giovedì, Aprile 25

Congo: Tshisekedi si ribella a Kabila, forse Il nuovo Governo di Tshisekedi ammette responsabilità nel massacro di Yumbi. E’ la prima ammissione di responsabilità governative nella escalation di conflitti etnici nel Paese

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Approfittando del fatto che tutti i riflettori erano puntati sulle elezioni, il 16 e il 17 dicembre era stato compiuto un esecrabile massacro presso tre villaggi del remoto distretto di Yumbi, a 350 km dalla capitale del Congo, Kinshasa. In due giorni furono uccisi 535 civili con dinamiche che ricordano molto quelle genocidarie dei terroristi ruandesi –FDLR.

Le testimonianze dei sopravvissuti svelano scene orrende. Neonati gettati nelle fosse settiche, donne incinte sventrate, mutilazioni genitali. Veri e propri crimini di guerra.  Una indagine preliminare condotta dalle Nazioni Unite rivelava la responsabilità di politici e amministratori locali e di alcuni generali, tutti vicini all’ex Presidente Joseph Kabila.

Il massacro non è stato spontaneo, bensì organizzato nei minimi dettagli con uomini armati che hanno supportato milizie dell’etina Banunu nell’attacco ai villaggi dell’etina Batende, a causa di una disputa territoriale sulla sepoltura di un capo villaggio Banunu. Secondo le prime indagini, gli attacchi sono stati attuati usando tattiche militari, e vari assalitori indossavano le uniformi dell’Esercito congolese FARDC.

Nelle settimane successive al massacro furono sostituiti vari ufficiali dell’amministrazione pubblica, della Polizia e dell’Esercito in stanza nel distretto di Yumbi, ma il Governo di Kinshasa ha sempre negato ogni responsabilità, proteggendo alti politici e generali vicini al rais.

A grande sorpresa l’Amministrazione guidata dal neo-Presidente Félix Tshisekedi ieri ha ammesso per la prima volta che politici e ufficiali dell’Esercito sono coinvolti nel massacro, definito da Marie-Ange Mushobekwa, Ministro congolese per i Diritti Umani, «una vergogna per la Repubblica Democratica del Congo». Frase pronunciata a Ginevra durante un incontro con il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che a breve pubblicherà i risultati delle prime indagini, a cui ha partecipato lo stesso Governo congolese.

Secondo le Nazioni Unite e, sorprendentemente il Governo di Kinshasa, le inchieste svolte hanno dimostrato la responsabilità del Governo nel coprire autorità politiche e militari nazionali e locali, ammettendo che Governo e Stato Maggiore delle FARDC erano stati avvisati giorni prima dell’imminente attacco ai tre villaggi ma non avevano preso alcuna misura preventiva.

Secondo il Ministro Mushobekwa, Tshisekedi ha ordinato che i risultati della inchiesta governativa, svolta in parallelo a quella internazionale, siano a breve sottoposti alle Nazioni Unite. L’inchiesta confermerebbe il coinvolgimento di politici e ufficiali dell’Esercito. «Gli autori del massacro devono essere tradotti davanti alla giustizia congolese per rispondere dei loro atti. Siamo consapevoli che senza giustizia non sarà possibile costruire una pace durevole nella Repubblica Democratica del Congo»,  ha dichiarato Mushobekwa.

Questo atto di giustizia ha sorpreso gli osservatori regionali, in quanto è la prima ammissione di responsabilità governative nella escalation di conflitti etnici nel Paese, iniziata nel 2015 e attuata dall’Esercito congolese in collaborazione con milizie paramilitari congolesi e gruppi terroristici stranieri, rientrante nella orrenda strategia della tensi0ne ideata da Kabila per mantenere il potere.
Questi conflitti etnici sono spesso un specchietto per le allodole per nascondere dispute sul controllo di territori ricchi di minerali o piani di pulizia etnica come quello rivolto contro l’etnia di origine ugandese Nande, nel Nord Kivu, che ora rischia il genocidio.

Molto probabilmente le responsabilità non arriveranno a coinvolgere i pezzi grossi e l’ex Presidente Kabila, ma varie teste intermedie potrebbero cadere tra politici e ufficiali dell’Esercito a livello locale e nazionale, interrompendo l’immunità concessa per anni per questi massacri, apparentemente etnici, ma con chiari fini politici ed economici.
Alcuni osservatori regionali intravvedono un inizio di ribellione da parte di Tshisekedi contro il suo padrino Kabila, che ha reso possibile la sua nomina presidenziale grazie alle frodi elettorali che non hanno permesso l’ufficializzazione della vittoria riportata dal candidato Martin Fayulu, ora impegnato in una tourné presso le principali capitali europee per promuovere la sua causa.
Una tournè che difficilmente otterrà i risultati sperati, in quanto Unione Europea e Stati Uniti hanno ufficialmente accettato l’inganno di Kabila e la presidenza di Tshisekedi, anche se priva di qualsiasi legalità.

Altri osservatori regionali sono più propensi a pensare ad una strategia ideata dallo stesso Kabila di riabilitazione dell’immagine internazionale del Congo promossa per rafforzare un Governo che ha una natura puramente transitoria, in attesa della ricandidatura di Kabila alla Presidenza nelle elezioni del 2023. Un Governo e un Presidente privo di poteri reali che deve solo gestire la normale amministrazione e salvaguardare gli interessi del rais prima del suo ritorno alla guida del Paese.  Nonostante questa promettente apertura verso una giustizia imparziale il Governo Tshisekedi sembra impotente dinnanzi al piano di pulizia etnica attuato dai terroristi ruandesi FDLR contro i Nande con l’obiettivo di creare una Hutuland nel Nord Kivu. Gli sviluppi di questo piano eversivo ci sono stati spiegati da un giornalista Nande, a breve verranno pubblicati da ‘L’Indro’.

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