martedì, Marzo 31

Congo: sulle elezioni presidenziali Chiesa Cattolica in allarme CLC, braccio politico di vescovi congolesi e Vaticano, pronto alla mobilitazione se le elezioni fossero nuovamente rimandate o a rischio democratico; Kabila pare non preoccuparsene

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La Chiesa Cattolica, dal dicembre  2016 impegnata in una assidua opposizione politica al regime del Presidente Joseph Kabila, lancia l’allarme sulle elezioni previste per il prossimo dicembre. Lo fa attraverso il Comitato Laico di Coordinazione (CLC), lo strumento politico dietro il quale si nascondono sia i Vescovi congolesi che il Nunzio Apostolico del Vaticano.
E’ giustificato questo allarme? Il Presidente Kabila ha dichiarato di rinunciare a presentarsi come candidato e la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) ha fissato la data delle elezioni presidenziali e amministrative per domenica 23 dicembre 2018. Le richieste della Chiesa Cattolica e dell’opposizione sembrano essere finalmente accolte dopo che le elezioni sono state rinviate varie volte dal dicembre 2016, originando proteste popolari represse nel sangue dal regime LIN.

Il grido d’allarme sembra più che giustificato. Il regime sta tentando di organizzare elezioni truffa, impedendo una limpida partecipazione al voto, creando barriere ai partiti di opposizione e vi è addirittura il serio rischio che le elezioni vengano nuovamente rinviate. Lo spiegano i membri del CLC in un documento di 5 pagine pubblicato il Primo Maggio, la Festa dei Lavoratori. Il documento è firmato dalla Coordinazione Nazionale del CLC: Jonas Tshiombela, Isidore Ndaywel, Justin Okana e dai rappresentanti CLC provinciali: Raphael Wakilongo (Bukavu Sud Kivu), Leonard Kalanganayi (Kananga), Marc Mpongo (Kinshasa), Floribert Asiane (Kisangani), Me’ Hubert Tshiswaka (Lumumbashi) e Ivon Eanga (Mbandaka).

Il primo tranello di Kabila riguarda proprio il calendario elettorale. Il 23 dicembre 2018 si dovrebbero tenere le elezioni Presidenziali, amministrative e provinciali secondo quanto dichiarato dalla CENI. Eppure a distanza di 55 giorni dal 24 giugno 2018 (data ultima per l’apertura delle candidature per le provinciali) e a 86 giorni dal 25 luglio 2018 (data ultima per l’apertura delle candidature alle Presidenziali e amministrative) la CENI continua a perdere tempo nel tentativo di imporre il voto elettronico, contestato dalla stesso Governo della ditta incaricata a fornire le macchine elettroniche di voto, la Sud Corea. Deve ancora iniziare l’iscrizione dei cittadini congolesi residenti all’estero (calcolati sui 3 milioni di votanti), l’approvazione delle procedure di spoglio, la formazione degli agenti elettorali. Secondo il Comitato Laico di Coordinazione la CENI non riuscirà a rendere pubblico il calendario elettorale e le liste dei candidati entro il 19 settembre 2018.

Nessuna misura è stata adottata per garantire una libera ed equa concorrenza politica alle elezioni. Nessun oppositore politico arrestato durante i convulsi mesi di proteste è stato liberato. A nessun oppositore politico costretto all’esilio è stato concesso di ritornare senza problemi. Gli spazi democratici e mediatici sono inesistenti. Il divieto di manifestare non è stato abrogato. La lista dei partiti autorizzati a partecipare alle elezioni non è stata pubblicata.

La CENI è accusata di essere partigiana e di elaborare continue strategie per favorire il candidato che sarà scelto dal Presidente Kabila per sostituirlo (temporalmente) alla presidenza. Stesso dicasi della Corte Costituzionale, teoricamente chiamata a gestire eventuali contenziosi sulle candidature o sui risultati elettorali. La Corte Costituzionale in più occasioni ha dimostrato di essere uno strumento al servizio del regime che si astiene a bloccare tutti gli atti incostituzionali decisi dal rais per rafforzare il suo potere e il controllo sul Paese o, per meglio dire, sulle ricchezze del Paese. Gli esempi più recenti sono la nomina per decreto presidenziale dei Governatori di Provincia non soggetti al voto popolare, la proroga del mandato presidenziale scaduto il 21 dicembre 2016, il rifiuto di prendere in considerazione i ricorsi presentati da Deputati e Senatori sulla legge elettorale recentemente approvata che favorisce unicamente il partito al potere.

