata di piccole tribù di diversa discendenza, con usanze spesso totalmente diverse da loro, che si sono cementate e differenziate in millenni di esistenza passate fra le densissime foreste oceaniche. Gli abitanti di questo particolarissimo Stato sono circa 7300000; anzi, da qualche giorno sono 7300001, da quando Benedict Allen, documentarista per la ‘BBC’ e scrittore, si è ritrovato, suo malgrado, bloccato in una delle zone più inaccessibili dell’isola e, vista la difficoltà di accesso della zona, è costretto a rimanerci ancora per qualche giorno, in attesa che si organizzino i soccorsi. Cosa ci faceva lì, Allen?

Allen è un esploratore solitario, che già più volte nella sua carriera ha preso parte a questo genere di avventure, mosso da interessi prettamente scientifici. Ma gli interessi scientifici non sono gli unici che spingono l’uomo a esplorare terre poco conosciute, se non ignote, per cui, cos’è che spinge l’uomo, sull’esempio di Ulisse, a varcare l’estremo confine delle Colonne d’Ercole?

Ci sono varie ragioni: scientifiche, militari, politiche, economiche e culturali, e non necessariamente in quest’ordine. Prendiamo a esempio Alessandro Magno, che a soli 25 anni aveva già costruito un impero che andava dalle coste orientali del Mare Adriatico ai confini dell’odierna India. Quella dell’imperatore macedone è stata principalmente una conquista di tipo militare, per sottomettere i territori dell’Impero persiano, nemico di sempre, ma fu anche una grande operazione culturale di conoscenza del nemico, che si concluse con l’esperimento, non proprio riuscito, di creare un popolo nuovo, che si formasse dalla miscela dell’anima greco-occidentale e di quella persiano-orientale. Nelle sue spedizioni militari, Alessandro portava con sé geografi, scienziati, uomini di cultura che arricchissero il bagaglio di conoscenze, consci che conquistare è conoscere.

Sono le stesse ragioni che hanno spinto la monarchia spagnola, nel 1492, a finanziare il viaggio di Cristoforo Colombo verso l’Occidente, per trovare una via più rapide per raggiungere le Indie. Ragioni economiche, quindi, che avrebbero altresì affermato la preminenza politica della Spagna sul resto del mondo, e la sua potenza militare. Non è possibile, però, fare tutto questo senza un’adeguata conoscenza del luogo. Tzvetan Todorov, illustre storico, nel suo ‘La conquista dell’America’ ci spiega come, non appena le tre caravelle incontrassero le nuove terre lungo il proprio percorso, si procedesse a dare loro un nome che, necessariamente, non era il nome che era stato dato loro dagli autoctoni: ecco El Salvador, ecco Hispaniola (l’odierna Cuba), ecco Santo Domingo. Il semplice fatto di dare un nome nuovo a queste terre e quindi di renderle riconoscibili agli occhi degli europei, costituiva un piccolo atto di conquista, sottraendole in qualche modo la loro vecchia identità e conferendone una nuova, europea. Quindi, in questo senso, è anche vero che conoscere è conquistare.

Vi erano poi continenti conosciuti da sempre, come l’Africa e l’Asia, che avevano vastissime aree mai esplorate da occhio umano (o, perlomeno, da occhio europeo). La conoscenza di questi territori vastissimi e ricchissimi di risorse diventava essenziale da un punto di vista strategico per le potenze imperiali europee. Il Congo, appartenente al Belgio e sede di uno degli imperialismi più feroci della storia, rappresenta un vero e proprio Bengodi delle risorse minerarie: i diamanti, i metalli, il carburante fossile, etc. Anche oggi, con le miniere di coltan (materiale fondamentale per fabbricare i microchip), rappresenta un’area di interesse strategica per le multinazionali occidentali, ovviamente a danno della popolazione locale, che non riesce a godere dei frutti della propria terra.

Una volta finite le terre da conquistare, non è finita l’esplorazione. Con la fine delle conquiste, che possiamo far concludere ai primi del Novecento, con le più o meno fortunate esplorazioni di Amundsen e Shackleton in Antartide, l’esplorazione ha cambiato gli obiettivi, ma non gli scopi. Si è continuato con l’esplorazione dei territori già conosciuti, per scoprire quanto più possibile queste terre nascondessero: l’arrivo alle risorse prima delle altre potenze diventava ancora più strategico in un secolo, qual è stato il Novecento, di pressoché ininterrotta corsa agli armamenti, con le due Guerre Mondiali e la Guerra Fredda, che, più delle altre due, basava sull’’arrivare prima’ del nemico a determinate conquiste. L’esplorazione si sposta su un piano immateriale, nell’infinitamente piccolo, con le varie ricerche nucleari, o nell’infinitamente grande, come lo spazio. John Fitzgerald Kennedy, in uno dei suoi celebri discorsi, ha parlato di conquista della ‘Nuova Frontiera’, quella della scienza, quella dello spazio. L’esplorazione spaziale è stata infatti uno dei tanti terreni su cui si è combattuta la Guerra Fredda, che si può dire vinta, su questo piano, con la conquista della Luna nel 1969 da parte americana. Esplorazione che ha avuto, anche in questo caso, valore scientifico, ovviamente, politico, economico e militare. Conoscere la Luna è stata conquistarla, conquistare la Luna è stata conoscerla.

Che senso ha, oggi, esplorare? La Terra è stata esplorata in lungo e in largo, la Luna è stata visitata qualche altra volta dal’69 e c’è chi progetta un’avveniristica spedizione su Marte. Tuttavia, il nostro Allen, sperduto in Papua Guinea, con la sua disavventura ci dimostra come nulla è mai davvero completamente conosciuto, nulla è mai davvero completamente conquistato, nulla è mai davvero completamente esplorato: finché ci saranno foreste inesplorate, ci saranno risposte da dare alle domande che ci poniamo, anche in un’epoca che apparentemente ci dà l’illusione di aver saziato tutte le nostre curiosità. 

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