venerdì, Agosto 23

Congo: strategie di integrazione regionale Integrazione con Angola, Rwanda e Uganda e ingresso nella East African Community. Potrebbe essere la svolta per il Paese, non ultimo evitando la terza guerra pan-africana, ma le difficoltà non mancano

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Il Congo punta all’integrazione regionale in termini di sicurezza e crescita economica con Angola, Rwanda e Uganda e annesso ingresso nella East African Community (EAC), la Comunità Economica dell’Africa Orientale. Potrebbe essere la svolta dopo un ventennio di guerre e miseria.
Per capire la portata di quanto sta accadendo bisogna però fare un passo indietro.

Il 1994 è una data cruciale per la Repubblica Democratica del Congo, in quanto apre un’era di instabilità regionale originata dal genocidio in Rwanda che avrà serie conseguenze nella Regione dei Grandi Laghi, e in special modo per il nostro Paese.
Lo Zaire di Mobutu Sese Seko si era fatto coinvolgere direttamente nella crisi ruandese già nel 1991, quando il dittatore aveva inviato i reparti d’élite della Guardia Presidenziale in soccorso al suo  amico il Presidente Juvenal Habyarimana. Questi reparti affiancati da soldati francesi riuscirono a fermare i ribelli venuti dall’Uganda, il Fronte Patriottico Ruandese (FPR) guidato da Paul Kagame.
La sconfitta inflitta costrinse il FPR a riorganizzarsi per altri dodici mesi prima di riprendere la guerra di liberazione del Paese prigioniero di una dittatura razziale.
L’invio della Guardia Presidenziale era dettato dalla necessità per Mobutu di spezzare l’isolamento internazionale che stava subendo dal 1990, e aggraziarsi nuovamente le simpatie francesi  -all’epoca la Nazione padre padrone dei Paesi francofoni della regione. Per le stesse motivazioni Mobutu accettò che la spedizione militare francese Operazione Turchese mettesse al sicuro nell’est dello Zaire quello che rimaneva dell’esercito ruandese e delle milizie Interahamwe e del Governo genocidario, dopo aver trucidato un milione di persone ed essere stato sconfitto dal Fronte Patriottico Ruandese.  

Dall’entrata del cancro ruandese in poi lo Zaire, ribattezzato Repubblica Democratica del Congo da Laurent Desirè Kabila dopo aver abbattuto il regime di Mobutu nel 1997, non conobbe un attimo di pace.
Due guerre pan-africane che in totale durarono 8 anni. Due ribellioni delle etnie tusti congolesi dell’est supportate da Uganda e Rwanda  -2009 quella guidata da Laurent Nkunda, 2012 dal Movimento 23 Marzo (M23). Conflitti permanenti causati da vari gruppi ribelli congolesi e stranieri dell’est del Congo che proseguono tutt’ora.
Si deterinà addirittura una nuova e aberrante forma di gestione del potere: la ‘Repubblica dinastica’, con la successione alla Presidenza di Joseph Kabila  dopo l’assassinio di suo padre nel gennaio 2001.
Per 23 anni in Congo -Paese dalle potenzialità economiche quasi illimitate- è stato prigioniero di una spirale di caos, violenza, pulizie etniche, miseria e di un saccheggio delle risorse naturali senza precedenti nella storia.

Il Congo che ha le potenzialità di essere una potenza regionale e continentale, grazie alle sue enormi risorse naturali e all’intelligenza, ingenio e ricco background culturale della sua popolazione- divenne una terra di nessuno, dove ogni multinazionale e potenza straniera poteva servirsi quasi gratuitamente delle risorse naturali, con la complicità della Famiglia Kabila. Una terra dove ogni gruppo armato della regione, anche il più significante, trova rifugio, acquisisce con la forza territori ricchi di minerali ed entra nel business del traffico illegale in collaborazione con il Presidente Kabila.

Dopo la assai discussa vittoria alle presidenziali del dicembre 2018 di Félix Antoine Tshisekedi Tshilombo, e nonostante la forma di condivisione di potere con Joseph Kabila, nata da un accordo segreto tra i due leader politici, si sta assistendo ad un tentativo di interrompere il circolo vizioso di questi ultimi 23 anni attraverso l’integrazione regionale sulla sicurezza, convivenza dei popoli e settori commerciali ed estrattivi.
L’obiettivo è determinare la necessaria stabilità per ricostruire il Paese. Una necessità dettata non da una nuova mentalità politica, ma dall’esigenza di mantenere il potere (da parte dei Kabila) moderando il saccheggio fino ad ora attuato e offrendo al Paese e alla popolazione un miglioramento della situazione socio-economica, in previsione di presentare la sua candidatura alle prossime presidenziali previste per il 2023.

