sabato, Maggio 25

Congo: Ramazani avrebbe vinto grazie ai voti rurali La strategia della CENI per assicurare il voto al delfino di Kabila si concentra sul voto rurale. Nelle zone rurali vive circa il 70% della popolazione congolese e la CENCO non è riuscita a monitorare gli spogli, mettendo il regime nella condizione di imporre la sua verità

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Mentre 34 milioni di elettori, in Congo, attendono con ansia e apprensione i risultati delle elezioni svoltesi il 30 dicembre 2018, il regime di Kabila e la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) sono ora impegnati nel difficile compito di individuare una percentuale di voti credibile per assicurare la vittoria elettorale al prescelto delfino Emannuel Ramazani Shadary, ex Ministro degli Interni. Per raggiungere l’obiettivo la CENI ha rinviato la data per l’annuncio dei risultati parziali dal 6 al 15 (forse) gennaio.

Il compito arduo, dopo che la Chiesa Cattolica ha dichiarato di conoscere il nome del candidato che ha riportato la vittoria alle Presidenziali, grazie al monitoraggio degli spogli e dei processi verbali fatto dai 60.000 osservatori elettorali cattolici organizzati dalla Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO). Nonostante il regime abbia bloccato l’accesso ad internet e invalidato l’invio di SMS per impedire la diffusione di notizie riguardanti le elezioni in contrasto con la verità ufficiale, emergono risultati definitivi di centinaia di seggi dove il candidato dell’opposizione Martin Fayulu è in testa con un grande margine di distacco dal secondo candidato dell’opposizione, Felix Thishekedi. Ramazani, salvo qualche rara eccezione, ottiene sempre il terzo posto.

La vittoria di Fayulu è così lampante che il Fronte Comune per il Congo (FCC), la coalizione al potere, è stato costretto ad ammettere che lo sfidante di Kabila ha ottenuto ottimi risultati presso la capitale Kinshasa e nei principali centri urbani del Paese.
La strategia della CENI si concentra sul voto rurale. Una scelta molto intelligente. Nelle zone rurali vive circa il 70% della popolazione congolese e la CENCO non è riuscita a monitorare gli spogli presso molti centri di voto rurali per mancanza di volontari, mettendo il regime nella condizione di imporre la sua verità.

In una intervista accordata al mensile ‘Jeune Afrique’, il coordinatore della coalizione al Governo FCC, Néhémie Mwilanya Wilondja, ha affermato che Ramazani ha riportato la maggioranza dei voti rurali che largamente compensa la perdita di voti nei centri urbani. Questa tesi è stata sostenuta anche da Barnabé Kikaya Bin Karubi, consigliere diplomatico del Capo di Stato uscente e portavoce di Ramazani e del FCC. Contattato da ‘Jeune Afrique’, Karubi ha confermato che il delfino di Kabila ha riportato la maggioranza dei voti in ambito rurale, sulla base delle raccolte di dati effettuati dai militanti del FCC presenti nei seggi in qualità di osservatori.

La CENI è impegnata a distribuire le percentuali di voto virtuali in modo credibile. A Martin Fayulu è riconosciuta la vittoria a Kinshasa e nelle province del Grande Equatore, Grande Bandundu, Kongo Centrale. Ramazani avrebbe, però, riportato una lieve maggioranza delle preferenze in centinaia di seggi rurali di 26 province e la schiacciante vittoria nella Provincia Orientale, Gran Katanga e Sud Kivu. «Emmanuel Ramazani Shadary è indubbiamente il vincitore di nelqueste elezioni», ha dichiarato Karubi. Non si sa per le prime province, ma nel Sud Kivu è improbabile che il candidato di Kabila abbia ottenuto la maggioranza, visto i comizi deserti durante la sua campagna elettorale all’est del Paese.

Immediata la risposta dell’ex governatore del Katanga, Moise Katumbi, escluso, assieme a Jean-Pierre Bemba, dalle elezioni. «Una disgustosa menzogna. Come può pretendere il FCC di aver riportato la vittoria grazie ai voti rurali quando il regime in tutti questi anni non ha sviluppato le campagne e non ha costruito nemmeno un km di strade? Non accetteremo queste frodi. Alla Signora Corneille Nangaa, presidente della CENI, consiglio di fare molta attenzione nel pubblicare i risultati elettorali», ha  affermato Katumbi lanciando una evidente minaccia.
Una minaccia che non si limita a Nangaa, ma coinvolge l’insieme del regime. «In caso di pubblicazione di risultati che non rispecchiano la realtà domanderemo al popolo di prendersi in carico della democrazia. È un dovere costituzionale rivoltarsi contro un individuo o contro un gruppo di individui che tentano di confiscare il potere con la forza. Mi appello ai militari e ai poliziotti affinché non accettino di essere strumenti di repressione. Anche loro hanno molto sofferto sotto questo regime e devono perciò rimanere fedeli alla Repubblica e non a un tiranno», ha  affermato Moise a ‘Jeune Afrique’.

