sabato, Gennaio 19

Congo: la beffa elettorale prima della tempesta Caos elettorale non casuale, la situazione è propizia per dichiarare percentuali di voto inesistenti a favore del candidato del regime, intanto le potenze regionali puntano a una proxy war supportando le ribellioni congolesi pronte ad esplodere

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Domenica 30 dicembre si sono svolte le elezioni presidenziali, amministrative, provinciali e comunali nella Repubblica Democratica del Congo, dopo vari rinvii dalla data stabilita, il 23 dicembre 2016, che hanno creato una profonda crisi politica, un rafforzamento del regime di Joseph Kabila a scapito degli spazi democratici, una guerra aperta con il Vaticano e Papa Francesco, e pericolose frizioni internazionali che hanno spinto gli Stati Uniti a ideare un piano di invasione militare assieme a Francia, Angola, Congo Brazzaville, Rwanda e Uganda in caso le elezioni fossero ulteriormente rinviate, o che si candidasse il Presidente uscente, Kabila, appunto.

Le elezioni di domenica sono frutto di un rinvio all’ultimo momento della data elettorale prevista per domenica 23 dicembre e della negazione del diritto di voto per quasi 1,5 milioni di elettori nel Nord Kivu, causa la decisione di rinviare le elezioni al marzo 2019 nelle città di Beni, Bunia, Butembo e nel distretto di Lubero. Visto che i risultati parziali verranno resi noti tra una settimana non si capisce come le elezioni di queste città del prossimo marzo possano influire sullo scrutinio. I risultati finali verranno dati solo dopo lo spoglio dei seggi di queste città, il prossimo marzo, oppure prima? rendendo così inutile il voto di 1,5 milioni di cittadini.

Notare che il provvedimento di rinvio, motivato da falsi presupposti di insicurezza e di contagio del virus Ebola, considerato inesistente dallo stesso Ministero della Sanità congolese, colpisce una zona avversa al delfino di Kabila ed è etnicamente mirata, in quanto la maggioranza dei 1,5 milioni di elettori è composta dalla etnia Nande, dal 2010 vittima di un piano di sterminio e pulizie etniche promosso dal regime di Kabila. Esclusi anche i milioni di voti della diaspora congolese. Non si ha notizia di seggi elettorali presso le rappresentanze congolesi all’estero.

Il voto si è svolto nel più completo caos e disorganizzazione non casuali ma tesi ad eliminare il più possibile voti contrari. Molti seggi hanno aperto con ritardo per ostacolare la volontà della popolazione di votare. Le macchine elettroniche di voto, comprate da una ditta sudcoreana, spendendo una fortuna, non sono state utilizzate nel 42% dei seggi nazionali. Il 22% di quelle presenti nei seggi non hanno funzionato o non vi era presente personale formato per farle funzionare.

La situazione peggiore si è registrata presso la capitale Kinshasa e il Nord Kivu, due feudi dell’opposizione. Molti cittadini sono stati cancellati dalle liste elettorali, altri hanno trovato il loro nominativo nelle liste dei cittadini che avevano già votato, senza riuscire a scoprire chi ha assunto la falsa identità. Nei due Kivu, oltre all’esclusione di 1,5 milioni di elettori Nande, vari seggi non sono stati aperti in tempo e si è registrata la mancata consegna della macchine di voto elettronico. A Bukavu, capoluogo della provincia del Sud Kivu, 32 seggi su 48 erano privi di queste macchine.

Considerando che gli spogli erano stati impostati sulla funzionalità della macchine di voto elettronico, ora non si riesce a comprendere quali risultati la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) possa offrire, visto che le macchine di voto elettronico funzionanti e correttamente utilizzate rappresento solo il 36% di quelle acquistate. Dietro a questa truffa elettorale qualcuno ci ha guadagnato milioni di euro. Sono state acquistate macchine non funzionanti, e non è stata prevista una seria formazione del personale per il loro utilizzo. Almeno 14.000 macchine elettroniche sono andate perse prima delle elezioni: 8.000 durante l’incendio doloso presso la sede del CENI a Kinshasa e 7.000 durante un sospetto incidente aereo cargo durante la fase di atterraggio presso l’aeroporto internazionale a Kinshasa. Si sospetta che queste 14.000 macchine di voto elettronico andate perse siano in realtà state pagate ma mai consegnate dalla ditta sud coreana.