Le prime e inaspettate mosse del Presidente Tshisekedi sono state la richiesta di cooperazione militare inoltrate alla potenze regionali e alla missione di pace ONU in Congo -MONUSCO- per debellare le ‘forze negative’ che spadroneggiano nell’est del Congo, e la proposta di maggior scambi commerciali e cooperazione economica con Angola, Rwanda e Uganda.
Queste mosse delineano una precisa strategia di integrazione regionale che per essere portata a termine deve basarsi su una situazione interna al Congo se non democratica almeno stabile, sopratutto per quanto riguarda la sicurezza del territorio e delle popolazioni. Il Presidente della Repubblica Tshisekedi ha, inoltre, siglato accordi di cooperazione militare con il Rwanda. Azione impensabile solo qualche mese fa.

La sicurezza è il primo elemento per raggiungere l’integrazione regionale. Come si possono fare affari con l’Uganda se vi sono in Congo gruppi armati avversari al Governo di Yoweri  Museveni? Stesso dicasi per il gruppo terroristico ruandese FDLR, presente sia nel Nord che nel Sud Kivu. Inoltre, non dimentichiamoci che i gruppi armati Banyaruanda come il M23 non sono stati sconfitti e sono tutt’ora presenti nell’est del Congo, pronti ad rientrare in azione.  

Il Governo di Kinshasa si sta confrontando ad un paradosso storico. I 140 gruppi armati presenti nelle province del Kivu e in altre province sono stati creatidalla Famiglia Kabila, di fatto ancora al potere. Per vent’anni questi gruppi sono stati funzionali a impedire o contrastare ribellioni armate di tustis congolesi, movimenti popolari pacifici ma rivoluzionari, e per attuare la colossale rapina delle risorse naturali. Quando il ‘petit Kabila’ formò o supportò queste bande armate pensava di controllarle. Al contrario, si sono sviluppate come un cancro. L’abbinata strategia di mantenere delle Forze Armate deboli, mal pagate e corrotte per impedire colpi di Stato o ribellioni ha portato alla situazione attuale. Le  Forces Armées de la République Démocratique du Congo (FARDC) non sono in grado di sconfiggere questi gruppi armati e necessitano di appoggi esterni.

Il Presidente Tshisekedi ha indetto una riunione speciale sulla sicurezza della Regione dei Grandi Laghi, tenutasi lo scorso 12 giugno a Kinshasa. Alla riunione hanno partecipato i direttori dei servizi segreti del Congo, Rwanda, Uganda e Tanzania, l’Inviato Speciale delle Nazioni Unite per la Regione dei Grandi Laghi, il suo omonimo dell’Unione Africana, rappresentanti della International Conference of the Great Lakes Region (ICGLR) e della Southern African Development Community (SADC), la Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Settentrionale. Notizie contrastanti riguardo la presenza del Burundi. Alcuni media affermano che il regime di Pierre Nkurunziza abbia inviato un suo rappresentante dei servizi segreti, altri negano la presenza del Burundi alla riunione. Nessuna di queste versione è stata ufficializzata dalle autorità dei Paesi che hanno preso parte alla riunione.

Questo meeting speciale è stato convocato per fissare obiettivi comuni ed avviare una collaborazione regionale per risolvere i problemi di sicurezza, sopratutto dopo che il gruppo terroristico islamico Daesh ha iniziato ad operare nel Nord Kivu. I partecipanti si sono impegnati a sviluppare uno scambio di informazioni tra le Intelligence per monitorare le così dette‘forze negative’ nell’est del Congo, individuare le migliori strategie militari per neutralizzarle, creare una solida cooperazione militare regionale per raggiungere i primi due obiettivi.

Questa riunione, svoltasi a porte chiuse, rilancia le decisioni prese durante il nono summit della sicurezza regionale svoltosi il 8 ottobre 2018 a Kampala. Decisioni mai attuate causa l’aggravarsi della crisi politica ed economica tra Uganda e Rwanda. Quando si parla di ‘forze negative’ tutti si riferiscono al gruppo terroristico ruandese FDLR, che attualmente controlla anche il Burundi ed è intento a preparare i piani per una invasione del Rwanda. Nelle province del Kivu, le FDLR controllano ancora vasti territori e portano avanti azioni terroristiche nel Nord Kivu contro l’etnia Nande al fine di spopolare la regione di Beni, Bunia, Butembo e Lubero e creare una HutuLand. Progetto promosso dallo stesso Kabila quando era alla Presidenza e ora ostacolato.

Le FDLR sono il nocciolo duro del problema. Create nel 2000 dalla Francia, ora possono contare su un nutrito numero di miliziani addestrati e ben armati. Non si conosce il numero esatto delle forze a disposizione delle FDLR, ma vengono stimate dai 12mila ai 30mila uomini. Quello che è certo è che tra il 2014 e il 2018 il gruppo terroristico ha effettuato reclutamenti di massa tra i giovani disoccupati congolesi dell’est.