Le dichiarazioni di Moise sono state prese con molta serietà dal regime, in quanto consapevole dei mezzi finanziari, delle conoscenze regionali e internazionali e della popolarità tra i congolesi di cui gode Moise Katumbi. L’ex governatore del Katanga ha l’appoggio americano ed europeo oltre che ottime relazioni con il Rwanda. È stato l’attore principale del complotto americano contro il Presidente Joseph Kabila, e possiede i mezzi per creare una formazione armata per combattere il Governo di Kinshasa. Una guerriglia che si può unire con gli altri gruppi armati contrari al regime, e alla vasta e ben organizzata struttura militare che ancora detiene il Signore della GuerraJean-Pierre Bemba.

Venerdì 4 gennaio, durante una conferenza stampa, il Governo ha accusato la Chiesa Cattolica di essere partigiana e di violare la Costituzione. «La coalizione al potere, Fronte Comune per il Congo, deplora, denuncia e condanna fermamente l’attitudine partigiana, irresponsabile e anarchica della CENCO. Padre Donatien Nshole si permette di proclamare in tutta illegalità tendenze di voto non ufficiali. Questa è una grave violazione della Costituzione e della legge elettorale e del codice di buona condotta che vieta alle parti in causa di pubblicare risultati elettorali non ufficiali. Questo compito spetta solo alla Commissione Elettorale Nazionale Indipendente».
La CENCO ribatte facendo notare che i risultati in suo possesso sono stati raccolti dai suoi osservatori dagli spogli e processi verbali di 62.000 seggi sparsi nel Paese e che non ha svelato il nome del vincitore ma solo invitato la CENI a pubblicare in tutta responsabilità i risultati elettorali nel rispetto della verità e della giustizia.

Venerdì 4 gennaio si è tenuta, su richiesta della Francia, una riunione a porte chiuse presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle elezioni in Congo. Della riunione sono trapelate notizie frammentarie, ma sufficienti per comprendere la posizione che verrà adottata nei confronti del regime. I membri del Consiglio di Sicurezza, permanenti e provvisori, si sono divisi sulla questione. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sono compatti nell’affermare che devono essere rispettati i risultati elettorali, dando per scontata la vittoria di Fayulu. Cina, Russia e i Paesi africani membri temporanei richiamano invece al rispetto dei risultati ufficiali che fornirà la CENI, favorendo così la possibilità per Ramazani di accedere alla poltrona presidenziale. Queste divergenze hanno impedito un comunicato congiunto sulle elezioni in Congo.

Tra i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza, gli Stati Uniti sembrano i più decisi a contrastare i risultati truccati che il regime pubblicherà per giustificare la finta vittoria di Ramazani. La Casa Bianca avverte che non accetterà un Presidente eletto sulla base di frodi elettorali. Se ciò dovesse accadere il futuro Capo di Stato non sarà riconosciuto dagli Stati Uniti e il Congo sarà escluso dal sistema finanziario americano. Ha inoltre invitato a ripristinare immediatamente l’accesso a internet e alle comunicazioni.  
Il Presidente Donald Trump ha informato il Congresso di aver inviato 80 soldati americani a Libreville, capitale del Gabon, pronti ad intervenire per proteggere i cittadini americani in Congo nel caso scoppiassero violenze dopo la pubblicazione dei risultati. «Secondo l’evolversi della situazione è possibile l’intervento di altri soldati americani», ha dichiarato Trump. Alcuni diplomatici africani sospettano che l’invio dei soldati americani in Gabon non serva solo per proteggere cittadini americani da eventuali violenze post elettorali in Congo. Secondo questi diplomatici gli 80 soldati americani in Gabon sarebbero la testa di ponte per una invasione militare di più ampio respiro per abbattere il regime.

