domenica, Giugno 16

Congo – Uganda: nuove tensioni sul confine I servizi segreti ugandesi hanno ventilato la possibilità che il gruppo islamico Forze Democratiche Alleate – ADF stia organizzando una invasione dal Congo. Ma le ADF non esistono più

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Massima allerta alla frontiera ugandese con la Repubblica Democratica del Congo. Due divisioni di fanteria sono state inviate a proteggere i confini, in stretta collaborazione con le Unità di Difesa Locale, milizie cittadine del nord create durante la guerra civile contro il Lord Resistence Army e sotto il controllo del Uganda Popular Defence Forces – UPDF, l’Esercito ugandese.  Questa allerta nazionale è stata lanciata dopo che i servizi segreti ugandesi hanno ventilato la possibilità che il gruppo islamico Forze Democratiche Alleate – ADF stia organizzando una invasione dal Congo.

Questo gruppo armato nacque dall’unione di tre movimenti guerriglieri che si opponevano alla presa del potere di Yoweri Museveni avvenuta nel 1987: il Movimento Alleato Democratico, il NALU Esercito Nazionale di Liberazione dell’Uganda e il UMLA Esercito Mussulmano di Liberazione dell’Uganda, affiliato al gruppo terroristico Tablighi Jamaat. Il leader di questa coalizione di gruppi armati era Jamil Mukulu, un ex cattolico convertito all’Islam radicale. I guerriglieri del ADF provenivano principalmente dal centro del Paese, in particolare dai distretti di Iganga, Masaka e Kampala.
Il loro obiettivo era instaurare una Repubblica Islamica. Museveni, impegnato sul fronte nord contro il Lord Resistence Army, per quasi 12 anni adottò misure di contenimento militare contro le ADF senza, però, distruggerle, forte del mancato supporto popolare a questa ribellione islamica. Quando il LRA fu sconfitto, l’Esercito ugandese si concentrò sulle ADF. Una campagna militare di 4 mesi attuata nel 2004 decimò il movimento, costringendo i sopravvissuti (circa 300) a rifugiarsi nel vicino Congo.
Quasi scomparse, le ADF ritornarono alla ribalta della cronaca internazionale nel 2010, quando iniziarono una serie di attacchi e massacri contro la popolazione dei distretti di Beni, Bunia, Lubero e Butembo, nella Provincia del Nord Kivu, est del Congo. Attacchi che durano tutt’ora e principalmente indirizzati contro l’etnia Nande, originaria dell’Uganda, stabilitasi in Congo 400 anni fa, e detentrice del potere economico del Nord Kivu.
Il Brigadiere Richard Karemire, portavoce del UPDF, ha affermato ai media ugandesi che l’Esercito è in grado di impedire ogni tentativo di invasione da parte delle ADF. Secondo il Governo il pericolo sarebbe reale. I guerriglieri islamici da 300 unità registrate nel 2004 sarebbero passate a qualche migliaia dopo aver reclutato civili congolesi in questo ultimo anno. Qualcuno li avrebbe anche ben armati ed equipaggiati di moderni mezzi di comunicazione. «L’esercito è stato messo in massima allerta ed è in grado di respingere qualsiasi tentativo di invasione», rassicura il Brigadiere Karemire.

Nelle vicende del ADF qualcosa non quadra da molto tempo. Nel dicembre 2017, l’Esercito ugandese invase il Nord Kivu per distruggere le ADF. L’azione militare non era stata concordata con l’Esercito congolese FARDC, che, però, tollerò l’azione militare del Paese vicino che violava palesemente la sovranità territoriale del Congo. Ufficialmente l’Uganda intervenne solo attuando raid aerei. La realtà fu ben diversa. Interi reparti di fanteria furono inviati oltre confine e si spinsero a combattere fino nella provincia del Sud Kivu.
L’invasione del Congo da parte delle forze armate ugandesi avviene due settimane dopo l’attacco al campo militare della MONUSCO a Semuliki, vicino alla città di Beni, nella provincia del Nord Kivu, da parte di forze militari ben armate e organizzate. Lo scontro fu violentissimo e il bilancio un un orribile tributo di sangue per i Caschi Blu: 15 morti e 53 feriti. Le vittime furono per la maggioranza soldati tanzaniani della Forza di Pronto Intervento, un reparto di élite affiancato, dal 2013, alla MONUSCO, all’epoca per combattere la ribellione Banyarwanda del M23. Durante lo scontro anche 5 soldati dellEesercito regolare congolese (FARDC) furono uccisi. Il massacro di Semuliki rappresenta la peggior sconfitta militare dei Caschi Blu presenti in Congo da 15 anni.
Anche in quella occasione fu data la colpa ai ribelli mussulmani del ADF. Per molti esperti congolesi e regionali la realtà è estremamente diversa. Le ADF di fatto non sarebbero mai riuscite a riprendersi dopo la sconfitta inflitta dalle forze regolari ugandesi del 2004. Il gruppo islamico di fatto non esisterebbe, ma la sua sigla sarebbe presa in prestito dal Governo di Kinshasa e dai terroristi ruandesi FDLR in una classica operazione di cover up.

