sabato, Dicembre 7

Congo: nel Nord Kivu altro che Jihadisti! è rabbia popolare contro MONUSCO La popolazione congolese all’Est del Congo attacca la MONUSCO, accusandola di non aver difeso i civili per 14 anni. Due morti tra i manifestanti a Beni. A sparare sono stati i caschi blu. Ecco tutti i crimini di MONUSCO negli anni

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Lunedi 25 novembre la base della missione di pace ONU in Congo, MONUSCO, a Beni, Nord Kivu, è stata presa d’assalto  da centinaia di civili inferociti. I manifestanti sono riusciti ad entrare nella base, saccheggiandola e dando alle fiamme vari edifici (come le foto dimostrano) e vari veicoli. I danni causati alle infrastrutture sono ingenti. La base era stata evacuata dai caschi blu prima dell’arrivo dei manifestanti (secondo la versione ufficiale). Per questa ragione i manifestanti sono riusciti ad entrare e devastarla. 

Il comandante della Polizia congolese di stanza a Beni, Safari Kazingufu, ha riportato a ‘Reuters’ che due manifestanti sono stati uccisi durante il saccheggio. Kazingufu nel riportare l’incidente ha accuratamente evitato di specificare da chi sono stati uccisi i due civili. La ‘dimenticanza’ non è assolutamente casuale. Un atto obbligato per proteggere l’immagine delle Nazioni Unite. 

La ricostruzione dei fatti presentata dalla MONUSCO e dalla Polizia congolese non corrisponde alla realtà e fa acqua da tutte le parti. Basta riflettere su un semplice fatto: come possono dei militari pesantemente armati abbandonare una base per paura di una folla, sì, inferocita e minacciosa, ma disarmata?

Le testimonianze raccolte tra i manifestanti che hanno partecipato all’attacco della base ONU ci raccontano un’altra storia, non verificabile ma ben più credibile.
La manifestazione era stata preparata in segreto la sera precedente, domenica 24 novembre. Le autorità non erano state informate e, assieme ai caschi blu, sono state colte di sorpresa il lunedi. Le unità di Polizia mandate per controllare la manifestazione non autorizzata avevano l’ordine di evitare qualsiasi risposta violenta. Un ordine diramato con urgenza dal Governo di Kinshasa, subito informato degli avvenimenti. Il Presidente Felix Tshisekedi ha voluto evitare di dover rispondere della morte di civili Banande (etnia di origine ugandese maggioritaria a Beni, Bunia, Butembo e Lubero, nel Nord Kivu). 

Sarebbe stato una difficile accusa  da gestire, avrebbe incrinato l’immagine del Capo di Stato, che all’inizio del suo mandato aveva promesso di liberare dai vari gruppi armati l’est del Paese, al fine di riportare la pace nelle province martoriate da due guerre pan africane (1996  e 1998) da due ribellioni Banyarwanda tutsi congolesi (2009 e 2012) e da continue guerre a bassa intensità, nel contesto delle quali varie guerriglie ed eserciti stranieri si contendono le risorse naturali, compresi i terroristi ruandesi FDLR, le milizie paramilitari burundesi Imbonerakure, i gruppi d’opposizione armata burundesi FNL, RED Tabara, FOREBU e l’esercito regolare del Burundi.
Tshisekedi per liberare le province del Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri, Maniema e Tanganika, ha dovuto scontrarsi direttamente con gli interessi della famiglia Kabila, in affari con le FDLR e altri gruppi armati per lo sfruttamento illegale di oro, diamanti, coltan e altri minerali rari che ha generato per quasi 14 anni circa 6 milioni di dollari al mese. Non a caso questa settimana Tshisekedi ha sostituito le guardie del corpo con dei suoi uomini fidatissimi.  Dallo scorso maggio Tshisekedi sta lanciando una serie di sanguinose offensive militari nell’est del Congo, assieme all’Esercito del Rwanda e l’appoggio dell’Angola. 
La presenza dei soldati ruandesi non è ufficiale anche se le prove abbondano, compreso militari caduti nei combattimenti, tra cui un ufficiale delle forze armate, e vari altri catturati dalle milizie congolesi. Congo e Rwanda stanno conducendo una guerra segreta e asimmetrica contro i terroristi FLDR e altri gruppi armati congolesi e stranieri. Una guerra che combina la potenza militare dei due eserciti con la dimensione politica e psicologica della popolazione per ottenere il suo appoggio alle offensive militari.
Per questi motivi è stato impartito l’ordine di non sparare sui manifestanti durante l’attacco alla base militare ONU a Beni. 