La sicurezza regionale è strettamente legata alla gestione delle risorse naturali congolesi. Il Paese è considerato uno ‘scandalo geologico’, avendo la maggior concentrazione al mondo di minerali rari, oro, diamanti, coltan, rame, bauxite, uranio e importanti giacimenti di petrolio e gas metano. Se fossero ben gestiti, la Repubblica Democratica del Congo potrebbe sviluppare un’economia e un progresso sociale ben superiori a quelli del Sudafrica e vicinissimi ai Paesi occidentali. Questa manna divina è gestita da pirati e squali congolesi, regionali, asiatici e occidentali con grandi sofferenze della popolazione e grandi vantaggi personali della famiglia Kabila, dei gruppi armati, in primis le FDLR, e degli attori stranieri.

Nell’agosto 2018 il Governo Kabila aveva già tentato di ristrutturare la gestione delle risorse naturali provando a sbarazzarsi dei vari ‘Signori della Guerra’, soci assai ingombranti e difficili da gestire, con una gestione che coinvolgesse Angola, Rwanda e Uganda, i principali Paesi interessati alle ricchezze congolesi che storicamente non hanno mai esitato a causare guerre e ribellioni per impossessarsene. Il piano era stato concepito per evitare l’invasione militare di questi Paesi orchestrata dal Segretario di Stato americano Mike Pompeo in caso di mancate elezioni o di riconferma di Kabila alla Presidenza.

Ora questa ristrutturazione della gestione delle risorse naturali tramite l’integrazione regionale ha subito interessanti modifiche. In un primo momento il Governo di Kinshasa ha proposto una integrazione economica solo con Angola, Rwanda e Uganda. Ora il progetto si è ampliato con la richiesta di Kinshasa di entrare nella East African Community (EAC), la Comunità Economica dell’Africa Orientale. La richiesta, supportata dal Presidente ruandese Paul Kagame, è stata inoltrata il 8 giugno 2019. L’entrata della Repubblica Democratica del Congo nella EAC è un passo logico e quasi obbligato che non farà altro che rafforzare la EAC e a contribuire al suo sviluppo sociale ed economico. Proviamo solo a pensare le potenzialità industriali della regione se le materie prime congolesi fossero utilizzate anche in parte per il rafforzamento della produzione locale.

A causa della vastità territoriale congolese (la RDC è grande come l’Europa occidentale) e l’inesistenza di appropriate reti stradali, ferroviarie, fluviali e aeree che colleghino le varie province, tutto l’est del Paese -dove si concentrano le ricchezze naturali- ha come unico sbocco commerciale i mercati della EAC. Scambi commerciali favoriti anche dalla lingua franca della regione, lo Swahili, da culture simili e dai legami di parentela etnica che creano un complicato intreccio tra popolazioni bantu e hima (tutsi).
La richiesta fatta dal Presidente della Repubblica riprende una precedente richiesta avanzata nel 2010, assieme a Malawi e Zambia. Richieste che non ricevettero risposta dalla East African Community per ragioni fino da ora ignote.

«Grazie alla sua posizione geografica e alla ricchezza di minerali e idrocarburi il Congo ha molte chance che la sua domanda di entrare nella EAC sia ora accettata. L’integrazione economica regionale servirebbe anche a risolvere i problemi di sicurezza nell’est del Congo e la crisi scoppiata tra Rwanda e Uganda. Una crisi che è originata da motivazioni personali tra i Presidenti Yoweri Kaguta Museveni e Paul Kagame, ma anche dalle loro contese sulla gestione dei minerali e idrocarburi congolesi. Tutti i Paesi della regione trarrebbero grandi benefici economici e di sicurezza se il Congo entrasse nella East African Community, interrompendo il ciclo mortale di conflitti periodici», spiega J.Claude Nkundwa, uno dei massimi esperti economici e politici della Regione dei Grandi Laghi.  

Nkundwa pone l’accento sulla crisi tra Kigali e Kampala non a caso. La ripresa della guerra fredda, originata dagli scontri avvenuti nel 2000 a Kisangani, sta creando ingenti danni economici regionali. L’Uganda sembra la più penalizzata, con una perdita secca di 664 milioni di dollari nelle esportazioni, mentre il Rwanda ne ha persi 104 milioni. Anche l’economia del Kenya inizia essere intaccata da questa guerra fredda, in quanto minerali, the e caffè ruandesi erano esportati in Kenya attraversando l’Uganda. Esportazioni ora ridotte all’osso a causa delle reciproche chiusure delle frontiere tra i due Paesi Hima.