La Conferenza Episcopale Nazionale del Congo – CENCO, in un comunicato sullo svolgimento delle elezioni fatto sulla base dei rapporti degli osservatori della Chiesa Cattolica presso i vari seggi nazionali, denuncia una valanga di irregolarità e frodi elettorali. Per questo motivo la CENCO si rifiuta di confermare la validità e la trasparenza delle elezioni, come sottolinea il Segretario Generale, Padre Donatien Nshole. Gli osservatori della Chiesa Cattolica sono stati pressoché gli unici a garantire una qualche sorta di monitoraggio indipendente del voto, visto che il regime ha vietato la presenza di osservatori internazionali e delle Nazioni Unite. In totale sono stati attivati 60.000 osservatori grazie ad un mastodontico e costosissimo sforzo del Vaticano di organizzarle il monitoraggio elettorale. Numero purtroppo insufficiente per monitorare tutti i 80.000 seggi sparsi sul territorio nazionale.
La presidente della CENI, Corneille Nangaa, si è subito attivata nel disperato tentativo di far passare queste caotiche elezioni come trasparenti e credibili, confutando il rapporto della CENCO. «Ci sono state delle disfunzioni prevedibili durante la giornata di voto ma la CENI è riuscita a correggerle in tempo permettendo un voto trasparente»  afferma Nangaa, che dal 2016 compare sul libro paga della Famiglia Kabila.

«Il voto si è svolto nel disordine e nella disorganizzazione. Saremo costretti a chiedere l’annullamento del voto alla Corte Costituzionale in quanto queste elezioni sono state tutto all’infuori di trasparenti e democratiche», ha dichiarato il candidato Félix Tshisekedi, leader del partito di opposizione UDPS, responsabile, assieme a Vital Kamhere, del naufragio del fronte unito dell’opposizione creato mercoledì 9 novembre 2018 a Bruxelles.

La credibilità delle elezioni era già stata compromessa dai continui rinvii attuati rispetto alla data iniziale del 2016. Ora le prove di questa farsa elettorale sono evidenti. Secondo le prime proiezioni fatte dagli osservatori indipendenti della Chiesa Cattolica il leader dell’opposizione Martin Fayulu candidato della piattaforma politica Lamuka (Svegliati in Lingala), supportata anche dall’ex governatore del Katanga, Moise Katumbi, e dal ex Vice Presidente Jean-Pierre Bemba (entrambi esclusi dalle elezioni), avrebbe riportato il 44% dei voti mentre Tshisekedi il 24%. Il delfino del Rais, Emmanuel Shadary Ramazani solo il 18%.

Il caos elettorale non è stato casuale, bensì un arma che il regime ha utilizzato anche durante le elezioni del 2010. La disorganizzazione della macchina elettorale e i conseguenti risultati contestabili creano una situazione propizia per dichiarare percentuali di voto inesistenti a favore del candidato del regime, difficili da verificare. La seconda fase di questa strategia è quella di preparare l’Esercito e la Polizia a contenere le proteste popolari, rendendo così il voto beffa un dato di fatto. Nelle precedenti elezioni del 2010 Kabila fu eletto sulla base di risultati parziali assai discutibili. I risultati definitivi non sono mai stati forniti.

Nazioni Unite, Unione Africana, Stati Uniti e Unione Europea hanno già espresso i loro dubbi sulla trasparenza e regolarità di queste elezioni anche se non ancora con comunicati ufficiali. Anche l’Angola, Botswana, Namibia, Zambia e la Repubblica del Congo – Brazzaville hanno espresso gli stessi dubbi. Uganda e Rwanda rimangono al momento silenziosi.

Durante questa settimana la CENI sarà impegnata a trasformare il 18% delle preferenze ricevute da Ramazani, secondo i dati forniti dalla CENCO, in una percentuale maggioritaria credibile, forti del fatto che le elezioni presidenziali sono ad un solo turno. I risultati provvisori verranno (forse) resi noti il 6 gennaio. La possibilità che scoppiano violenze generalizzate in tutto il Paese sono altissime. Durante un sondaggio di una radio privata congolese il 63% degli elettori si dichiara pronto alla rivoluzione se Ramazani verrà considerato il vincitore di queste elezioni.