Dopo la fuga in Congo tra il 2010 e il 2012 le ADF erano riuscite a reclutare alcuni congolesi. Il loro intento era quello di ripristinare le loro forze tramite nuove reclute e ritornare a combattere il UPDF in Uganda. Intento abortito grazie a tre offensive militari dell’Esercito congolese, l’ultima nel 2014. l’Offensiva Sukola I con l’assistenza di consiglieri militari e truppe di élite ugandesi. Durante le prime due offensive le ADF perdettero molti miliziani e cercarono di sopravvivere alleandosi al gruppo ribelle Esercito Popolare Congolese (Armè Popularie du Congo APC). L’offensiva Sukola I riscontrò ottimi successi e il leader delle ADF Jamil Mukulu fuggì in Tanzania, dove venne arrestato nel 2015. I reparti superstiti delle ADF si ritirarono presso alcune aree remote del Ituti e del Lago Edward. Le loro forze non sarebbero ora in grado di lanciare offensive militari di rilievo.

Un rapporto redatto nel settembre 2017 dal Gruppo di Ricerca sul Congo presso l’Università di New York accusa lo Stato Maggiore dell’Esercito congolese di aver attuato le pulizie etniche contro la tribù Nande e di essere l’autore materiale dei peggiori massacri avvenuti tra il 2014 e il 2016. Il rapporto cita testimoni oculari che affermano che molti villaggi del distretto di Beni sono stati circondati dall’esercito regolare che ha abbattuto senza pietà i civili che non erano riusciti a fuggire. Secondo il rapporto l’esercito congolese starebbe portando avanti una strategia di pulizia etnica contro i Nande utilizzando il fantasma delle ADF per depistare colpe e responsabilità.
Le pulizie etniche contro i Nande rientrerebbero nella strategia del Caos Totale del Presidente Joseph Kabila, ideata per mantenere il potere e difendere gli immensi profitti derivanti dal traffico illegale di minerali preziosi nell’est del Paese in collaborazione con milizie locali Mai Mai e i terroristi ruandesi FDLR.
 Le operazioni contro i Nande sarebbero state affidate al Generale Akili Mundos, sospettato di avere dei contatti con quello che rimane delle ADF e del APC. Vari testimonianze riportate al Gruppo di Ricerca sul Congo, affermano che il Generale Mundos opera contro i civili congolesi avvalendosi di reparti d’élite dell’esercito regolare e di miliziani di vari gruppi armati locali implicati nel traffico di minerali assieme alla Famiglia Kabila, assunti come mercenari. Immancabilmente il Generale Mundos dopo ogni massacro incolpa il gruppo islamico ugandese ADF.

I caschi blu della MONUSCO da almeno 6 anni hanno tollerato le azioni militari delle FDLR, compresa l’infiltrazione nel vicino Burundi, dove ora i terroristi ruandesi sono i principali alleati militari e politici del regime razial nazista del ex Presidente Pierre Nkurunziza. La MONUSCO ha adottato anche un atteggiamento passivo e accondiscendente verso il regime di Kinshasa, nonostante sia a conoscenza dei massacri ordinati dal Presidente Kabila contro la propria popolazione all’est del Congo.

Queste complicità e connivenze non hanno però evitato che l’alleanza MONUSCO – Kinshasa – FDLR (favorita dalla Francia) si stia ora incrinando. Dopo aver definitivamente sconfitto la Chiesa Cattolica, il Presidente Kabila ha iniziato a temere che i caschi blu ONU possano essere utilizzati dagli Stati Uniti per favorire azioni eversive o un colpo di Stato impedendogli di diventare presidente a vita. Questo sospetto ha trasformato la MONUSCO da alleato a pericolo per la tenuta del potere della Famiglia Kabila. I primi segnali della rottura con i caschi blu sono stati evidenti lo scorso aprile, quando il Presidente congolese affermò che il processo elettorale doveva essere gestito dai congolesi senza interferenze straniere.

