mercoledì, Luglio 17

Congo: la strategia di Kabila per mantenere il potere

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L’intervista rilasciata dal Presidente Joseph Kabila  al ‘Der Spiegel‘ rappresenta il punto di non ritorno. Le elezioni sono rinviate a data ignota. In realtà nei piani del Presidente congolese le elezioni non sono nemmeno considerate. Gli sforzi sono orientati verso il rafforzamento della dittatura.  Rilasciando l’intervista il Rais ha oltrepassato il Rubicone e si appresta ad imporre la Presidenza a vita con il solo argomento della forza.

Come è stato per il Burundi anche in Congo il regime ha giocato d’anticipo preparando anni prima il piano della Presidenza a vita, sfruttando debolezze e frammentazione politica all’interno dell’opposizione. Il piano nasce a seguito dell’ultimo pericolo per la tenuta del regime: la ribellione Banyarwanda all’est promossa nel 2012 dal Movimento 23 Marzo (M23). Sostenuto da Uganda e Rwanda il M23 rappresenta l’occasione per rovesciare il regime. Purtroppo fattori interni ed esterni al M23 impedirono la formazione di una guerriglia nazionale e multietnica. Il M23 (composto principalmente da tutsi congolesi) venne visto dalla popolazione come un fattore alieno al Congo e rigettato.

Il mancato supporto popolare al M23 è principalmente dovuto dalla mancanza di un progetto politico di questa guerriglia formidabile sul piano militare ma poverissima su quello ideologico. Il gruppo è composto principalmente da ottimi Generali e Colonnelli ma privo della forte rappresentanza politica che caratterizzava la precedente ribellione Banyarwanda del 2009 capitanata dal Colonnello Laurent Nkunda attualmente agli arresti domiciliari in Rwanda. Senza il supporto popolare il M23 non riuscí ad imporsi come un movimento di liberazione nazionale e il conflitto si allontanò dal piano politico divenendo una questione militare risolta grazie alla alleanza tra il gruppo terroristico Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda – FDLR il governo di Kinshasa e i caschi blu della MONUSCO

Scongiurato il pericolo del M23, Kabila si concentra sulle problematiche di sicurezza interna trascurando la scontro politico nazionale. Una scelta logica in quanto l’attuale opposizione congolese non riesce ad assumere un carattere nazionale e divenire credibile agli occhi della maggioranza della opposizione. Ogni partito congolese d’opposizione ha basi regionali ed etniche che gli impediscono di acquisire uno spessore e un riconoscimento nazionali. L’opposizione è facilmente gestibile sia per la mancata esperienza dei suoi leader che promuovono un processo democratico privo di contenuti reali sia per la facilità a corromperli. Il regime Kabila è consapevole che la prima motivazione dei leader dell’opposizione non è quella di instaurare un regime democratico e ricostruire il tessuto sociale ed economico del Paese ma quella di accedere al potere supremo: la Presidenza. In Congo chi controlla la Presidenza controlla le risorse naturali.

Come ai tempi del dittatore Mobutu Sese Seko l’unico pericolo che corre il regime Kabila proviene da ribellioni interne sostenute da potenze regionali e internazionali capaci di unire la popolazione in un progetto di democratizzazione del Paese imposto con la forza delle armi. Kabila, catapultato al potere dopo l’assassinio di suo padre, è sempre stato considerato dalla maggioranza della popolazioni come un elemento alieno al Congo. Quando arrivò al potere non sapeva parlare le due lingue nazionali, lo Swahili e il Lingala, né il francese a causa della sua lunga permanenza in Paesi africani anglofoni.  Le sue vittorie elettorali (2006 e 2010) sono state ottenute solo tramite le frodi tollerate dalla Comunità Internazionale interessata solo a continuare la rapina delle risorse naturali congolesi. Vittorie garantite da elezioni caotiche che, paradossalmente, ora Kabila nell’intervista al Der Spiegel afferma di voler evitare e sostituirle con elezioni perfette.