Ma le strategie di integrazione regionali individuate dalla coalizione di Governo Thsisekedi-Kabila passano necessariamente attraverso il Burundi, ostaggio di una sanguinaria dittatura razziale hutu, controllato da un psicopatico dittatore che si crede Messia divino e vuole diventare Re e dai terroristi ruandesi delle FDLR. Il Burundi è cruciale per l’integrazione regionale della Repubblica Democratica del Congo per due ragioni di sicurezza e di contesto geo-economico.

Sul settore sicurezza non si può parlare di strategie regionali per debellare i gruppi ribelli nelle province del Kivu ,quando a distanza di pochi chilometri il Burundi è governato da un regime razziale e folle alleato alle FDLR. I rischi di un conflitto con il Rwanda sono altissimi e collegati al rischio che il Burundi diventi il teatro di una guerra per procura tra Uganda e Rwanda.

La crisi burundese ha, inoltre, peggiorato la situazione della sicurezza nell’est del Congo. Il regime di Bujumbura ha cercato di prevenire il rischio di una guerra di liberazione dei gruppi ribelli Fronte Nazionale di Liberazione -FNL, FOREBU e RED Tabara– spostando i combattimenti nel Sud Kivu.
Dal punto di vista geo-economico si necessita in Burundi di un governo stabile, che metta fine alla pericolosa guerra fredda con il Rwanda e assicuri pace sociale al suo interno. Senza queste condizioni è impensabile rafforzare l’integrazione tra Kinshasa e Kigali, in quanto vari progetti di infrastrutture coinvolgono obbligatoriamente il Burundi, basti pensare alle enormi potenzialità di produzione di energia elettrica del fiume Ruzizi.
Inoltre, il Burundi è uno dei centri di compravendita dell’oro congolese (assieme a Uganda e Rwanda) e contiene interessanti depositi di terre rare. Se questi depositi fossero sfruttati in un clima di pace e integrazione economica darebbero un importante contribuito allo sviluppo regionale.

Il Presidente congolese Tshisekedi venerdì 14 giugno ha effettuato una visita ufficiale a Bujumbura, incontrando Pierre Nkurunziza. Una visita fatta dopo l’incontro di Tshisekedi con il Presidente John Pombe Joseph Magufuli, in Tanzania. Al momento non si conoscono i dettagli dei colloqui con Nkurunziza, avente in oggetto l’integrazione economica e la pace regionale. L’ipotesi più accreditata sarebbe quella che Tshisekedi stia cercando di convincere il dittatore a liberarsi dagli alleati FDLR, mettere da parte le follie di una Nazione Hutu con lui Re, e di avviare un processo di transizione democratica con la sua progressiva uscita di scena in cambio di immunità per i crimini commessi. Un piano non di facile realizzazione, è prevedibile la reazione dei terroristi delle FDLR che controllano l’intero apparato di difesa burundese.

Non è un caso che la visita ufficiale in Burundi sia stata preceduta dall’incontro con il Presidente Magufuli. La Tanzania, storico alleato delle forze HutuPower in Rwanda (fino al 1994) e in Burundi, ora sembra aver cambiato strategia di politica estera, rafforzando i rapporti diplomatici, politici ed economici con il suo nemico storico, il Rwanda. Rapporti confermati e rafforzati mercoledì 12 giugno, durante la riunione di alto livello di investitori ruandesi e tanzaniani svoltasi a Kigali. Nella riunione si è parlato di rimozione barriere doganali tra i due Paesi per favorire gli scambi commerciali, semplificare le procedure di creazione di nuove aziende per imprenditori ruandesi che intendono investire in Tanzania e viceversa. L’asse Dodoma-Kigali, iniziato nel 2016, sta dando i suoi frutti: aumento del 14% degli scambi commerciali tra i due paesi, comuni politiche di sicurezza regionale e di interazione con la East African Community.

Si sta assistendo, insomma, ad un interessante tentativo di integrazione regionale, capace di mettere fine al ciclo di violenze attuale e mettere al riparo i Grandi Laghi dal rischio di una Terza guerra pan-africana o da potenziali conflitti Rwanda-Uganda e Rwanda-Burundi, che potrebbero avere ripercussioni anche in Europa. Gli ostacoli però non mancano: la presenza delle FDLR nei Kivu e Burundi, la preparazione dell’invasione  del Rwanda e il fragile e instabile regime HutuPower burundese. A questi si aggiunge la conflittualità interna alla coalizione di governo Thsisekedi-Kabila, che la scorsa settimana ha portato a gravi scontri tra i rispettivi militanti, con tanto di incendi alle sedi di partito in varie città del Congo. Una conflittualità che, se non risolta immediatamente, potrebbe impedire l’integrazione regionale progettata e far ricadere la Repubblica Democratica del Congo nuovamente nel caos e guerra civile.

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