Il vero obiettivo dell’invasione ugandese in Congo del dicembre 2017 sarebbe stato quello di eliminare i terroristi ruandesi delle Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (FDLR), che dal 2015 occupano la zona di Eringeti, area strategica per la presenza di minerali preziosi e per il controllo dei traffici illeciti tra Uganda e Congo, e rafforzare la collaborazione economica tacita instauratasi tra KinshasaKampala e Kigali nel lucroso affare dei così detti minerali insanguinatiQuesto l’obiettivo dell’ingresso dell’Esercito ugandese nel Nord Kivu, in Congo. Questo quanto le nostre fonti locali ci hanno trasmesso.
Una collaborazione che ebbe vita breve. Già nel giugno 2018 il patto segreto tra Kinshasa, Kampala e Kigali stava naufragando. Il mese successivo Rwanda e Uganda accettarono di fare parte della forza di invasione assieme a Angola e Congo Brazzaville per invadere il Congo, qualora il Presidente Kabila si fosse candidato alle elezioni o avesse ulteriormente spostato il calendario previsto per il prossimo 23 dicembre 2018. Il piano, ‘Isolamento e Distruzione’ fu ideato dal Segretario di Stato americano Mike Pompeo su ordini del Presidente Donald Trump e l’appoggio della Francia. L’invasione non avvenne in quanto, con abile mossa, il Rais rinuncia alla Presidenza nominando un delfino, Emmanuel Ramazani Shadary, incaricato di curare gli interessi della Famiglia Kabila fino alle prossime elezioni del 2023,  Kabila potrà presentarsi come candidato.

Il segnale più evidente del deterioramento delle relazioni tra Congo e Uganda avvenne il 5 luglio quando la marina militare ugandese attaccò una pattuglia navale congolese all’altezza del villaggio Kyavinyonge, sul lago Alberto, noto precedentemente come Lago Mobutu Sese Seko, uno dei grandi laghi africani. Il settimo lago più grande dell’Africa e il ventisettesimo lago al mondo per volume d’acqua. Sui fondali del lago Alberto sono stati scoperti immensi giacimenti di petrolio, grazie alle attività di esplorazione della compagnia petrolifera britannica Tullow.  Due battelli militari ugandesi di pattuglia costiera attaccarono un battello della marina militare congolese. Secondo la versione fornita dal maggiore Jean Tsongo dell’Esercito congolese, i battelli di pattuglia ugandesi aprirono il fuoco per primi dando il via ad una breve ma cruenta battaglia navale. Secondo varie fonti l’attacco della marina militare ugandese fu fatto per impedire ad un gruppo di mercenari congolesi di giungere il Ruanda attraverso l’Uganda per supportare i tentativi di invasione delle FDLR.

Se le ADF non esistono più chi è che minaccia l’Uganda e quali sono i suoi obiettivi? Vari esperti concordano che il gruppo islamico ADF non esista più, ma la sua sigla sarebbe usata da miliziani congolesi coordinati dalle FDLR e dal Governo di Kinshasa per destabilizzare il Nord Kivu e l’Uganda. Lunedi 26 novembre i presunti ribelli ADF hanno attaccato la cittadina di Oicha, a 30 km au nord de Beni, Nord Kivu, uccidendo sei civili. Martedì 27 novembre migliaia di persone hanno manifestato nella città di Beni, accusando il Governo di complicità in questi attacchi che mirano alla pulizia etnica dei Banande.

Le precauzioni prese dall’Esercito ugandese di proteggere i suoi confini con il Congo evidenziano un reale pericolo. Se associato ai vari tentativi di invasione del Rwanda e alla situazione in Burundi, si intravvedono tutti gli elementi per una terza guerra Pan-Africana nella regione. Tutto si deciderà dopo le elezioni congolesi, nel corso delle quali Ramazani dovrebbe ottenere una facile vittoria su una opposizione debole e disunita. Inutile dire che l’instabilità all’est del Congo, i rischi di invasione di Uganda e Rwanda e la situazione in Burundi gravitano attorno alle immense risorse naturali della Regione e le ADF sono un comodo fantasma da utilizzare all’occorrenza per trasformare una guerra per le risorse naturali in una ipotetica quanto irreale guerra etnica – religiosa.

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