Non parlo di una invasione ufficiale del Congo da parte dell’esercito americano, in quanto sarebbe un atto di guerra vero e proprio, con gravi ripercussioni internazionali.  Mi riferisco alla possibilità che gli Stati Uniti offrano una assistenza logistica, comunicazioni e coordinamento ad eventuali gruppi armati che possono decidere di muovere guerra contro Kabila a causa dei risultati truccati e dell’invio di soldati americani in Congo sotto copertura per combattere assieme a ribelli e accelerare la caduta del regime”, ci spiega una nostra fonte del mondo dei diplomatici africani . Lo hanno già fatto durante la prima guerra panafricana del 1996 che destituì il dittatore Mobutu Sese Seko e anche durante la seconda guerra panafricana (1998 – 2004). “Gli Stati Uniti hanno dinnanzi a loro tre scelte in caso che Ramazani venga proclamato Presidente. La prima è di accettare il dato di fatto cercando di dialogare con il regime. La seconda è quella di incoraggiare una proxy war e sostenere un fronte unito di opposizione armata congolese in collaborazione con Angola, Congo Brazzaville, Rwanda e Uganda, inviando soldati afro-americani a combattere assieme ai ribelli per far cadere il regime e mettere alla Presidenza Fayulu. La terza è di avviare un processo di disintegrazione del Congo attraverso una miriade di ribellioni armate puntando sulla balcanizzazione del Paese. Credo che l’opzione più probabile sia la seconda”. Gli Stati Uniti ormai sono in rotta con Kabila, che si sta sempre più orientando verso i russi e cinesi. Le possibilità di riprendere un dialogo e gli affari tra Kinshasa e Washington è a mio avviso esigua. Un processo di disintegrazione del Congo, un Paese grande con l’Europa Occidentale, non credo che gioverebbe agli interessi americani. La Casa Bianca non è contraria alla balcanizzazione del Congo in quanto ha sostenuto questo processo durante la seconda guerra panafricana, ma la situazione attuale potrebbe portare a guerre civili e tentativi di secessione (vedi il Katanga) capaci di generare conflitti di lunga durata.

Come nel 2001 il regime credo sia in grado di gestire una situazione di vari focolai di guerre a bassa intensità. Agli americani conviene un preciso e rapido piano militare, appoggiando gli alleati africani contrari a Kabila, con l’obiettivo di sostenere la Presidenza di Martin Fayulu, mantenendo l’integrità territoriale del Congo e trasformando il Paese in una Repubblica Federale”, conclude la nostra fonte.

In un disperato tentativo di evitare la soluzione armata, il candidato Martin Fayulu, in una intervista al network ‘Al Jazeera’, ha di fatto offerto l’immunità per Kabila, la sua famiglia e il suo Governo, assicurando che non saranno perseguiti per i crimini economici e contro l’umanità commessi durante questi 17 anni di dittatura. «Non credo che Ramazani abbia qualche possibilità di vittoria. Dubito che qualcuno avrà il coraggio di proclamarlo vincitore. Sarebbe una provocazione. Per favore nessuna provocazione. Sono stanco della loro strategia. Il Paese ha perso tutto questo tempo e non si è sviluppato. Ora siamo pronti. Oggi è una nuova era di dignità per il popolo congolese. Se verrò eletto non cercherò vendetta, ma ripulirò il Paese. Noi abbiamo il credo: tolleranza zero alla corruzione».  

L’offerta lanciata da Fayulu è allettante e da cogliere al volo. In questi anni la famiglia Kabila ha messo da parte immense fortune che garantiscono una eterna vita agiata. Poter godere di immunità permetterebbe loro di godersi questa fortuna, sottratta al popolo congolese senza preoccuparsi che sia confiscata. Di restare, se vogliono, tranquillamente in Congo, senza che nessun famigliare delle loro vittime possa tradurlo in giustizia. Il silenzio di Kabila, che significa un no’, è una scelta obbligata quanto lo è il morboso attaccamento al potere dimostrato in questi 17 anni. Kabila è conscio di essere la punta dell’iceberg di un immenso giro internazionale d’affari con padrini nell’ombra. È conscio anche che se lasciasse cadere il controllo del ricchissimo Congo la sua vita sarebbe in serio pericolo. Questa è la ragione per cui non può abbandonare il potere.

Nel frattempo che si attendono i risultati, parte della popolazione preferisce lasciare il Paese. Dal 02 gennaio ad oggi oltre 16.000 congolesi hanno oltrepassato il fiume Congo per rifugiarsi nel vicino Congo Brazzaville. Migliaia di cittadini congolesi si stanno rifugiando in Uganda e Rwanda dalle città dei due Kivu di Goma, Bukavu, Beni.  La tensione rimane altissima e la popolazione sembra pronta ad opporsi con determinazione per impedire che il burattino di Kabila si installi sulla poltrona presidenziale.  

Le violenze post elettorali sembrano inevitabili. Si intravvede dalle dichiarazioni ufficiali e dalle azioni intraprese l’intenzione di vari attori nazionali e internazionali di chiudere una volta per tutte il capitolo Kabila. La situazione in Congo rimane imprevedibile. Tutti i scenari sono possibili.  Nelle prossime settimane comprenderemo chi tra Kabila-Ramazani e Fayulu sarà il miglior garante della immensa rapina di oro, diamanti, rame, coltan, petrolio e gas naturale in atto dal periodo coloniale fino ai giorni nostri.

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