martedì, Luglio 16

Congo: la verità nascosta del massacro dei rifugiati burundesi a Kamanyola Le autorità congolesi hanno dato 4 versioni diverse e discordanti: parlano 6 testimoni diretti che hanno rischiato di essere uccisi

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Venerdì 15 settembre 2017 quattordici  rifugiati burundesi ospiti del centro di accoglienza di Kamanyola, provincia del Sud Kivu est del Congo, al confine con il Burundi, vengono uccisi dalla Polizia. I feriti sono oltre 100. La prima versione ufficiale fornita dal Governo congolese è che la Polizia ha risposto ad una manifestazione (definita violenta) dei rifugiati burundesi presso la cittadina di Kamanyola. I rifugiati protestavano contro il rimpatrio forzato di 4 loro compagni in Burundi. La manifestazione non autorizzata ha preso una piega violenta e la Polizia ha perso il controllo, sparando sui rifugiati e provocando una carneficina. Nei tre successivi giorni i dispacci delle agenzie stampa aggiornano il numero delle vittime che mercoledì 20 settembre sono salite a 40, mentre i feriti sarebbero 117.

L’Inviato Speciale ONU per il Congo, Maman Sidikou ha condannato senza riserve le violenze di Kamanyola, dove il campo di accoglienza ospita  2000 rifugiati burundesi, presentando le condoglianze alle famiglie delle vittime. Sidikou dichiara ai media di essere «profondamente scioccato» dalla violenza della Polizia che ha aperto il fuoco «Indiscriminatamente» sui rifugiati che protestavano contro l’espulsione dal Congo di quattro di loro. Il contingente dei Caschi Blu della MONUSCO ha inviato degli effettivi a Kamanyola per evacuare i feriti e determinare con precisione le circostanze del massacro in collaborazione con le autorità congolesi.

Il Governo di Kinshasa sotto pressione causa la reazione di sdegno e di condanna dell’opinione pubblica africana e internazionale non perde tempo per proporre la sua versione dei fatti, nel tentativo di imporre la teoria della autodifesa. E’ proprio la difesa del Governo che fa sorgere la prima di una incredibile serie di contraddizioni nella ricostruzione ufficiale del massacro. Nessun portavoce della Polizia congolese fa dichiarazioni. Sono alti ufficiali dell’Esercito congolese FARDC a parlare. Secondo il Luogotenente John Mwanamboka, a sparare contro i rifugiati burundesi sono stati dei soldati congolesi e non dei poliziotti. I soldati avrebbero sparato quando la manifestanti burundesi hanno iniziato a lanciare delle pietre.

In meno di 24 ore le autorità congolesi sfornano altre due versioni. In ogni versione ufficiale i manifestanti appaiono come pericolosi elementi nel tentativo di giustificare il massacro compiuto dalle Forze dell’Ordine. Tutte le versioni parlano di soldati e non di poliziotti congoles,i come inizialmente affermato dalle stesse autorità.

Una seconda versione dell’Esercito afferma che i rifugiati che partecipavano alla manifestazione di protesta erano oltre trecento. Alcuni di loro avrebbero strappato dalle mani di un soldato un fucile mitragliatore e sparato verso le forze di difesa uccidendo un soldato. A quel punto il reparto della FARDC sotto attacco ha risposto al fuoco per difendersi. Questa seconda versione viene avvalorata dal Ministro dello Sviluppo Rurale, Justin Bitakwira. Come abbia fatto ad avvalorare la seconda versione fornita dalle FARDC il ministro Bitakwira che si trovava al momento dell’eccidio nella capitale, Kinshasa, a circa 6000 km di distanza rimane un mistero. Come rimane un mistero il mancato intervento nei primi tre giorni successivi al massacro del Ministro degli Interni, autorità più appropriata ad intervenire rispetto ad un Ministro che si occupa di Sviluppo Rurale.