Dal 2013 iniziano i preparativi per il piano della Presidenza a vita. Preparativi concentrati esclusivamente nell’impedire futuri focolai di rivolta armata sostituendoli con guerre etniche senza fine. Si individuano le etnie sospette, tra le quali i Luba nel Kasai, i Nande nel Nord Kivu e i Banyamulenge (tutsi congolesi) nel Sud Kivu. Con la totale complicità della missione di pace ONU (sotto controllo della Francia) Kabila organizza le forze di repressione promuovendo ai massimi vertici della polizia e dell’esercito i più sanguinari ufficiali, spesso recuperati dalle precedenti ribellioni del 1998. La maggiorana dei Generali e Colonnelli che attualmente coordinano le forze di difesa nazionale hanno compiuto inaudite violenze contro la popolazione e crimini di guerra durante il conflitto 1998 – 2004. Per assicurasi la loro lealtà, Kabila, li ha associati alla rapina delle risorse naturali dell’est.

Kabila ha un concetto tutto suo delle forze di difesa nazionale. Devono servire per proteggerlo dalla popolazione non da nemici esterni. Seguendo le orme del precedente dittatore Mobutu Sese Seko, il Rais ha lasciato la maggioranza dell’esercito e polizia in uno stato pietoso. Male armati e sporadicamente pagati i soldati e poliziotti congolesi sono diventati una minaccia per la popolazione. Impongono tasse illegali, stuprano, rubano, saccheggiano. Per la difesa del suo regime Kabila ha creato una specie di Guardia Pretoriana (circa 20.000 uomini) e una serie di alleanze basate sullo sfruttamento illegale dei minerali all’est, con una miriade di gruppi armati e con l’organizzazione terroristica ruandese FLDR. Nel 2015 aumenta la spesa per la difesa passando da un budget di 350 milioni di dollari (2014) a 500 milioni nel 2016. Gli acquisti di rilievo sono stati effettuati nel 2015: blindati dal Azerbaijan e Bulgaria e 50 carri armati T-64B1M dall’Ucraina.

Assicurato il controllo dell’apparato di difesa nazionale, Kabila rafforza il punto debole del Paese: le province orientali, affidando la difesa del territorio all’est del Paese al gruppo terroristico ruandese FDLR. Una alleanza ricompensata con vasti terre del Nord Kivu da Rutshuru a Lubero ricche di minerali. Kabila sta permettendo la colonizzazione di queste terre da parte dei rifugiati hutu del 1994, tramite i massacri delle popolazioni autoctone compiuti dalle FDLR per liberare villaggi e terre coltivabili.  Tra il 2015 e il 2016 il governo di Kinshasa fa di tutto per esasperare la conflittualità etnica latente nel Paese e creare i presupposti per un caos generalizzato con l’obiettivo di frammentare eventuali opposizioni armate impedendo un movimento nazionale. Kabila lancia i primi attacchi contro le etnie congolesi da lui considerate ostili.

La prima etnia vittima della repressione è quella dei Nande nel Nord Kivu. Massacri e pulizie etniche contro i Nande iniziano nel 2015 nella città di Beni. Nonostante la gravità dei massacri e le puntuali denunce della società civile e delle associazioni in difesa dei diritti umani, la comunità internazionale rimane passiva mentre i media internazionali non prestano particolare attenzione alla pulizia etnica contro i Nande. Questi atteggiamenti fanno comprendere al Rais che si può spingersi oltre. La pulizia etnica contro i Nande aumenta di intensità fino a coinvolgere il distretto di Lubero e la città di Butembo, ex capitale del regno Nande e tra i polmoni economici dell’est del Congo. Il governo addossa la responsabilità di queste pulizie etniche alla guerriglia mussulmana ugandese ADF. Nonostante che questa guerriglia sia da tempo stata resa all’impotenza dall’esercito ugandese (il ADF ora conta meno di 400 miliziani) e nonostante le denunce dal Congo che a compiere i massacri siano le FDLR, i media internazionali accettano e replicano la versione governativa mentre le diplomazie occidentali  e la MONUSCO, a conoscenza della realtà, preferiscono rimanere nel silenzio.