Allora chi ha ucciso i due manifestanti? Secondo le decine di testimonianze sono stati i caschi blu a sparare sulla folla, uccidendo due civili e ferendone altre cinque. L’azione di soldati  che da tempo vengono considerati inadatti ad esercitare il difficile ruolo di Peacekeeping, ha infiammato la massa di manifestanti che ha preso d’assolto la base ONU. Sopraffatti dal numero dei manifestanti, i caschi blu sono fuggiti, senza tentare di difendere il perimetro della loro base. 

Quali sono le ragioni dell’attacco della popolazione alla base MONUSCO a Beni?
Una delle ragioni più recenti è il rifiuto della MONUSCO di sostenere l’esercito congolese nella guerra di liberazione dell’est del Congo. Un rifiuto dettato dalla scusa che i Peacekeeping ONU non possono collaborare con eserciti dei Paesi vicini, Paesi che hanno accettato, lo scorso mese, di inviare truppe a sostegno del Congo per pacificare e stabilizzare la Regione dei Grandi Laghi, in quanto la guerra a bassa intensità nelle province est e il regime razziale di Pierre Nkurunziza in Burundi sono le principali cause di grave instabilità, che impediscono pace, integrazione e  sviluppo regionali. La collaborazione dei Paesi vicini, tra cui l’Uganda, è stata ufficialmente richiesta dal Presidente Tshisekedi in un summit straordinario sulla sicurezza dei Grandi Laghi, tenutosi a Goma (capoluogo della provincia del Nord Kivu) lo scorso ottobre. 

Il rifiuto della MONUSCO ha una drammatica quanto nascosta ragione. Negli anni passati i caschi blu hanno attivamente collaborato con le Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (le FDLR), il gruppo armato responsabile del genocidio del 1994 in Rwanda, inserito nella lista dei gruppi terroristici internazionali redatta dagli Stati Uniti e accettata dallo stesso Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La MONUSCO, durante la ribellione del Movimento 23 Marzo – M23 (2012 – 2013), ha favorito gli accordi tra le FDLR e il Governo dell’ex Presidente congolese Joseph Kabila per combattere la guerriglia Banyarwanda dei tutsi congolesi supportata da Rwanda e Uganda.  

La collaborazione tra i  terroristi FDLR e i caschi blu della MONUSCO non si è fermata alla necessità di fermare una ribellione tutsi all’est del Congo. I contingenti ONU indiani e pakistani, dal 2014 al 2018, hanno militarmente protetto una strada sterrata (non riportata sulle mappe ufficiali) che dalle miniere di coltan del Sud Kivu giungeva in Rwanda. Quella strada era percorsa da camion civili delle FDLR pieni di coltan e altri minerali preziosi che giungevano in Rwanda per essere riciclati e immessi nel circuito ‘pulito’ internazionale. Indiani e pakistani ricevevano generosi compensi per i servizi resi

«Occorre ricordare che le FDLR sono costituite dalle stesse forze genocidarie che nel 1994 hanno ucciso un milione di persone in Rwanda. Sono state create come gruppo terroristico nell’est del Congo, nel 2000, esportando l’ideologia genocidaria nella regione e commettendo numerosi crimini contro l’umanità», denuncia  Diogene Bideri, Consigliere Giuridico della Commissione Nazionale del Rwanda contro il Genocidio, denuncia pubblicata sul mensile francese ‘Jeune Afrique’, il 04 febbraio 2015. «Assassini di massa, stupri, saccheggi, sfruttamento di minori costretti come schiavi a lavorare nelle miniere di coltan clandestine fino alla loro morte. Spostamenti forzati delle popolazioni vicine alle miniere per impedire la presenza di scomodi testimoni dei loro crimini economici. Tutto questo passa sotto gli occhi indifferenti della MONUSCO, nonostante i 17.000 soldati a sua disposizione. Osservando tutto ciò sono autorizzato a domandarmi se la missione ONU di pace in Congo non sia una orripilante ripetizione storica della passività dei Caschi Blu durante il genocidio in Rwanda, quando le Nazioni Unite hanno preferito ritirare le loro truppe piuttosto di difendere i civili inermi dalle forze genocidarie che, guarda caso, sono le stesse che compongono le FDLR». 