Secondo il Comitato Laico di Coordinazione le elezioni previste per il prossimo dicembre non promettono nulla di buono. Il CLC individua due scenari. Nel primo vi è la possibilità che la CENI rinvii nuovamente e all’ultimo minuto la data delle elezioni adducendo pretesti classici: problematiche logistiche per organizzare i seggi, insufficienza di fondi, etc. Nel secondo vi è la possibilità che CENI e Corte Costituzionale gestiscano le elezioni senza alcuna garanzia di trasparenza e di credibilità.

Dinnanzi a questi inganni e reali rischi il CLC informa nel suo lungo comunicato che metterà fine alla tregua concordata con il Governo decisa un mese fa per offrire a tutti gli attori politici di trovare compromessi e soluzioni per garantire libere e trasparenti elezioni. Il CLC annuncia che preparerà una serie di manifestazioni e proteste su tutto il territorio nazionale, chiedendo al popolo congolese di aderire in massa e di mobilitarsi in sostegno di tutte le iniziative che il CLC promuoverà per fare pressione al regime di Kabila. Il CLC sfida nuovamente il regime in nome del «rispetto della dignità del popolo congolese, della libertà confiscata dal regime, la protezione e la promozione del patrimonio nazionale comune: la Repubblica Democratica del Congo».

Al momento nessuna reazione è stata registrata da parte governativa. Secondo alcuni analisti regionali, la decisione di riaprire il conflitto sociale presa dal Comitato Laico di Coordinazione evidenzia una grossa frustrazione della Chiesa Cattolica e del Vaticano nel constare che, nonostante tutti gli sforzi compiuti per assicurare libere elezioni e un processo democratico che passi attraverso un cambiamento di regime, il rais sembra intenzionato a proseguire per la sua strada, trasformando l’impegno della Chiesa Cattolica in un semplice ‘Latrato di cani innocuiì come sono state recentemente definite le proteste organizzate dal CLC da alcuni parlamentari del partito al potere.

Kabila ha due obiettivi prioritari. Il primo e’ di individuare un uomo di paglia che sia disposto a sedere per cinque anni sulla poltrona presidenziale senza potere, eseguendo alla lettera gli ordini del Clan dei Mobutisti e del Rais. Ordini tesi a difendere con le unghie e con i denti gli immensi profitti derivanti dal traffico di minerali e idrocarburi. Il secondo di assicurare la vittoria elettorale a questo candidato tramite truffe celate che rendano credibile il risultato elettorale. Se questi due obiettivi non saranno raggiunti le elezioni verranno nuovamente rinviate.

La decisione di rinviare le elezioni può essere presa senza problemi in quanto manca una seria opposizione nazionale e i rischi di guerriglie capaci di spodestare il regime di Kabila sono stati annullati dagli accordi segreti con Uganda e Rwanda per la gestione dei minerali e idrocarburi in cambio di una neutralità politica militare che favorisca esclusivamente l’attuale Governo. Il Vaticano sta rischiando di sbattere la testa contro il muro, alzando il tiro dello scontro, attraverso il Comitato Laico di Coordinazione che, di fatto, è un paravento senza alcun potere e indipendenza, delle decisioni prese dal Nunzio e dai Vescovi cattolici congolesi. Tra i corridoi del potere a Kinshasa, con ironia e disprezzo si avverte: «Che facciano pure tutte le dimostrazioni che vogliono, tanto le pallottole non mancano mai».

La determinazione del regime di schiacciare con la forza ogni dissenso popolare, sopratutto se proveniente dalla Chiesa Cattolica, viene evidenziata nel caso di Carbone Beni, leader del Movimento Cittadino Filimbi  arrestato il 30 dicembre 2017 assieme ad altri quattro attivisti (Grâce Tshionza, Cédric Kalonji, Mino Momponi e Palmer Kabeya) per aver partecipato alla preparazione della Marcia del 31 dicembre organizzata dalla Chiesa Cattolica. Carbone Beni è stato selvaggiamente torturato dalla Polizia politica (Agence National de Renseignement) durante la sua detenzione. Le sue condizioni si sono aggravate al punto che il Primo Maggio le autorità carcerarie sono state costrette a trasferirlo presso l’ospedale Ngaliema a Kinshasa.

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