Per tutto il 2015 e il 2016 i media internazionali (consapevoli o meno) prestano il fianco al gioco di Kabila. Addossare la colpa dei massacri etnici al ADF è di estrema importanza per il regime. Serve a sviare l’attenzione dal piano architettato. Le ADF sono un elemento completamente alieno al Congo. Dopo la sconfitta militare subita in Uganda alla fine degli anni Novanta i guerriglieri sopravvissuti si sono rifugiati nel Nord Kivu dedicandosi a operazioni di piccola criminalità o prestando servizio come mercenari per altri gruppi armati presenti all’est del Paese. Al contrario le FDLR (reali responsabili dei massacri) sono parte integrante del sistema di difesa nazionale di Kabila e sono il principale partner della Famiglia Kabila per il traffico illegale di oro, diamanti e coltan.

Tra il giugno 2015 e il giugno 2016 il regime di Kinshasa rivede drasticamente i suoi rapporti esteri e le sue alleanze internazionali. L’obiettivo è circondarsi di governi e potenze straniere compiacenti al regime. La prima alleanza che viene rafforzata è quella con il regime burundese. Kabila incoraggia gli addestramenti di giovani burundesi nel Sud Kivu garantiti dalle FDLR. Oltre 4000 giovani hutu burundesi verranno addestrati militarmente all’est del Congo tra il giugno e il settembre 2014 e rimandati in Burundi per trasformarli nel nocciolo duro della milizia governativa con chiare matrici genocidarie: le Imbonerakure. La scoperta di questi addestramenti costerà nel settembre 2014 la morte di tre suore italiane fatte orribilmente a pezzi presso le loro residenze all’interno della diocesi di Kamenge, Bujumbura. Attualmente Kabila sta impegnando reparti scelti dell’esercito a combattere l’opposizione armata burundese presente nel Sud Kivu per impedire che entrino in Burundi per liberarlo.

A livello regionale Kabila rinuncia all’alleanza con l’Angola, potenza regionale che dal 2012 evidenzia il suo malcontento verso Kinshasa causa il mancato rispetto degli accordi presi durante il supporto militare garantito nel 1998 contro Burundi, Rwanda e Uganda. Il sostegno militare angolano doveva essere pagato tramite lo sfruttamento delle risorse naturali del Congo. Promessa mai mantenuta. Kabila rompe l’alleanza anche con il Congo Brazzaville sostituendola con quella del Sudafrica, garantita dal Presidente Jacob Zuma. Mantiene la storica alleanza con la Tanzania (alleanza basata su un distorto concetto di fratellanza bantu in chiave anti tutsi) osservando attentamente gli sviluppi del nuovo presidente Magufuli sospettato di essere filo ruandese.

Kabila fragilizza l’asse Kampala Kigali interrompendo la tregua politica con il Rwanda ma rafforzando i legami con l’Uganda tramite il traffico illegale dell’oro congolese. Nel 2017 ad Entebbe sorge la prima raffineria  regionale destinata a lavorare l’oro insanguinato del Congo. La pace con il Rwanda, comprata a forza di materie prime (special modo coltan), viene considerata non più necessaria. Kigali ritorna ad essere il nemico storico e Kabila si concentra nel rafforzamento del gruppo terroristico ruandese FDLR consapevole che l’obiettivo ultimo di questa guerriglia è l’abbattimento del governo ruandese. A livello internazionale si allontana progressivamente da Stati Uniti, Francia e Unione Europea, per rafforzare i legami con Cina e Russia.

A partire dal ottobre 2014 Kabila concentra i suoi attacchi sulla ricca ma pericolosa regione del Katanga, togliendo il potere al Governatore e potente uomo d’affari Moise Katumbi attraverso la creazione di varie province nel Katanga. Ricco di materie prime il Katanga fin dall’indipendenza aspira alla secessione. Nel novembre 2015 Kabila assaggia la reazione popolare. Un suo Ministro avverte pubblicamente che le elezioni previste per il 2016 probabilmente dovranno essere rinviate per motivi organizzativi e finanziari. L’avvertimento non viene preso sul serio dalla popolazione congolese e dalla comunità internazionale. Questo offre al regime un altro anno di tempo per rafforzare il suo piano. Nel primo semestre 2016 si accelera l’opera di corruzione e frammentazione politica dell’opposizione mentre nel secondo semestre si procede alla eliminazione dei leader dell’opposizione più pericolosi tra i quali l’ex Governatore Katumbi ora costretto al esilio.