Dopo aver speso milioni di dollari per acquistare macchine di voto elettronico non utilizzate ora lo scrutinio procede manualmente in ogni seggio del Paese. I risultati e le schede elettorali devono essere centralizzati presso la sede della CENI a Kinshasa. Come reazione ai primi risultati parziali non ufficiali che danno il candidato dell’opposizione Martin Fayulu con la maggioranza delle preferenze, il Governo da lunedì ha interrotto internet, l’utilizzo degli SMS e ha oscurato le frequenze in Congo di Radio France International’ (RFI), nel tentativo di impedire qualsiasi risultato elettorale che sfugga dal controllo della CENI, che teoricamente è una commissione elettorale indipendente ma in realtà uno strumento in mano al Rais Kabila.

L’Unione Europea, forse come ritorsione alla espulsione del suo Ambasciatore a Kinshasa, assieme a Canada, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Svezia e Svizzera, ha emesso un comunicato chiedendo alle autorità congolesi di sbloccare immediatamente ogni mezzo di comunicazione in Congo. Nel comunicato si sostiene l’appello alla calma lanciato dalla Chiesa Cattolica attraverso la CENCO.

Oltre alle proteste popolari che potrebbero prendere una piega non previsto dal regime, vi sono in atto varie manovre militari incoraggiate dall’Unione Europea, Stati Uniti, Angola, Congo Brazzaville, Rwanda e Uganda che riprendono il piano del Segretario americano di Stato Mike Pompeo di invasione militare per destituire il regime di Kabila e permettere delle vere e libere elezioni. Un piano leggermente trasformato. Dalla idea originaria di una invasione degli eserciti di Angola, Congo Brazzaville, Rwanda e Uganda si sarebbe passati ad unaproxy war’, una guerra per procura, supportando le ribellioni congolesi pronte ad esplodere.

Si registra la ricomparsa all’est del Congo del Colonnello Laurent Nkunda, leader della ribellione Banyaruanda del 2009. Secondo fonti diplomatiche, Nkunda sarebbe ritornato in Congo e stazionerebbe nella zona di Kitshanga, Nord Kivu, al comando di un gruppo armato. Anche Azarias Ruberwa, ex Presidente del gruppo politico-militare filo-ruandese RCD-Goma durante il secondo conflitto Pan Africano, è ritornato ed è stato visto a Goma. Si registra anche la ricomparsa del Movimento 23 Marzo – M23, artefice della seconda ribellione Banyaruanda del 2012, che sarebbe ora attestato  nella zona di Beni  proveniente dall’Uganda.

Anche Moise Katumbu avrebbe ventilato la possibilità di creare un movimento armato contro il regime di Kabila o del suo surrogato Ramazani. Un movimento probabilmente collegato con il Rwanda che si estenderebbe dal Katanga ai due Kivu. Jean Pierre Bemba, pur disponendo di una milizia mai smantellata e collegata al Movimento di Liberazione del Congo – MLC, non ha dato al momento segnali di volersi implicare nella futura guerra pan-africana.

Il 27 dicembre è stato consegnato un comunicato ufficiale al Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guetterres, al Presidente della Commissione Unione Europea Jean Claude Juncker, al Presidente in carica dell’Unione Africana, Paul Kagame, al Pesidente della SADC, Hage Giengob e all’Inviato Speciale americano nella Regione dei Grandi Laghi, John Peter Pham, una Dichiarazione di Indipendenza della ricchissima provincia del Katanga, teatro di una violenta guerra di indipendenza promossa dal Belgio durante i primi anni dell’indipendenza, assassinio del Primo Ministro Patrice Lumumba e l’ascesa al potere del dittatore Mobutu Sese Seke ripresa tra il 2004 e il 2008.

Il Comunicato è firmato Masengo Kalasa Patrick, comandante militare e politico delle AFPK – Alliance des Forces Patriottiques Katangaises. «In nome del popolo sovrano del Katanga l’Alleanza delle Forze Patriottiche Katanghesi prende la decisione unilaterale di dichiarare a partire dal primo gennaio 2019 la sovranità e l’indipendenza del Katanga. Dal 01 gennaio 2019 la AFPK prenderà tutte le disposizione politiche e militari per assicurare la sovranità del Katanga e bloccare eventuali tentativi eversivi del Governo di Kinshasa. La capitale sarà Elizabethville e il futuro Governo del Katanga è pronto a collaborare con tutte le organizzazioni internazionali e aprire una discussione con il Governo della Repubblica Democratica del Congo»,  recita il comunicato.  Si prospetta lo scoppio di un conflitto dai volti non ben definiti in una regione già martoriata da violenze inaudite divenute triste quotidianità.

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