Queste è la cruda denuncia di Diogene Bideri del 04 febbraio 2015.  Una data storica e orribile per la martoriata popolazione del Congo.  All’epoca i soldati della MONUSCO rifiutarono di sostenere l’offensiva militare regionale decisa dalla Conferenze Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (CIGRL), la Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC) e il Governo congolese

L’ultimatum imposto alle FDLR per disarmarsi scadeva il 02 gennaio 2015,  in quella daa non seguì la promessa offensiva militare.
La CIGRL e la SADC erano riusciti a fare enormi pressioni sul Presidente Kabila affinché interrompesse la collaborazione con i terroristi delle FDLR e li obbligasse ad arrendersi sotto minaccia di sterminio. La mancata collaborazione della MONUSCO offrì la scusa a Kabila (colluso economicamente e politicamente con i terroristi ruandesi) per far abortire le operazioni militari regionali contro le FDLR

Una scelta, quella della MONUSCO, che non solo pose serie questioni morali e di legittimità popolare nei confronti della missione di pace ONU più importante al mondo, con 1,4 miliardi di dollari di budget all’anno, ma che ebbe pesanti conseguenze in termini di vite umane nelle province est del Congo. 

Le FDLR, scampato il pericolo che vari eserciti africani li sterminassero, rafforzarono la loro presenza nella zona da loro occupata tra il Nord e il Sud Kivu (grande come la Francia) potendo così lanciare ben 6 tentativi di  invasione del Rwanda (l’ultimo attuato e fallita lo scorso agosto). Peggio ancora, dietro esplicita richiesta del Presidente Kabila, le FDLR, nel giugno 2015, lanciarono le pulizie etniche dell’etnia Nande nel Nord Kivu che sono durate fino al gennaio 2019, quando il neo-eletto Presidente Felix Tshisekedi decise di interrompere la politica di sangue e terrore del suo predecessore per donare la pace alla sua popolazione. 
L’obiettivo di Kabila era di costringere i Nande a rifugiarsi in Uganda (terra di origine dell’immigrazione verso il Congo, avvenuta 400 anni prima). Le terre liberate dai Nande dovevano essere occupate dagli hutu del FDLR che sognavano di creare una HutuLand nel cuore del Congo. Un piano portato avanti fino allo scorso marzo,  interrotto in maggio dalla cooperazione militare tra Congo e Rwanda, che diede il via alla Operazione Corridoio Nord, con l’obiettivo di sterminare le FDLR e tutti gli altri gruppi ribelli liberando l’est del Congo e, successivamente di finirli nel vicino Burundi facendo cadere il regime di Pierre Nkurunziza. 

La MONUSCO non è intervenuta in difesa dell’etnia Nande, così come non è intervenuta in difesa delle popolazioni congolesi del Sud Kivu vittime di una guerra non dichiarata tra FDLR, milizie burundesi Imbonerakure e gruppi ribelli burundesi RED Tabara e FOREBU.
Sono centinaia le testimonianze dei civili congolesi del mancato intervento dei Caschi Blu in difesa di villaggi dove la popolazione veniva barbaramente sterminata a pochi km dalle basi militari ONU.
Il rifiuto di intervenire militarmente in difesa dei civili ha generato l’orribile complicità della MONUSCO con i terroristi FDLR, responsabili nel solo Nord Kivu di oltre 5.000 vittime Nande e di quasi 3 milioni di rifugiati interni nel Nord e Sud Kivu. 

Attualmente la MONUSCO non sta intervenendo in difesa delle etnia tutsi congolese Banyamulenge (Sud Kivu), attaccata dagli eserciti congolese e ruandese come risposta all’alleanza di due gruppi armati Banyamulenge si sono alleati alle FDLR e alle milizie burundesi Imbonerakure che combattono gli eserciti di Kinshasa e Kigali. 
Centinaia di civili Banyamulente sono stati sterminati tra il maggio e l’ottobre di quest’anno, senza che i caschi blu della MONUSCO intervenissero per difendere donne, bambini, anziani, nonostante le inconfutabili prove presentate da Human Rights Watch.
Anche nel 2014 la MONUSCO non intervenne in difesa dei civili Banyamulenge massacrati dalle FDLR e dall’esercito congolese fedele al Presidente Joseph Kabila.
La storica complicità tra FDLR e MONUSCO negli ultimi 10 anni si è ripetuta all’infinito, creando migliaia di vittime innocenti e le basi per veri e propri crimini contro l’umanità. 