Nel agosto 2016 Kabila crea le condizioni per la guerra civile nel Kasai facendo assassinare Jean Pierre Mpadi, capo tribù dell’etnia Luba. L’esecuzione extra giudiziaria  scatena la rivolta del gruppo di autodifesa popolare Luba denominato Kamwina Nsapu (formiche nere). Dietro alla guerra civile del Kasai si nasconde anche la volontà della Famiglia Kabila e del Ministro della Cooperazione e lo Sviluppo Clement Kanku di mettere le mani su ricchi giacimenti di diamanti. Dallo scoppio della guerra civile ai giorni nostri, nel Kasai circa 2.000 persone sono state uccise e oltre un milione costrette a fuggire dalle loro abitazioni. La maggioranza di essi si sono rifugiati in Angola.

Nel settembre 2016, quando inevitabilmente scoppia la questione elettorale, il regime è preparato ad affrontare la reazione popolare. Le manifestazioni vengono represse nel sangue mentre i partiti d’opposizione manifestano chiaramente la loro incapacità di creare un fronte unito e credibile contro il regime. La mediazione della Chiesa Cattolica e la proposta degli accordi politici del 31 dicembre 2016 rappresentano un fattore non previsto dal regime. La mediazione politica del Vaticano trova immediate difficoltà e l’accordo di San Silvestro è teoricamente accettato da Kabila per una semplice ed unica ragione: l’accettazione di principio della proposta vaticana permette al Presidente di evitare una situazione di illegalità alla Presidenza, visto che il mandato scade il 19 dicembre 2016. Ottenuta l’estensione del mandato presidenziale, Kabila inizia a far slittare il calendario elettorale. La proposta originale contenute negli accordi di San Silvestro parlava di Febbraio o Marzo 2017. La data viene successivamente riportata al Novembre 2017 e ora (come dichiarato al Der Spiegel) ad una data conosciuta solo dal Rais.

Constatando il supporto che la Chiesa Cattolica riceve da Unione Europea e Stati Uniti (potenze ormai avverse al regime)  e la crescente opposizione popolare Kabila dal gennaio 2017 accelera i suoi piani di caos generalizzato intensificando le pulizie etniche contro i Nande nel Nord Kivu e la guerra civile nel Kasai. Ad esse si aggiungono le pulizie etniche nel Sud Kivu contro l’etnia tutsi congolese Banyamulenge e l’ondata di violenzecontro la Chiesa Cattolica.

Vari fattori interni favoriscono il piano dittatoriale di Kabila e del suo entourage. Il Rassemblement di Tshisekedi ha perso molta credibilità e fiducia popolare. Il figlio del leader storico della opposizione congolese ha perso tre mesi in lotte interne per la leadership del partito e in una assurda quanto ridicola disputa con il governo per la sepoltura della salma di Etienne Tshisekedi che per tre mesi è stata conservata presso l’ospedale di Bruxelles con grande imbarazzo delle autorità ospedaliere e del governo belga. I rischi di rivolte a carattere nazionale originate da Luba, Nande o Banyamulenge sono evitati grazie alle pulizie etniche. Le tre etnie ora sono costrette a difendersi dal rischio di sterminio. La Chiesa Cattolica è stata ingannata e posta dinnanzi ad una drammatica scelta. Continuare il suo impegno per la democrazia accettando una escalation di violenze contro il suo clero o ritornare a gestire lo stato sociale alleviando in parte le sofferenze materiale inflitte al popolo in un Paese tra i più ricchi al mondo con un potenziale economico superiore a quello del Sud Africa se vi fossero garantiti buon governo, stabilità politica, Stato di diritto e democrazia.