Una terza versione viene offerta dal Governatore ad interim della Provincia del Sud Kivu, Ladislas Muganza Wa Kandwa. I militari congolesi sarebbero intervenuti venerdì 15 settembre a Kamanyola per ristabilire l’ordine perturbato dalla manifestazione dei rifugiati burundesi. Il Governatore A.I. Muganza deplora l’episodio di sangue ma afferma che i soldati hanno agito per legittima difesa. «Cosa è realmente successo a Kamanyola è la perdita di controllo e della ragione da parte dei rifugiati burundesi che hanno protestato contro l’arresto e la deportazione di quattro dei loro compagni che avevano compiuto delle azioni incompatibili con la convenzione internazionale dei rifugiati. I militari e i poliziotti presenti si sono ritrovati in una situazione difficile e hanno reagito per legittima difesa», dichiara Muganza alla radio ONU, ‘Radio Okapi’. La versione del Governatore Ad Interim crea maggior confusione. Ricompaiono i poliziotti, scomparsi nelle due dichiarazioni ufficiali redatte dall’Esercito.

La quarta versione porta la firma del portavoce del Governo congolese, Lambert Mende, ed è stata redatta assieme al Ministero degli Interni che finalmente interviene a distanza di 4 giorni dal massacro. Questa versione afferma che l’Esercito avrebbe ucciso non dei rifugiati ma dei ribelli burundesi armati. Questi ribelli hanno ingaggiato uno scontro a Kamanyola con i soldati congolesi della FARDC. Lo scontro a fuoco si conclude con la cattura di un ribelle burundese. I suoi compagni attaccano nuovamente le unità della FARDC per liberarlo e durante il secondo attacco uccidono un soldato congolese. Durante l’attacco si sono registrate altre vittime tra i ribelli burundesi.

Nella versione di Mende scopare la manifestazione indetta a Kamanyola e i 4 rifugiati arrestati il 12 settembre mentre i civili profughi dal Burundi diventano pericolosi ribelli armati.

Le quattro versioni ufficiali diramate dalle autorità congolesi nei successivi 4 giorni dall’eccidio si contraddicono tra di loro. In questa cacofonia di versioni martedì 19 settembre il Governo afferma che la vittima tra le forze di difesa non sia più un militare ma un poliziotto. La dichiarazione verrà nuovamente cambiata il 20 settembre e la vittima ritorna ad essere un soldato.

Altrettanto incomprensibile l’atteggiamento adottato dal Contingente dei Caschi Blu della MONUSCO e delle agenzie ONU in difesa dei rifugiati. Le agenzie umanitarie ONU stranamente non pubblicano alcuna dichiarazione sul massacro. OCHA (ente dell’ONU incaricato del coordinamento degli aiuti umanitari a favore dei rifugiati) alla data del 19 settembre non menziona il massacro di Kamanyola. Il suo ultimo bollettino, pubblicato sul suo sito di informazione ‘Reliefweb’ risale al 11 settembre 2017 e parla della situazione umanitaria tra il 04 e il 08 settembre. UNHCR, l’agenzia per i rifugiati non ha pubblicato alcun bollettino al riguardo mentre l’ultimo bollettino sul Congo pubblicato sul sito di informazione ONU ‘Humanitarian Response’ è datato 13 settembre e offre notizie della lontana provincia del Alto Katanga.

Analizzando le dichiarazioni dei Caschi Blu della MONUSCO si scopre che il contingente di pace ha inviato tre elicotteri per soccorrere le vittime burundesi di Kamanyola domenica 17 settembre, tre giorni dopo la tragedia. I feriti sono stati trasportati presso l’Ospedale Generale di Bukavu, capoluogo della provincia del Sud Kivu colpito venerdì 15 settembre da un terremoto di magnitudine 4.2. Come mai la MONUSCO invia i soccorsi tre giorni dopo il massacro? Dove sono stati ricoverati i rifugiati burundesi feriti il 15 settembre, visto che a Kamanyola esiste solo un dispensario sanitario con un solo posto letto e spesso privo di medicinali? Il ritardo dei soccorsi non si spiega poiché a distanza di soli 10km da Kamanyola c’é una caserma di Caschi Blu pakistani. Perché questi soldati ONU non erano presenti alla manifestazione di venerdì? Perché non hanno prestato immediatamente soccorso ai feriti? Il portavoce della MONUSCO, Florence Marchal, non fornisce alcuna spiegazione, anzi nasconde l’informazione che a pochi km dal massacro vi sia una caserma di Cashi Blu.

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