Questa complicità dei Caschi Blu, che hanno come principale mandato la difesa delle popolazioni civili, ha generato una serie incredibile quanto ripugnante di attività illegali e crimini commessi dai contingenti ONU indiani e pakistani. Traffico di minerali preziosi, promozione della prostituzione infantile a Goma, Bunia, Beni, Bukavu e Uvira, atteggiamenti razzisti contro la popolazione congolese considerata peggio degli animali selvatici. Promozione della corruzione diffusa e sistematica nell’assistenza umanitaria, sostegno a politici corrotti che hanno ridotto la popolazione alla miseria più nera. 

Nulla da meravigliarsi se i Bareka, i Nande, i Bashi, e tutte le altre etnie dell’est del Congo, hanno sempre nutrito rancori e odio verso la MONUSCO. Risentimenti che ora si sono tramutati in furore popolare pericoloso e incontrollabile

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il rifiuto della MONUSCO di assistere la FARDC (esercito congolese) nella liberazione dell’est del Congo dalle FDRL e dalle altre milizie congolesi e straniere.
La MONUSCO se ne deve andare dalle nostre terre perché è complice delle orribili violenze inflitte a noi poveri esseri umani dimenticati da tutti! Vi giuriamo che se la MONUSCO non se ne andrà uccideremo a bastonate tutti i Caschi Blu della fottuta ONU!”  E ancora: “Ogni giorno le FDLR e gli altre bande armate ci uccidono per rubarci i nostri minerali, mentre la MONUSCO rimane a guardare senza proteggerci. Devono andare a casa i Caschi Blu”. Queste le dichiarazioni raccolte tra la popolazione a Bukavu e Goma.

A Goma si è estesa la violentissima protesta contro i caschi blu delle Nazioni Unite, dopo l’attacco alla base militare a Beni. Martedì 26 novembre una folla di manifestanti ha attaccato la base logistica militare della MONUSCO a Goma, chieendo l’immediata partenza dei Caschi Blu. I manifestanti hanno ingaggiato una violentissima battaglia urbana contro le forze dell’ordine congolesi, erigendo barricate infuocate nelle strade di Goma. Dodici case prese in affitto da ufficiali militari e civili della MONUSCO sono state saccheggiate e distrutte.  Al momento non si conosce il numero delle vittime. 

Come la popolazione di Beni, anche quella di Goma ha attaccato la MONUSCO dopo che domenica 23 novembre i caschi blu hanno rifiutato di intervenire in protezione dei civili attaccati presso il villaggio di Maleki, nel Nord Kivu, dove sono stati uccise 14 persone tra cui due bambini di quattro e cinque anni. La popolazione aveva chiesto l’intervento dei soldati MONUSCO che hanno rifiutato di compiere il loro dovere. 

Gakuru Bahati, rappresentante della Società Civile del Nord Kivu, ha lanciato un appello alla popolazione affinché si calmi. Bahati appoggia le rivendicazioni popolari affermando che è ora che la MONUSCO vada via dal Congo, ma sottolinea che questa rivendicazione deve essere portata avanti con mezzi pacifici, senza violenza. Un appello al momento inascoltato. In tutti e due i Kivu gira l’orribile parola d’ordine ‘on tue les chiens de la MONUSCO’ (uccidiamo i cani della MONUSCO). 