Kabila si considera già Presidente a vita. Nessuna mediazione politica può costringerlo ad abbandonare il potere. Una situazione logica. Come può il Rais rinunciare al sistema mafioso della gestione statale teso a garantire milioni di dollari al mese provenienti dai traffici illeciti di minerali all’est del Paese? Nel traffico dei minerali sono coinvolti troppi attori: FDLR, Generali, Ministri, lobby di potere a Kinshasa. Questi attori impediscono a Kabila di considerare l’alternativa di abdicare dopo essersi garantito l’immunità giudiziaria. Alleanza ed impegni vanno rispettati in Africa. In caso contrario le conseguenze sono drammatiche e spesso letali. Il processo di normalizzazione e democratizzazione del Congo può essere ottenuto solo con l’uso della forza.

Purtroppo a differenza delle ottime occasioni del 2009 e del 2012, ora non esistono le condizioni per una rivolta armata nazionale. Il processo di frammentazione etnica è ormai irreversibile. Ogni gruppo etnico in Congo si sta orientando su soluzioni locali abbandonando la lotta nazionale per ottenere un cambiamento di regime. Le pulizie etniche in corso nel Kasai, Nord e Sud Kivu stanno creando nuovi gruppi armati su base di difesa etnica che aumenteranno il conflitto all’est del Congo rendendolo incomprensibile (tutti contro tutti) e impedendo ogni rivolta nazionale. Nel 2017 non esistono più le condizioni per rovesciare il regime tramite aggressione militare esterna come successe nel 1996.

Le sanzioni occidentali (recentemente inasprite dagli Stati Uniti) perdono di efficacia. Il Congo non è il Burundi, piccolo Paese povero di materie prime. È un Paese ricchissimo. I soli proventi dei minerali sono più che sufficienti a garantire la sopravvivenza del regime. Kabila è consapevole che al di la delle condanne e della sanzioni i minerali preziosi posseduti dal Congo sono di vitale importanza per la finanza e l’industria IT mondiale quindi si troveranno sempre degli acquirenti con o senza embargo. Russia e Cina  stanno progressivamente sostituendo le potenze occidentali. Pechino è già tra i principali partner economici del Congo. Gli scambi commerciali Sino congolesi sono perfetti per il regime. Il Congo è stato escluso dal piano economico mondiale OBOR in quanto Pechino è interessato solo allo sfruttamento intensivo dei minerali e del patrimonio forestale congolese e nessun piano industriale verrà proposto. La svendita delle risorse naturali rappresenta la principale fonte di ricchezza personale del Rais e del suo entourage e la sopravvivenza del regime.  

L’unica soluzione è quella di far subire a Kabila la stessa sorte del padre, assassinato nel 2001. Una soluzione possibile e forse già allo studio di qualche potenza occidentale ma piena di incognite. Dopo l’assassinio di Desirè Laurent Kabila il regime riuscì a stabilizzarsi mettendo al potere Joseph Kabila. Ora la morte del Rais rischia di accelerare il processo di balcanizzazione del Paese e lo scoppio di decine di guerre etniche con alti rischi genocidari. Dinnanzi a questo indesiderato scenario già alcune potenze regionali stanno studiando come gestire le relazioni con il regime Kabila piuttosto che rovesciarlo. Una conclusione che potrebbe essere considerata pragmatica e adottata anche dalle potenze occidentali. In fondo pochi hanno a cuore le sorti del popolo e della democrazia in Congo. Quello che interessa sono le sue risorse naturali. Una volta che il regime si senta sicuro del suo potere, abbia rallentato la repressione e diminuito il costo della corruzione supportato dalle multinazionali straniere, gli accordi possono essere sempre a portata di mano. Kabila ha posto le potenze occidentali dinnanzi ad una scelta: difendere astratti concetti di democrazia ed essere esclusi dal mercato minerario congolese a favore di Cina e Russia o dimenticare la storia delle elezioni e continuare a fare gli affari che sono stati alla base del sostegno occidentale a Kabila durato 15 lunghi anni.

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