La rabbia popolare improvvisamente esplosa è frutto di anni di soprusi commessi dai soldati indiani e pachistani della MONUSCO, ma potrebbe non essere del tutto spontanea.
Alcuni osservatori sospettano che queste rivolte rientrino in una strategia del Governo di Tshisekedi tesa a interrompere la  ormai eterna quanto inefficace missione di pace ONU in Congo. 
Si sospetta che il nuovo Presidente sia risentito a morte del rifiuto della MONUSCO di non supportare le offensive militari per pacificare l’est del suo Paese. Una pace che rientra in un piano più complesso di alleanze regionali, teso a stabilizzare il Congo al fine di avviare un vero sviluppo economico e rendere il ‘Gigante Africano’ una superpotenza continentale, grazie alle sue immense risorse naturali. 
Nei corridoi del potere a Kinshasa circola l’accusa che la MONUSCO non sia altro che un comitato d’affari, non intenzionato a pacificare le province est per non perdere il pretesto di rimanere con mandato rinnovato ogni anno. L’attuale scade il prossimo giugno.
Queste ipotesi sono tutte da dimostrare, ma strani contatti diplomatici tra i Presidenti Felix Tshisekedi e Donald Trump per decretare la fine della MONUSCO in Congo sembrano consolidare l’ipotesi. Alcuni ipotizzano che in giugno il governo congolese, appoggiato dagli Stati Uniti, possa chiedere alle Nazioni Unite un periodo di due anni per smantellare tutto l’apparato militare e civile della MONUSCO all’est del Congo. 
Che il Presidente americano sia un nemico giurato della MONUSCO è un dato di fatto. Nell’aprile del 2017 Trump ha imposto la sua linea anti-MOUSCO durante il voto per il rinnovo del mandato della missione di pace in Congo presso il Consiglio di Sicurezza (risoluzione n. 2348)  obbligando le Nazioni Unite a pesanti tagli finanziari e una sostanziale riduzione degli effettivi militari. 
All’epoca Michelle Sison (Stati Uniti) enfatizzò che non è il numero degli effettivi ma la sua qualità ed efficacia sul terreno a determinare un buon esercito. Sison, ricordando che il principale obiettivo della MONUSCO dovrebbe essere quello della difesa dei civili, insistette affinché ogni Casco Blu della MONUSCO fosse costretto a rendere conto civilmente e penalmente delle sue azioni. Un chiaro tentativo di porre un freno al dilagare di attività criminali compiute dai soldati e all’impunità a loro garantita dai dirigenti della MONUSCO.

Mentre le Nazioni Unite sono in forte imbarazzo, la risposta della MONUSCO alle violente proteste popolari è per lo meno oltraggiosa. I vertici della missione di pace in Congo hanno ideato una strategia di comunicazione tesa a negare le responsabilità della MONUSCO e la rivolta popolare contro di essa. I loro strateghi della disinformazione’, in stretta collaborazione con giornalisti occidentali compiacenti, tentano di far credere all’opinione pubblica internazionale che gli attacchi alle basi MONUSCO a Beni e a Goma siano opera di gruppi islamici estremisti. Una incredibile fake news a cui, purtroppo anche i media italiani hanno prestato ascolto, evidentemente senza le dovute verifiche sul terreno. 

Gli attacchi alle basi ONU non sono opera di Jaidhisti ma di donne, uomini, vecchi e giovani congolesi che non tollerano più la complicità dei Caschi Blu con i terroristi FDLR e altre bande armate, i traffici di minerali, le violenze sessuali e il razzismo palese e ostentato dei contingenti indiano e pachistano. 

I video delle violenze a Goma ripresi dal giornalista freelance congolese Steve Wembi e pubblicati sulla sua pagina Twitter non mostrano orde di terroristi islamici intenti ad attaccare ‘valorosi’ caschi blu,  ma una popolazione stufa della vergognosa e parassitaria presenza della MONUSCO in Congo. Steve Wembi lavora come corrispondente per il  ‘New York Times’, ‘Aljazeera’, ‘Xinhua’, ecc…. A differenza di molti suoi colleghi, verifica le vere cause delle violenze in corso prima di riportare le notizie su quanto sta succedendo all’est del Congo. 

La tattica di disinformazione adottata dalla missione di pace ONU è rivolta alla opinione pubblica estera in quanto improponibile in CongoRadio Okapi (media ufficiale della MONUSCO in Congo) non parla assolutamente di attacchi jihadisti per non gettare altra benzina sul fuoco.  Nel tentativo di calmare la popolazione inferocita e intenzionata a continuare le violenze contro i caschi blu, Francois Grignon, rappresentante speciale ad interim della Segreteria Generale delle Nazioni Unite in carica delle missioni di pace è arrivato mercoledì 27 novembre a Beni, dove ha avuto luogo il primo attacco alla base ONU accompagnato dal Generale Thierry Lion, Comandante ad interim delle forze armate MONUSCO. A seguito di un incontro con il Generale congolese Jacques Nduru Ychaligonza responsabile delle offensive contro i gruppi ribelli nel Nord Kivu, Grignon ha promesso il sostegno della MONUSCO nelle operazioni militari dell’esercito congolese FARDC contro il gruppo ribelle islamico ugandese ADF. Quattro giorni prima, il 24 novembre, lo stesso Grignon aveva affermato in un comunicato pubblico che i caschi blu della MONUSCO non potevano partecipare a nessuna operazione militare in quanto non era pervenuta alcuna richiesta da parte delle forze armate congolesi. Una dichiarazione contraddittoria 

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